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Rosario Villajos anteprima. L’educazione fisica

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Le fantasie di un’adolescente: “Potendo scegliere fra i vari superpoteri, vorrebbe quello di fermare il tempo, così non arriverebbe mai tardi a casa; potrebbe muoversi mentre gli altri rimangono fermi, pazienza se finirebbe per accorciarsi la vita, dato che per lei il tempo continuerebbe a scorrere e quindi arriverebbe prima anche la sua ultima ora”.

Una banda di giovani canaglie: “Aveva cominciato subito a uscire con loro e a fare scemate non esattamente entusiasmanti, come ad esempio raccogliere soldi per comprare un telecomando universale con cui fare il giro dei bar e cambiare canale nel bel mezzo delle partite di calcio, o rubare pacchi di patatine nei negozietti di alimentari”.

L’accusa triste dopo un bacio rubato: “« Scusa… » e poi ha aggiunto « ma è colpa tua. »”

È in libreria L’educazione fisica di Rosario Villajos (Guanda 2024, pp. 272, 19,00, traduzione di Roberta Arrigoni).

Rosario Villajos, scrittrice spagnola, ha lavorato nel campo della musica, del cinema e in ambito artistico e culturale. Con L’Educazione fisica, il suo primo romanzo pubblicato in Italia, ha vinto nel 2023 il prestigioso premio ­Biblioteca Breve.

In un caldo pomeriggio di fine agosto, Catalina, appena sedicenne, esce dalla casa della sua migliore amica in un tranquillo quartiere residenziale di periferia, dopo un incidente spiacevole. Trovandosi sulla strada, decide che l’unica via per tornare a casa è fare l’autostop. Come qualsiasi ragazza della sua età, prova un terrore viscerale all’idea di salire sull’auto di uno sconosciuto, ma questo timore è in nulla in confronto a quello che immagina la aspetta se non rispetta il rigido coprifuoco imposto dai suoi genitori.

Collocato agli albori degli anni Novanta, L’Educazione fisica traccia il ritratto di un’adolescente segnata da un rapporto intricato con il proprio corpo e da un profondo risentimento verso un mondo che la giudica e la colpevolizza per il solo fatto di essere donna. Attraverso le storie narrate, il romanzo mette in luce i valori fondamentali che plasmano un’intera generazione.

Tutto ciò che emerge in L’Educazione fisica potrebbe tranquillamente accadere oggi: critiche al corpo, approcci indesiderati sui mezzi pubblici e persino la pressante necessità per alcune donne di nascondere la propria bellezza per evitare l’attenzione indesiderata degli uomini. Questi episodi, seppur talvolta considerati comuni, rappresentano soltanto una minima frazione delle numerose situazioni di disagio che le donne affrontano quotidianamente. Sono momenti in cui le donne si sentono intrappolate, impotenti e incapaci di reagire.

Rosario Villajos trasporta in questo magnifico romanzo l’essenza de L’educazione sentimentale di Flaubert, ritraendo la vita e i tempi di una giovane borghese del XIX secolo, ma concentrandosi sull’esperienza fisica. L’autrice sottolinea che il corpo è il campo di battaglia in cui si combattono tutte le lotte, dove si definisce la nostra identità e dove si riflettono le paure, le tensioni e la violenza di ogni epoca.

Il libro incarna il desiderio di un’educazione priva di timori, libera da iperprotezioni e barriere, al fine di creare una società in cui sia più importante cancellare le aggressioni anziché insegnare alle vittime a difendersi.

Carlo Tortarolo

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È già la quinta macchina che passa da quando ha cominciato a dirsi che la prossima sicuro si ferma, o quella dopo ancora, o la prossima macchina rossa, o la prossima bianca e con targa palindroma, o la prossima macchina di qualunque colore ma a partire da ora. E dopo la prossima passa oltre anche quella successiva, come i minuti da quando è lì, ferma in piedi, e lei allora smette di contare e decide di ingannare il tempo facendosi male. È una tecnica ansiolitica che Catalina ha messo a punto quando ha dovuto imparare a stare da sola in ospedale. La considera una specie di offerta, un piccolo obolo da gettare in pasto alla creatura mostruosa che ha dentro purché non esca allo scoperto. Sa placare la sua fame in vari modi: si stacca le crosticine delle piccole ferite che si procura da sola; si taglia le unghie con i denti; si morde le punte dei polpastrelli fino a sentire il sapore della carne viva in bocca; un’altra cosa che fa è strapparsi le sopracciglia, anche se si è ripromessa di smettere entro fine anno perché in questo caso potrebbe diventare un problema nascondere le conseguenze. Ma non è così facile. Se me ne strappo due insieme tra poco arriva una macchina e mi fa salire, si dice, e se non arriva… se non arriva subito mi strappo l’ultimo peluzzo e stop. E la creatura nascosta dentro la ascolta e la lascia fare, perché in fondo è la ragazza in superficie ad avere bisogno di oboli da versare: non ha trovato finora niente di meglio per sentirsi viva. Il sapore metallico del sangue la rassicura, la riscuote, la richiama al dolore che è qui facendole dimenticare quello più in là. La sua pelle è giovane e si rigenera in fretta, motivo per cui ha ogni volta l’imbarazzo della scelta tra le varie opzioni disponibili per farsi male. Mamma e papà se ne sono accorti, ma l’unica cosa che fanno è dirle seccati di piantarla. Da che pulpito. Vorrebbe vedere loro, se gli dicesse di smettere di fumare. Così si sforza di salvare le apparenze, sa che le rimangono i segni e vuole potersi dedicare senza interferenze a quello che è considerato a tutti gli effetti un comportamento patologico. Le piacerebbe riuscire a non farlo più, o quantomeno avere il pieno controllo su questa dipendenza in modo che nessuno la noti, nemmeno i suoi, perché è convinta che ciò che conta davvero è come la vedono gli altri.

Ciò che lui vedeva in lei contava fin troppo. Non aveva mai trovato qualcuno che la prendesse tanto sul serio. Si interessava a lei: che cosa stava leggendo, che cosa avrebbe fatto dopo le superiori. « Vuoi andare anche tu all’università come Silvia? Non sai ancora quale facoltà scegliere? Se ti va ne parliamo, potrei darti dei consigli. » E così, nell’ultimo anno, prima di andare dalla sua amica a studiare o a non combinare niente tutto il pomeriggio, si era preparata sempre una serie di risposte, nell’eventualità che lui fosse in casa. Non aveva notato che il tono delle sue domande cambiava quando non c’era nessuno intorno. Silvia andava magari in cucina a prendere qualcosa da mangiare, o in bagno, o a rispondere al telefono. E lui puntualmente ne approfittava per affacciarsi nella stanza. Un giorno le aveva detto: « Scommetto che una ragazza bella come te ha già il fidanzato. Ti piace qualcuno della tua classe? » Catalina arrossendo aveva risposto di no, ma ora la agita il senso di colpa, perché un attimo dopo aveva aggiunto « non della mia classe ». Coglie troppo tardi il senso delle occhiate che si scambiavano, ogni volta più insistite, tanto che sollevando lo sguardo lo trovava sempre a fissarle gli occhi o la bocca, più che altro la bocca. Non sa ancora bene che cosa sia successo o fino a che punto sia successo, e neppure se davvero sia successo. È stata questione di un attimo e non si autorizza ad approfondire. Preferisce indagare la pelle delle dita o i peli delle sopracciglia.

È da un po’ che non vede passare neanche una macchina. Non la stupisce che nelle desolate domeniche di agosto non ci siano autobus dopo le sei di pomeriggio. Il suo unico pensiero è non arrivare in ritardo, anche se data l’ora non dovrebbe esserci pericolo, o questo almeno le dice il tic tac dell’orologio che porta al polso. Manca ancora parecchio alle dieci, ora della cena. Le cicale però scandiscono un altro ritmo, più intonato a quello accelerato dei suoi battiti. Sempre di corsa, sempre nervosa, sempre in ansia per qualcosa. Sembro il coniglio di Alice, si dice cercando qualcosa che la riporti alla bambina che era fino a ieri. Deve ammettere che assomiglia di più al coniglio che a Cenerentola – la preferita della mamma –, considerato che il coprifuoco per lei scatta ben prima della mezzanotte e, per di più, sarebbe difficile perdere per strada una scarpa numero 42.

Scoraggiata dal sapore amaro, si toglie le dita sporche dalla bocca. Anche perché le battono i denti e non vorrebbe mordersi troppo. Trema nonostante il gran caldo e non per quello che è successo, ma per quello che sta per succedere, o meglio, trema al pensiero che mamma e papà possano scoprire quello che sta per succedere. Non fa caso ai suoi piccoli tremori interni, è troppo presa dal sibilo che arriva da fuori, troppo impegnata a non farsi dare della puttana, a nascondere gelosamente certe porzioni della sua carne che lei per prima non osa guardare. Dovrebbe infuriarsi, urlare, come minimo piangere per quello che è successo nemmeno un’ora fa, ma non capisce o non vuole sforzarsi di capire o preferisce non capire. Quello che fa, invece, è cercare un colpevole. Ce l’ho, pensa, sono io. Benissimo, in tal caso tutto sta a trovare delle soluzioni: primo, arrivare a casa in tempo per la cena; secondo, troncare i rapporti con Silvia. Troppo estremo, qualcuno potrebbe insospettirsi. Per il momento può bastare non andare più da lei. O non farmi più vedere nella loro casa di campagna. O evitare di andare in giro senza Silvia. O comunque non andare in giro da sola.

Proibirsi di vedere l’amica è un castigo. Castigo, dal latino castigare – lo ha imparato quest’anno a scuola –, composto dell’aggettivo castus e del verbo agere, significa « rendere puro ». Deve rendersi nuovamente se stessa, rifarsi il prima possibile, ritrovare la persona che soltanto ieri immaginava di essere. Tornare quella che era. È convinta che tutte le sue domande trovino risposta nella cultura classica, compreso il suo nome. Catalina, le ha spiegato papà anni fa, viene dal greco e significa « pura », « immacolata ». « Catalina, fai onore al tuo nome, che è il nome di una santa » le dicevano le suore a scuola. Dovrebbe funzionare al contrario, si dice ora: innanzitutto essere quello che si è e poi lasciare che dal nome proprio si generi un aggettivo, come dal dio Eros è derivato erotico e dalla tessitrice Aracne aracnide. Sa tutto su Ermes, Afrodite, Ganimede e Salmace, e niente su di sé, non sa per esempio che le verrà un piccolo sfogo sul mento se un ragazzo di terza che conosce appena smette di rivolgerle la parola o una contrattura se il professore di inglese la tiene per più di due minuti alla lavagna. Non sa nemmeno distinguere la tristezza dalla rabbia, la paura dal desiderio, l’innamoramento dall’ammirazione. Ma non è la sola ad avere le idee poco chiare su quello che prova e che provano gli altri, questo lo ha capito con il padre di Silvia. L’unica cosa sulla quale non ha dubbi è il rancore che le si è accumulato dentro, e in una quantità tale che se potesse trasformarlo in energia basterebbe a rifornire di elettricità l’intero paese. Non sa ancora cosa fare di questo sentimento, né come sfruttarlo a suo vantaggio, sempre che sia possibile, così lo coltiva in silenzio, alimentandolo con pelle e annessi cutanei, lasciando che cresca nascosto come una grossa palla che un giorno o l’altro potrebbe esplodere chissà dove. Non sa neanche bene contro chi rivolgerlo, se a chi la obbliga a rientrare puntuale a casa o al padre della sua amica. Il grosso del rancore, ovviamente, lo riserva a se stessa per non avere detto al momento giusto quello che crede avrebbe potuto dire. Nella sua memoria alberga una biblioteca sconfinata con migliaia di frasi in sua difesa che non ha mai pronunciato: sceglie sempre il silenzio perché sa esattamente che cosa aspettarsi se rimane zitta e non sa invece cosa potrebbe succedere se rivelasse quello che ha dentro, la creatura mostruosa alla quale sacrifica le pellicine delle sue dita. La sua furia muta è fatta di mal di schiena, mal di pancia, mal di gola, palpitazioni e lipotimia, di una specie di paura antica, quasi un’amica, o se non altro una nemica che conosce bene.

Copyright Rosario Villajos, 2023 e 2024 Ugo Guanda Editore S.r.l.

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