INEDITI, HUNTER S. THOMPSON: UNA VITA AL MASSIMO

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L’inimitabile Hunter Thompson aveva solo 20 anni ed era ancora nell’Aeronautica militare degli Stati Uniti quando, nell’aprile del 1958, scrisse questa lettera piena di saggezza al suo amico Hume Logan in risposta a una richiesta di consigli sulla vita. Sarebbero passati altri dieci anni prima che la carriera di Thompson girasse a pieno ritmo, in gran parte per un coraggioso reportage sugli Hell’s Angels che scrisse dopo un anno in loro compagnia. Poco dopo uscì “Paura e digusto a Las Vegas” (Fear and Loathing in Las Vegas), probabilmente il suo libro più famoso, come gran parte del giornalismo gonzo per il quale è ora noto. Nel 2005, con le sue condizioni di salute in peggioramento, si tolse la vita; lasciò un biglietto alla moglie, intitolato Football Season Is Over (La stagione di football è finita), dive si legge:

“Niente più partite. Niente più bombe. Niente più camminate. Niente più divertimento. Niente più nuoto. 67. Cioè 17 anni oltre i 50. 17 in più di quanto avessi bisogno o desiderato. Noioso. Sono sempre maldicente. Niente più divertimento—per nessuno. 67. Stai diventando avido. Vivi la tua (vecchia) età. Rilassati—Questa cosa non ti farà male.”

Gian Paolo Serino

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22 aprile 1958

57 Perry Street

New York City

 

Caro Hume,

chiedi consiglio: ah, che cosa umana e insidiosa! Perché dare consigli a un uomo che chiede cosa fare della propria vita può far scivolare nell’egomania. Supporre di indirizzare un uomo verso l’obiettivo più giusto e più grande—di indirizzarlo con dito tremante nella direzione GIUSTA, è una cosa di cui solo un folle si farebbe carico.

Non sono un folle, ma rispetto la tua sincerità nel chiedermi consigli.         Ti chiedo però, mentre ascolti ciò che dico, di ricordare che ogni consiglio può essere soltanto il riflesso della persona che lo dà. Ciò che è vero per qualcuno può essere disastroso per qualcun altro. Non vedo la vita con i tuoi occhi, né tu la vedi con i miei. Sarei per te una guida sprovveduta se provassi a darti un consiglio specifico.

“Essere… o non essere. È il problema. / Se sia meglio per l’anima soffrire / oltraggi di fortuna, sassi e dardi, / o prender l’armi contro questi guai….”*

(Shakespeare)

E la questione è davvero questa: se lasciarsi portare dalla corrente o nuotare diretti all’obiettivo. È una scelta che tocca fare a tutti, consciamente o meno, ad un certo punto della vita. Pochissime persone lo comprendono! Pensa alle decisioni che hai preso e che hanno influenzato il tuo futuro: potrei sbagliarmi, ma non credo siano state altro che il frutto di una scelta, per quanto indiretta, tra le due cose che ho menzionato: lasciarsi portare dalla corrente o nuotare.

Ma perché non farti portare se non hai alcun obiettivo? Questa è una domanda diversa. È indubbio che sia più piacevole lasciarsi trasportare dalla corrente che nuotare nell’incertezza. Come fa uno, dunque, a trovare un obiettivo? Non un castello in aria, ma qualcosa di reale e tangibile. Come può un uomo essere sicuro che il suo obiettivo non sia solo “una montagna di zucchero filato”, allettante ma in definitiva inconsistente?

La risposta—e, in un certo senso, la tragedia della vita—è che cerchiamo di comprendere l’obiettivo e non la persona. Fissiamo un obiettivo che richiede da parte nostra certe cose: e le facciamo. Ci adattiamo alle esigenze di un concetto che NON PUÒ essere valido. Quando eri bambino, per fare un esempio, volevi diventare un pompiere. Credo proprio di non sbagliarmi se dico che non vuoi più fare il pompiere. Perché? Perché la tua prospettiva è diversa. Sei tu ad essere diverso, non il pompiere. Ogni uomo è la somma complessiva delle sue reazioni all’esperienza. Con il mutare e il moltiplicarsi delle esperienze si cambia e cambia anche la prospettiva. E così all’infinito. Ogni reazione è un processo di apprendimento; ogni esperienza importante modifica la prospettiva.

È quindi irragionevole orientare la nostra vita secondo le esigenze di un obiettivo che vediamo ogni giorno da un’angolatura diversa? Daremmo solo il via a un’incontrollata nevrosi.

La risposta, dunque, non deve riguardare gli obiettivi, o comunque non obiettivi concreti. Servirebbero risme di carta per sviluppare questo tema fino in fondo. Dio solo sa quanti libri sono stati scritti sul “significato dell’uomo” e argomenti simili, e Dio solo sa quante persone abbiano riflettuto su questo argomento. (Uso ‘Dio solo sa’ soltanto come espressione idiomatica). Non ha molto senso che io cerchi di ripassare la palla a te, per dirla in due parole come vuole il proverbio. Sono il primo ad ammettere di non essere affatto qualificato a ridurre il significato della vita a qualche paragrafo.

Mi guardo bene dal parlare di “esistenzialismo”, ma tienilo presente come una sorta di parola chiave. Potresti anche provare a leggere L’Étre e le néant (L’Essere e il nulla) di Jean-Paul Sartre e un’altra piccola cosa intitolata Existentialism: From Dostoyevsky to Sartre (Esistenzialismo: da Dostoevskij a Sartre). Si tratta solo di suggerimenti. Se sei veramente soddisfatto di ciò che sei e di ciò che stai facendo, allora stai alla larga da quei libri. (Non svegliare il can che dorme.) Ma torniamo alla risposta. Come ho detto, riporre la nostra fede in obiettivi concreti sembra essere, nella migliore delle ipotesi, imprudente. Quindi non diamoci da fare per diventare pompieri, non diamoci da fare per diventare banchieri o poliziotti o dottori. DIAMOCI DA FARE PER DIVENTARE NOI STESSI.

Non fraintendermi, però. Non intendo dire che non possiamo ESSERE pompieri, banchieri o dottori—piuttosto che dobbiamo adattare l’obiettivo all’individuo anziché adattare l’individuo all’obiettivo. In ogni persona, la concomitanza di elementi ereditari e di circostanze ambientali crea un individuo con determinate abilità e desideri—incluso un bisogno profondamente radicato di funzionare in modo tale che la propria vita abbia SENSO. Un uomo deve ESSERE qualcosa; deve contare.

Per come la vedo io, allora, la formula funziona più o meno così: una persona deve scegliere un percorso che permetta alle proprie ABILITÀ di svilupparsi al massimo grado per la gratificazione dei propri DESIDERI. Così facendo risponde a un bisogno (quello di darsi un’identità operando in un modo prestabilito verso un obiettivo prestabilito), evita di compromettere il proprio potenziale (scegliendo un percorso che non metta limiti al proprio sviluppo personale), ed evita lo sgomento di vedere il proprio obiettivo svanire o svilirsi strada facendo (invece di piegarsi alle esigenze di ciò che cerca, ha piegato il proprio obiettivo adeguandolo alle proprie capacità e ai propri desideri).

In breve, non ha dedicato la vita a raggiungere un obiettivo predefinito, ma ha piuttosto scelto un modo di vivere che SA che gli piacerà. L’obiettivo è assolutamente secondario: è ciò che si fa per raggiungerlo che è importante. E sembra quasi ridicolo dire che una persona DEBBA operare secondo uno schema proprio; ma lasciare che un’altra persona definisca i suoi obiettivi significa rinunciare a uno degli aspetti più significativi della vita—l’atto di volontà definitivo che la rende un individuo.

Supponiamo che tu creda di avere a disposizione otto percorsi (tutti, ovviamente, predefiniti). E supponiamo che nessuno di essi abbia per te un vero scopo. QUINDI—e questo è il succo di tutto ciò che ho detto—DEVI TROVARE UN NONO PERCORSO.

Naturalmente, non è facile come sembra. Hai vissuto una vita relativamente ristretta, un’esistenza verticale anziché orizzontale.

Non è poi così difficile, dunque, comprendere perché, in apparenza, tu ti senta così. Ma una persona che rimanda le proprie SCELTE, lascerà che siano le circostanze a scegliere.

Quindi se ti metti nella cerchia dei disincantati, allora non hai altra scelta che accettare le cose come sono o cercare seriamente qualcos’altro. Ma stai attento a cercare obiettivi: cerca uno stile di vita. Decidi come vuoi vivere e poi fai tutto di conseguenza, RISPETTANDO quella scelta. Però tu dirai: “Non so dove cercare; non so cosa cercare.”

E questo è il dilemma. Vale la pena rinunciare a ciò che si ha per cercare qualcosa di meglio? Non lo so—ne vale la pena? Chi può prendere quella decisione se non tu? Persino DECIDENDO DI CERCARE fai un grande passo avanti verso una scelta.

Se non metto un punto alla mia lettera finisco per scrivere un libro. Spero che non sia confusa come può sembrare a prima vista. Tieni presente, ovviamente, che questo è il mio modo di vedere le cose.                            Per me ha una validità generale, lo penso davvero, ma forse tu non sei d’accordo. Ognuno di noi deve dar forma al proprio credo—questo è semplicemente il mio.

Se ci sono parti del mio ragionamento che ti sembrano senza senso, non farti scrupoli nel farmele notare. Non sto cercando di ‘instradarti’ alla ricerca del Valhalla, ma ti ripeto che non è necessario accettare le scelte che ti sono state dispensate dalla vita, per come tu la conosci. C’è molto di più: nessuno DEVE fare qualcosa che non vuole fare per il resto della sua vita. Detto questo, se seguirai quella strada, convinciti assolutamente che DOVEVI farlo. Sarai in buona compagnia.

E questo è tutto per ora. In attesa di ricevere tue nuove, resto,

il tuo amico …

Hunter

 

Traduzione a cura di Paddy Twigg (con la supervisione di Marco Sonzogni e Antonella Sarti-Evans)

 

* Il passo shakespeariano è citato nella traduzione di Eugenio Montale: cfr. Montale traduce Amleto di William Shakespeare, Milano: Longanesi, 1971, p. 215.