I brividi della poesia: Jean-Charles Vegliante e Marco Corsi

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Le interviste di SatisPoetry si aprono con un affermato poeta francese e un emergente poeta italiano che partendo da lingue, culture e modelli diversi arrivano a descrivere la ‘scossa’ della poesia in modo molto simile. Per uno, «non c’è poesia se non quella che faccia venire i brividi». Per l’altro, «i brividi sono quel movimento sussultorio da cui, in virtù della tradizione, nasce una nuova scrittura». Andiamo a scoprire perché leggendoli in dialogo tra loro: una conversazione – come tutte quelle che la seguiranno – che può essere considerata ancora più illuminante proprio in quanto ricreata attraverso un intenzionale cortocircuito generazionale e scritturale. Buona lettura!

Marco Sonzogni

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Jean-Charles Vegliante (foto di Dino Ignani)

CINQUE DOMANDE AI POETI: JEAN-CHARLES VEGLIANTE (1947)

 

1.

In uno dei mottetti per la sua musa girasole, Clizia, Eugenio Montale parla di «segno» che «s’innerva» e lo descrive con queste parole: «sangue tuo nelle mie vene». Cosa o chi s’innerva in te arrivando a scorrere nelle vene della tua scrittura?

Tutto, diceva un altro poeta, esiste e conta davvero se avviene per la seconda volta. Qui, il passo di lei – non più concreto sulla “neve” ma tremante nelle “vene” – è solo ricordo di femminile conturbante incedere (come Beatrice, Clizia ha sovente l’altero portamento d’un “quasi ammiraglio”) in un prezioso allora. Passo passato, come in un celebre romanzo calviniano leggere letto – e a letto (della lettrice)… Similmente, oserei dire, ciò che sembra “s’innervi” in me, fino a far parte della mia interna costituzione, è memoria di passato vissuto o immaginato (letto, sì, ma non solo), con forte adesione comunque a quell’effet de réelgià deriso – ma splendidamente analizzato – da alcuni miei famosi ex-colleghi parigini. Sempre diventato così – per dirla con Oreste Macrí – mia o quasi – mia verace “seconda natura”. O, parafrasando, vita mia vera nella mia vita. In genere, metabolizzato e trasmutato, a volte irriconoscibile, in pura eco (su “sabbie lunari”, per Ungaretti), suono, ritmo; Giovanni Raboni ci vedeva, meglio di me, “l’intreccio-collisione fra le due “lingue” […] (fino a) uno straniamento interno e spontaneo, una sorta, se così si può dire, di autostraniamento” (Nel lutto della luce, “Scrivere, tradurre” p. 171). – Mi pare inutile ribadire, come ho cercato di mostrare in altra sede, a proposito di Quasimodo e Cielo d’Alcamo, quanto una tale alchimia interna vada oltre le solite intertestualità (e la filologia annessa, per via di conseguenza, oltre le sole parole scritte).

 

2.

In una delle canzoni più celebri interpretate da Johnny Cash, the man in black dice di vedere un’oscurità («I see a darkness»). Quale oscurità ti è capitato di vedere e come ne hai scritto?

 

Ho risposto in parte con un mio contributo “Per un notturno di luce” al libro di Anna Dolfi, Notturni e musica nella poesia moderna (Firenze, FUP, 2019); se mi si consente di citare, dal breve commento alle mie poesie: “Nella notte, l’azzardo dei possibili mostri, anche gentili, della ormai illegittima infanzia, ci assale”. Come dire l’oscurità dentro di noi, a scongiurare magari i troppi oscuramenti della ragione che ci disperano, fuori, dal disastrato mondo cui, volenti o nolenti, apparteniamo. In questo preciso momento – solo un ultimo esempio – la vergognosa svolta di un noto dirigente rispetto agli alleati curdi, con le sue caotiche e sanguinose conseguenze. Come scriverne, quando non si scelga invece di tacere (Fortini, L’apparizione: “Ma non lo devi rappresentare”, in Questo muro), se non per allusioni, spostamenti metonimici, allegorie? Se non rifiutando ammiccamenti e facili indignazioni, anzi ogni forma di complicità con quell’inter nos peloso d’una doxa ormai mondiale, di quello che i cosiddetti nuovi storici chiamano “racconto” delle vicende sia passate sia a bassa intensità nelle lotte odierni di tutti contro tutti: facile propellente per i grandi media e alimento scelto, intelligente, scattante a sempre rinnovati profitti. Nostro unico mondo, Où nul ne veut se tenir (titolo esplicito della mia ultima raccolta, per la belga “Lettre volée”), eppure ci stiamo,ci siamo dentro, né ci sarà mai dato altro. Una letteratura del rifiuto, in tutti i significati – anche sporchi – del termine; o almeno, come minimo, della non collaborazione e reticenza. Montale diceva “decenza quotidiana”.

 

3.

Nel discorso tenuto in occasione del conferimento del Premio Nobel per la letteratura, Bob Dylan, ricordando il suo primo punto di riferimento artistico, l’amico Buddy Holly, dice che sembrava esserci in Buddy qualcosa di permanente («something about him seemed permanent») e che riusciva a trasmettere qualcosa che gli faceva venire i brividi («he transmitted something» … «and it gave me the chills»). C’è un poeta che ti fa sentire così quando lo leggi e perché?

 

Premetto che, diversamente da quanto si sentiva nella nostra cerchia al momento di quello strano Nobel, sono stato convinto subito della bontà della scelta (inutile riparlarne qui). Aggiungo che non conosco Buddy Holly se non, marginalmente, attraverso i Beatles. Però apprezzo che Bob Dylan abbia fatto allora il suo nome – e non, mettiamo, quello del solito Rimbaud, in simili occasioni (penso a Patti Smith ecc.), con rispetto parlando beninteso. Allo stesso modo, il francese Gainsbourg diceva sempre di non essere un poeta, anche se la sua opera – come quella di Dylan – ha avuto sicuramente un’importanza culturale e anche poetica (soprattutto se ci si pone dalla parte della ricezione) che molti “poeti laureati” nemmeno si sognano di conseguire. C’è chi semina poesia, non importa attraverso quale mezzo, e chi si illude di fare versi con delle banalità sentimentali o consensuali. E, per tornare al quesito, a me pare che non c’è poesia se non quella che faccia venire i brividi, o prenda per i capelli (Emily Dickinson), o dia una scossatale da non saper più dove si sia (Pascoli)… “Balbettìi, tremitìi; a un guardar di spurgo è la voce” (Rebora, 1917); “Mon cœur est en morceaux / le paysage en miettes” (LouisAragon, agosto 1918). Quando infine la poesia viene musicata – mettiamo, Tasso in Monteverdi – ciò risulta senz’altro più facile. Si veda addirittura Dante (il personaggio viator) in Purgatorio II, alla sosta con l’amico Casella.

 

4.

Un altro Premio Nobel per la letteratura, Seamus Heaney, ha detto che Eminem ha creato un senso di ciò che è possibile iniettando un voltaggio nella sua generazione («he has created a sense of what is possible. He has sent a voltage around his generation») non soltanto con il suo comportamento sovversivo ma anche attraverso la sua energia verbale («He has done this not just through his subversive attitude but also his verbal energy»). C’è stato/c’è un poeta che per te corrisponde a questo identikit?

 

Una premessa anche qui, ma di tipo sociologico: nel Wikipédia francese, Eminem occupa ben 25 pagine (o schermate) corredate da 353 note; Heaney 6 e mezza con 34 note. Mi fermo qua (di nuovo, con tutto il rispetto), salvo se vogliamo aggiungere che Pascoli – talvolta scambiato per Pascali – hacolà 2 pagine e un quarto, con tre note. Questo passa il convento. Io ne sto fuori, con vani tentativi per far leggere almeno qualche testo di Lorenzo Calogero o Mario Benedetti – o ancora, prima di un certo quale interesse recente, Amelia Rosselli o per l’appunto Giovanni Pascoli. Tutti nomi che hanno a che fare, credo, col vostro particolare “identikit” (così pure quello – oh quanto diverso – di Marinetti, di cui pur mi sono occupato per Il fascino dell’Egitto)… Magari si potrebbe menzionare ancora, assai tradotto invece, per fortuna, l’irregolare Dino Campana.

 

5.

Scegli una tua poesia e ci spieghi perché ti rappresenta?

 

Domanda difficile! La prima risposta che viene in mente sarebbe: la prossima (un po’ come Totò diceva “Ti pago domani”)… A pensarci meglio, però, forse questo “A Silvia” tradotto in 11 lingue dalla Compagnia delle poete[1]– e, come si intuisce dal titolo, inserito nella riflessione più vasta sulla circolazione arcitestuale che mi ha occupato, anche in veste accademica, per una ventina d’anni – A Silvia (un’altra) potrebbe rispondere almeno in parte alla vostra “satisfiction”, che non posso che immaginare plurilingue. Dopo le traduzioni delle amiche poete – incluso il francese – mi venne voglia di stenderne una variazione nella lingua di cui uso volentieri per la mia poesia, il francese giustappunto. Ecco dunque:

 

À Silvia (une autre)

 

J’ai rêvé, Silvia, de toi cette nuit –

longtemps après… tu avais deux enfants

et tu pliais des habits en silence

des serviettes des mi-bas des chaussettes

comme alors occupée par tes études

pendant que je regardais ta valise

déjà prête, fermeture collée

par moi tant d’années avant – ça tenait

à travers un souvenir d’outre-temps

et je te le disais en caressant

l’horrible scotch et toi tu souriais

sans bouger une paupière, pudique

sans cesser ton travail avec tendresse

et“lointaine comme dans un miroir”.

Le mal du temps à la fin m’éveillait.

 

(si veda anche:

https://www.raiplayradio.it/playlist/2019/06/Le-poesie-del-giorno-Jean-Charles-Vegliante-a5379abb-0e99-45ad-b714-2f84d13db2ab.html)

[1]Si veda: http://www.specimen.press/articles/compagnia-delle-poete-translates-jean-charles-vegliante/

 

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Marco Corsi (foto di Dino Ignani)

CINQUE DOMANDE AI POETI: MARCO CORSI (1985)

 

1.

In uno dei mottetti per la sua musa girasole, Clizia, Eugenio Montale parla di «segno» che «s’innerva» e lo descrive con queste parole: «sangue tuo nelle mie vene». Cosa o chi s’innerva in te arrivando a scorrere nelle vene della tua scrittura?

 

«It is a way I have of driving off the spleen and regulating the circulation», così si legge nel celeberrimo incipit di Melville. Credo che in quel «regolare la circolazione», nel darle una misura e una forma, risieda quello che intendo per “fare poesia”. Ci sono altri luoghi in cui la metafora montaliana si sviluppa con diverse modalità. Nelle Piccole virtù di Natalìa Ginzburg, ad esempio, dove la pianta della scrittura che alligna «si nutre e cresce in noi». Del radicamento di una linfa oscura nell’interiorità abbiamo letto con molto sconcerto nelle pagine di Han Kang. È pertanto al fattore della «regolazione» che intendo richiamarmi, in primo luogo, per definire l’esercizio della scrittura: non è l’ispirazione a provocarla, né qualcosa che ci viene inoculato dall’esterno. Ma come la circolazione invade il corpo intero in tutte le sue sedi. Non riesco a immaginare la poesia fuori da questo meccanismo: prima ci sono le letture, il magazzino, il naturale assorbimento o filtraggio delle nozioni e poi c’è una ragione emotiva, una forma particolare di ragionevolezza nell’essere che guida la coscienza nel suo farsi testo. La memoria o un particolarissimo ricordo, a quel punto, può innervarsi o, in taluni casi, incistarsi. L’organismo deve essere pronto ad accogliere e assecondare questo movimento, interpretandolo col giusto ritmo. Quando mi è capitato di leggere recentemente alcuni testi di Octavio Paz, ho sperimentato una sorta di sensorialità pervasiva sempre ricondotta a strumento della ragione. D’altra parte, nella stessa meccanica dei fluidi sono tre i fattori fondamentali: densità, peso specifico e pressione. Ciò che contribuisce alla realizzazione di una equilibrata complessità. Al di fuori del processo di alterazione “fisica” non è data e non può darsi poesia.

 

2.

In una delle canzoni più celebri interpretate da Johnny Cash, the man in black dice di vedere un’oscurità («I see a darkness»). Quale oscurità ti è capitato di vedere e come ne hai scritto?

 

Prima di rispondere alla tua domanda ho riascoltato la canzone. Siamo generalmente portati, quasi per istinto, a identificare l’«oscurità» con la – credo sia lecito dirlo – «depressione». E, di certo, nella teoria di significati che si assiepano quando evochiamo questo termine, tra i primissimi scorgiamo l’«ombra» e tutte le sue possibili definizioni. The man in black è un pezzo country e quell’«oscurità» evocata Johnny Cash è, per me, l’ombra di uno sceicco che si allunga dietro ai suoi speroni. È un fumetto, una chiara rappresentazione di ciò che ci spaventa e ci segue. L’ombra provocata da un’obliquità. È quell’Ombra della sera rinvenuta a Volterra e ora conservata al Museo Guarnacci. Qualcosa che ci ricorda la morte. Fare esperienza della condizione dell’oscurità è un’altra cosa. Ce l’hanno insegnato Hölderlin, Celan, Amelia Rosselli. E dico questo senza pensare alla dimensione tragica dei loro destini. Fare esperienza dell’oscurità non è un riaffacciarsi dell’ombra sul nostro cammino, piuttosto un tentativo di penetrarla. C’è una tecnica in incisione che ho imparato a conoscere attraverso l’opera di Giulia Napoleone e che ben si adatta a quello che intendo dire: un lavoro di acidi, raschietti e brunitoi che ha il fine ultimo di riportare a galla il bianco. E con esso la luce. Ho cercato in più punti del mio primo libro, Pronomi personali (Interlinea 2017), di approdare a questo risultato, descrivendolo in un testo che fa parte della sezione intitolata Qualcosa che sembra la neve: «lavoriamo per giorni sopra le parole; da giorni lavoriamo silenziosi intorno al nero. componiamo saggiamente le immagini; disegniamo immagini nere e silenziose. lavoriamo di silenzio e di nero. un nero che sembra la notte. la notte di tutti i bambini neri e di noi dentro come una prigione: ossessiva prigione di parole. intanto, fuori da questo mattino, fuori dalle dita e dalla gola, lievemente, nei giorni di lavoro e di parole, la neve, da sola, trascolora». Vorrei ricordare infine alcune parole di Franco Fortini che mi sono particolarmente care e che conservo come sua eredità, solo in apparenza contrarie a quanto detto perché sorelle nello sforzo: «Ma allora, in versi, dove la natura stessa della poesia è ambiguità e piani diversi di significato, cercavo la ‘chiarezza’, l’apparente chiarezza ‘prosastica’, la semplicità ricca di significati che si rivela essere il contrario della semplicità di un significato solo; cercavo il nitore che è la spia della oscurità connessa alla parola, all’organismo e al suo morire».

 

3.

Nel discorso tenuto in occasione del conferimento del Premio Nobel per la letteratura, Bob Dylan, ricordando il suo primo punto di riferimento artistico, l’amico Buddy Holly, dice che sembrava esserci in Buddy qualcosa di permanente («something about him seemed permanent») e che riusciva a trasmettere qualcosa che gli faceva venire i brividi («he transmitted something» … «and it gave me the chills»). C’è un poeta che ti fa sentire così quando lo leggi e perché?

 

Ci sono versi che tengo a mente e che non esauriscono mai la loro energia maieutica: versi da cui nascono altri versi in grado di stabilire un dialogo con la tradizione. Devo molto al Sereni di Un posto di vacanza, ma anche a Scipione o a Edoardo Cacciatore. C’è stato un periodo intenso di letture, durante gli anni del dottorato, che mi ha permesso di incamerare ritmi diversi, immagini, pensieri. Potrei dire di aver contratto un debito largo e generico con buona parte della poesia italiana scritta e pubblicata dagli anni Cinquanta a oggi, ricordando le ore passate a sfogliare riviste come «Questo e Altro», «Paragone», «Baldus», «Poesia», «l’immaginazione». Non voglio eludere la domanda, provo a contestualizzarla e a portarla in un terreno a me più prossimo. Potrei dirti che certi brividi tornano puntuali quando torno su un sonetto di Petrarca o quando invece leggo qualche pagina, altrettanto laica e tagliente, di Simic (cfr. La vita degli oggetti). Non c’è, dunque, alcuna remissione: i brividi sono quel movimento sussultorio da cui, in virtù della tradizione, nasce una nuova scrittura.

 

4.

Un altro Premio Nobel per la letteratura, Seamus Heaney, ha detto che Eminem ha creato un senso di ciò che è possibile iniettando un voltaggio nella sua generazione («he has created a sense of what is possible. He has sent a voltage around his generation») non soltanto con il suo comportamento sovversivo ma anche attraverso la sua energia verbale («He has done this not just through his subversive attitude but also his verbal energy»). C’è stato/c’è un poeta che per te corrisponde a questo identikit?

 

Vorrei tentare una piccola genealogia di nomi, prima di arrivare al presente. E mi attengo strettamente al senso della tua domanda. Negli anni Settanta c’è stato, per la sua generazione, Milo De Angelis con «Niebo», e questo è un dato ormai storiograficamente accertato. Oggi assistiamo – il fenomeno è relativamente recente e parte fondamentalmente dalla mia generazione – a un recupero e a un riposizionamento di Mario Benedetti nella corrente di «Scartominimo», dalla quale infine emerge con una centralità rivelata soprattutto da Umana gloria. Ricusando qualsivoglia elogio del tempo che fu, mi sento di dire che oggi si alimenta piuttosto un sistema monadico soggetto alla legge dell’autodeterminazione e afflitto da una sindrome darwiniana che non guarda più alla specie, sovraesponendo l’io. Non è un discorso facile da affrontare, essendo tutti più o meno coinvolti in questo processo di mancata identificazione (da parte degli altri) sociale (penso alla società dei poeti, ovviamente). Cosa rispondere? Ci sono agitatori di acque – scomposti movimenti che diventano tsunami destinati a stagnare, con buona pace di queste divinità trapassanti, in una malevola risacca. Posso dire che amo chi preserva la lingua e chi, nella scrittura, cerca di potenziarne il valore con coscienza. Coscienza è un termine che ho già usato per un’altra risposta. Dovremo prima o poi riabilitarlo in chiave fattiva, insieme a sua sorella “responsabilità”.

 

5.

Scegli una tua poesia e ci spieghi perché ti rappresenta?

 

doveva riprendere prima o poi
l’usanza di mandarci cartoline
o forse codici, messaggi più sottili
quando il tempo affonda
e nessuno torna per nessuno.
un rigo appena per finalmente dire
che molto più ci sopravvive
il saluto giunto da lontano,
che va tutto bene, che la vita
piano piano diventa
un gesto inutile nell’aria.

 

Ricordo che questa poesia è nata quasi nel segno di amicizia, provvedendo io molto spesso a spedire da viaggi che sono, negli anni recenti, diventati via via sempre più lunghi e numerosi, qualche cartolina dal luogo in cui mi trovo. E quale sorpresa, poi, quando ho scoperto di “condividere” questa passione nientemeno che con Antonio Tabucchi! Ma i messaggi che arrivano dalla mia terra sono essenzialmente messaggi cupi, messaggi di morte. Non è un dialogo fra le ombre, è piuttosto una meditatio improntata al genere delle familiares. Il tono è solo apparentemente consolatorio, e non è da un esilio che qui si scrive. È la vita, con la sua inevitabile e ultima dissolvenza, a ricordarci l’importanza del dialogo: se non c’è conforto per l’ineluttabile destino, vero è che possiamo tentare di ricomporre i pezzi della nostra identità attraverso una rete di affetti. Che sia la «corrispondenza d’amorosi sensi» di Foscolo? Non so. So che per prima cosa ho cercato di corrispondere a un’idea di ritmo che ha bussato alla mia mente, mettendo in mezzo una specie di indiretto libero molto parlato che conferisse al testo un carattere espressamente colloquiale. Il ritmo e le immagini, questo mi interessava e continua a interessarmi. Insieme al pensiero.

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Sono del 2017 l’ultimo libro di poesie di Jean-Charles Vegliante, Où nul ne veut se tenir (Bruxelles, la Lettre volée) e quello di Marco Corsi, Pronomi personali (Novara, Interlinea).