Il virtuosismo di un intellettuale atipico

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Gabriele Frasca

Se la scena poetica italiana non fosse. Se la scena poetica italiana non fosse sempre più povera e bidimensionale. Rewind – riprovo: se la scena poetica italiana non fosse sempre più povera e bidimensionale, Gabriele Frasca avrebbe il posto che si merita, nel pantheon dei poeti più importanti e incisivi da almeno trent’anni a oggi; un intellettuale il cui raggio d’azione illumina almeno tre generazioni di poeti.

Sfogliando le rassegne dei festival di poesia o cicli di incontri che attraversano ogni anno la penisola, la presenza di Frasca è sporadica, rara; eppure è un performer eccezionale e collabora da sempre con musicisti.

Nei saggi critici dedicati alla poesia degli ultimi vent’anni, pare impossibile non incappare continuamente nel suo nome, nella sua ricerca. Non riesco a comprendere il perché di questo scollamento: da una parte la ricezione accademica, critica, che ne esalta l’azione sul tessuto poetico e dall’altra l’inspiegabile assenza dalla maggior parte dei palinsesti, dove la poesia incontra un pubblico più vasto. Sembra che Frasca paghi la totale libertà, mancanza di toponomastica chiara nel suo percorso, con un’esclusione dai toni educati – quanto intransigente.

Spesso si cerca di convogliare la sua versatilità, forzandola dentro la gabbia del “neometricismo”. Lavorare con le forme chiuse, in Frasca, significa non solo fare i conti col passato e riattivarne i codici ma porre il sonetto quanto la sestina o la quartina in endecasillabi, come uno dispositivo elettronico o un formato di 16:9, su cui innesta la sua ossessione del tempo. Alla sestina lirica infatti ha anche dedicato lo studio più approfondito dai trovatori al Novecento: La furia della sintassi (Bibliopolis, 1992).

Sul versante autoriale ne trascina la forma, la ridondanza della sestina lirica, alle estreme conseguenze, con quel capolavoro irraggiungibile di Poesie da tavola (ora contenuta in Lame, L’Orma, 2016). Dico irraggiungibile, e potrei dirlo per gran parte della sua produzione poetica, dagli inizi a Rive (Einaudi, 2001) e Rimi (Einaudi, 2013), perché non penso ci sia un altro autore, in Italia, in grado di riuscire a scrivere come lui, a piantare la tenda nel confine estremo della “forma”, la stessa che abbonda nei manuali di metrica e stilistica, e lì, spostare sempre più in là quel confine, da non riuscire a vedere più anima viva attorno.

Chiunque studi Lettere, o si interessi alla poesia, alla sua storia metrica e formale, dovrebbe frequentare assiduamente i versi di Frasca e accorgersi della distanza che marca; distanza non orizzontale. Più procede nel virtuosismo, più ci si accorge, e da lettori e da scriventi, che la distanza è verticale, e Frasca sta su, più su degli altri – come se nei polpastrelli avesse i piedi di Maradona, l’agilità e la precisione del primo Tyson.

Chi pensa che il suo sia manierismo chiuso, muscolatura metrica, ossessione della tradizione, non ascolta i versi pulsare, fatica a diventare cassa di risonanza della poesia, dove la metrica diviene un espediente compositivo, mai come in Frasca: musicale, ritmico, percussivo. Pare un Glenn Gould in chiave poetica ma al posto di Bach ci troviamo la tradizione.

Oltre alla maestranza autoriale (termine a lui caro: maestranza; più di “maestro), Frasca si conferma come uno dei più importanti traduttori e studiosi di Beckett, tra i primi in Italia a riscoprire la grandezza di Philip Dick, il grande traduttore dell’impossibile Dylan Thomas e frequentandolo, gli si rivela la natura anfibia del tredecasillabo, metro con cui sta forgiando le ultime poesie. Come talent scout instancabile ha scoperto molti poeti, facendo della (purtroppo defunta) casa editrice d’If, la più interessante officina poetica degli Anni Zero.

Con il romanzo I cancelli d’acciaio (Luca Sossella, 2011) porta la lingua italiana a esplodere nella propria ricchezza sonora, lasciando al lettore dei cocci luminosi incastrati nelle pupille e un’orchestra dentro che riecheggia per molto, anche dopo aver abbandonato la lettura. Nel saggio La letteratura nel reticolo mediale (Luca Sossella, 2015) analizza lo studio della letteratura da una prospettiva, se non insolita – estremamente rara: quella mediale. Anche per questo forse è l’unico docente universitario in Italia a insegnare Media Comparati.

Basta farsi un giro nei portali online di libri per avere un’idea della produzione di questo esemplare autore. Non frequentare il suo lavoro significa precludersi uno dei vertici della produzione poetica contemporanea. Quando ho iniziato a scrivere poesia e a esplorare la dimensione musicale che il dizionario permette, uno dei consigli più importanti è stato: leggiti Frasca! Consiglio che seguo da anni, anche come palestra di oralità, eseguendo i suoi versi ad altra voce, facendone la mia preghiera laica.

In silenzio o ad alta voce: leggetevi Gabriele Frasca!

Julian Zhara

Photo credit: Dino Ignani