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Ezio Sinigaglia. Grave disordine con delitto e fuga

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Ezio Sinigaglia è uno dei nostri grandissimi scrittori e come tale sarà ricordato. Nato nel secolo scorso, ha trovato in questo il suo pieno riconoscimento.

In un’intervista ha detto che forse era troppo avanti, ma io credo che non fosse né avanti né indietro, ma laterale, obliquo, rispetto a un Novecento stanco, un pachiderma cieco, rimbambito, che si augurava soltanto di finire.

Il Duemila lo trova invece lieve, in cerca di identità, e ventiquattro anni dopo è ancora frastornato, ma vivo e in questa vita, e le pagine dei racconti di Ezio Sinigaglia sono una bussola meravigliosamente sfasata dove il Nord non è mai solo il Nord e le lancette si muovono a capriccio.

Della sua prosa abbiamo imparato a riconoscere il suono, quell’uso delle sillabe come note di xilofono, dove le pagine volteggiano davanti ai nostri occhi, apparentemente vive, come foglie cadute che il vento o il fiato gonfiano di movimento e incanto.

Esce, per TerraRossa Edizioni, Grave disordine con delitto e fuga.

Dal suo Sillabario abbiamo dedotto la passione di Sinigaglia per il giallo e non ci sorprende la capacità che ha di preparare il colpo di teatro. Solo alla fine di questo racconto il disordine, inizialmente lieve, si tramuterà in grave, gravissimo.

Come riesca, Sinigaglia, a descrivere, per pagine intere, un particolare di un personaggio dovrebbe essere contemplato, nelle scuole di scrittura, al pari dell’uso della luce da parte di Vermeer nelle accademie.

La storia contrappone il potere alla bellezza. L’ingegnere De Rossi, rampollo di una famiglia ricchissima, con un ruolo di prestigio in almeno quattordici aziende, uomo ordinato e scrupoloso, viene catturato dalla bellezza inconsueta del Magnifico Jimmy, un fattorino di diciassette anni, ultima ruota dell’ultimo dei carri.

De Rossi, abituato ad ottenere sempre ciò che desidera, non può accettare di rinunciare alla “cosa” più bella che abbia mai visto. Il desiderio di possedere quel magnifico fattorino ci viene raccontato attraverso deliziosi particolari. Sinigaglia si diverte a introdurre il disordine come suadente desiderio di temporanea anarchia. E in questo disordine, che infine diverrà grave, è possibile scorgere una chiave nuova rispetto alle opere precedenti, una chiave politica che, attingendo a categorie arrugginite, potremmo persino definire marxista.

Con maggiore eleganza e minore violenza, Grave disordine con delitto e fuga ricorda Il bambino proletario di Osvaldo Lamborghini ma, a differenza dello scrittore argentino che, con un effetto particolarmente disturbante, era solito raccontare solo la violenza brutale del padrone sull’operaio, Sinigaglia ci mostra qui come la bellezza possa, anche solo per un momento, portare sconcerto nel potere, di come possa quasi riuscire a soverchiarlo, ad arrecargli dolore, e come a questo disorientamento il potere reagisca con incalcolata violenza, riportando l’equilibrio con l’esercizio del disprezzo.

Di seguito, in collaborazione con l’ufficio stampa di TerraRossa Edizioni, pubblichiamo un breve estratto.

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Fin dal primo colloquio l’ingegnere De Rossi sospettò che le virtù del magnifico Jimmy fossero tenute in equi­librio da un magnifico vizio, ma fu indotto purtroppo ad escludere che il vizio di Jimmy fosse destinato a entrare in relazione piacevole con il suo lieve disordine.

Appariva evidente all’ingegnere De Rossi, dopo il primo colloquio con Jimmy, che il tallone di Jimmy, se così si può dire, era precisamente il suo sdegno accaldato verso tutto ciò che sembrava deragliare dai binari delle idee ricevute e della sua fulgida meta. Ma questo tallone di Jimmy non si prestava ad esser trafitto da alcuna freccia della faretra dell’ingegnere De Rossi, poiché anzi il tallone di Jimmy era la più poderosa garanzia della sua invulnerabilità a quelle frecce. Era, a voler ben guardare, un tallone di Pa­ride, e nient’affatto di Achille.

Per svezzare quel magnifico cucciolo e farlo appetitoso delle vivande che l’ingegnere De Rossi era ghiotto di spe­rimentare con lui occorreva del tempo, e l’ingegnere De Rossi era più che disposto, nel perseguimento della sua strategia di riordino, a dedicargliene molto e perfino mol­tissimo. Ma Jimmy, come era emerso con straordinaria chiarezza fin dalle prime battute del loro colloquio, non aveva tempo da perdere neppure per tre sillabe in più. Il paradosso, a modo suo divertente, era questo: che l’inge­gnere De Rossi, che aveva sempre ottenuto senza sforzi soverchi tutto ciò di cui lo attraversava il capriccio, per importante o insignificante che fosse, non avrebbe potuto ottenere la cosa più bella che avesse mai visto per la ra­gione semplicissima che la cosa più bella che l’ingegnere De Rossi avesse mai visto non aveva tempo per l’ingegne­re De Rossi. Per un caso tortuoso e di rarità inverosimile, l’ingegnere De Rossi, ch’era si può dire fin dalla nascita alla guida di un convoglio straordinariamente variopinto, complicato e possente, si trovava a trent’anni a desidera­re con fissità sconosciuta l’ultima ruota dell’ultimo carro della sua carovana, e questa minuscola, insignificante ro­tella non aveva tempo di fermarsi un istante per sottopor­si alle piacevoli e corroboranti lubrificazioni della mano dell’ingegnere De Rossi, una mano educatissima, signori­lissima, sofisticatissima, ed eventualmente provvidenziale e munifica.

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