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Filippo D’Angelo. Le città e i giorni

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Tempo e spazio. Due concetti cardine per l’opera qui presente.

Entrambi contratti, dilatati, manipolati ai fini narrativi per dar forma ad un tranche de vie di esistenze agli antipodi. Quella di Maurizio e del fratello Emanuele, architetto il primo, mancato scrittore il secondo, ora impegnato al fronte ma con un segreto sulle spalle che minaccia di annientarne la carriera nonché l’etica di una vita intera, due individui segnati da un mal de vivre la cui scelte professionali riflettono gli spauracchi di una fragilità contemporanea sotto gli occhi di tutti.

Fratelli, si diceva, che si muovono all’interno di un dittico di vite fuori asse, traghettando in un dinamismo geografico dove spesso appaiono come organismi inermi più che artefici. Un fluire costante da una città all’altra, attraverso asettiche stazioni di posta in cui perdersi e annullarsi continuamente, zittendo le voci di un’infanzia che non smette di echeggiare nel presente, sacrificando doveri familiari e responsabilità, per dar spazio a un individualismo fagocitante che rimanda a quell’«impero del sé» tanto caro ad Adam Curtis. Una società in cui tutti si «sentono allo stesso modo», senza mai sfuggire a una condizione di solipsismo. «Un mondo plasmato sull’individualismo, in cui ogni individuo è intrappolato nei propri sentimenti, nelle proprie fantasie.»

Persone mobili divorate all’interno di società altrettanto mobili. Il riferimento all’opera di Yona Friedman è esplicito nel testo e funzionale a tratteggiare una freddezza emozionale di due protagonisti obliqui, profondamente diversi, Maurizio ed Emanuele, fagocitati entrambi all’interno di situazioni più grandi di loro: il ruolo di responsabile di progetto per la realizzazione di uno dei quattro grattacieli nell’area dove si sarebbe svolto l’Expo 2015 il primo, un’inchiesta su un possibile abuso di minori da parte di alcuni soldati francesi, il secondo.

Due vicende agli antipodi per due fratelli inconsapevolmente legati da un senso di perenne incompiutezza esistenziale, senza contare l’ansia prestazionale di provenire entrambi da una famiglia le cui luci della ribalta richiedono un costante atto di forza e un passaggio di testimone a cui Maurizio non vuol prender parte.

Rinunciare alla vocazione di architetto («a sei anni costruivi meravigliosi zigguart di Lego!»), scappare a Parigi e costruirsi una vita lontano dall’ingombrante figura paterna non sarà dunque sufficiente al nostro per rinunciare alla commessa definitiva. Un ruolo per cui altre persone sarebbero disposte ad uccidere, commissionato da un padre la cui fama professionale monopolizza ancora l’attenzione della stampa, lo porterà a interagire e confrontarsi con un altro nucleo familiare le cui tossiche relazioni interne non sono poi troppo diverse da quelle in cui è cresciuto lui.

Zieberman padre e figlio Ariel sono infatti due figure in eterno conflitto: archistar di fama internazionale il primo, rampollo psicotico dedito al consumo di droghe leggere e una vita sregolata, il secondo. Sarà in questo focolaio domestico che Maurizio si troverà nella delicata situazione di mediatore emozionale e lavorativo, tra screzi familiari alla brownstone house e masterplan sabotati nei pressi di Ground Zero. Un ruolo delicato che lo porterà a seguire Zieberman figlio in un viaggio oltreoceano fino ad Israele, mentre il suo stesso ruolo di padre e compagno verrà messo in discussione da una slavina di incontri inaspettati, folgorazioni da una notte e responsabilità più grandi di lui. Un fluire affannato di situazioni che, in chi legge, più volte ha ricordato il moto di costante di un corso d’acqua le cui sponde opposte, Maurizio ed Emanuele, restano legate dalla tratta ma i cui destini sono destinati a rimanere divisi sino al raggiungimento della foce.

Una foce che l’autore lascia volutamente celata fino all’epilogo, deliziosamente soffuso, etereo, in contrasto con la fredda scansione degli eventi proposti fino a lì. Una chiusura sospesa così come sospesi restano i giudizi e le facili retoriche che si potrebbero spendere sugli atti più o meno leciti dei personaggi, l’autore quindi sceglie una prospettiva esterna, allontanando la telecamera fino a quando l’intera mappa non è compresa nell’inquadratura, favorendo una narrazione che si muove per situazioni e contesti.

Città mobili e città personaggi dunque, nel tentativo letterario, a parer mio più che riuscito, di umanizzare il progetto urbano, disumanizzandone i soggetti al suo interno, che in alcuni frangenti appaiono poco più che pedine senzienti assuefatte al volere di metropoli ostracizzanti e fameliche.

Parigi, Milano, Genova, New York, diventano così protagoniste al pari dei nostri, cellule la cui massa ingombrante e onnipresente satura la pagina di una vitalità tangibile, minuziosamente ricostruita nei dettagli e nei puntuali riferimenti edilizi. Il vento gelido newyorkese allo stesso modo dell’“ospitale insignificanza” di Buenos Aires, nel suo susseguirsi di “palazzine volgari”, così come la malandata ostentazione genovese incapace di gestire il nuovo flusso turistico, impreziosiscono la narrazione di una personalità la cui voce architettonica riverbera quando i suoi attori in carne ed ossa restano in silenzio.

In questo, che si tratti della Milano da bere del quartiere CityDays o della Repubblica Centraficana in balìa di fosche operazioni umanitarie da copertina, poco importa. L’opera di Filippo D’Angelo, pone in primo piano costante l’antropocentrismo di figure emotivamente incomplete, insicure e “traballanti”, domatori del jet lag incapaci di regalare due parole d’affetto alla compagna dopo una traversata di dieci ore, continuamente disposte a sacrificare una parte dell’anima al cospetto della chiamata mediatica. Ecco dunque, puntuale, il timore per la gogna sociale che invade il privato con la stessa foga del cemento imperialista che appiana il campo di battaglia al termine del conflitto, che giustifica l’invasione militare con la necessità del risanamento civile, anche a scapito dell’identità di una nazione intera.

In questo moto costante di potenze e manipolazioni geopolitiche e identitarie, appare funzionale, se non necessaria, l’alternanza di una terza persona la cui ricercatezza linguistica amplifica le superfici traslucide di un’intercapedine narrativa che brilla per stabilità e padronanza.

Nel lucido carteggio contemporaneo, Le città e i giorni appare dunque come un monolitico atto di coraggio che chiama al banco dei testimoni il popolo degli insonni, le divinità griffate artefici degli skyline più ambiziosi, i dominatori dei voli intercontinentali, delle relazioni a distanza perché “non si può fare in altro modo”, figli prodigio di un dinamismo errante, immateriale, necessario in quanto panacea universale, fonte di ossigeno, rifugio necessario allo spleen che incombe.

Stefano Bonazzi

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Le città e i giorni

Filippo D’Angelo

Nottetempo

18,00 euro — 336 pagine

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