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Elisabetta Carbone anteprima. La voce e le cicale

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Le accuse a un padre narcisista: «Tu, di essere padre, non te lo meriti. È Tamara, finalmente, a liberarsi di te. A fare una cosa contro natura, contro la propria natura. Adesso non ha più neanche l’illusione di avere una radice. Adesso non è più né l’uovo né la gallina. È un’autogenesi, la sua, è qualcosa che non può esistere. Tu l’hai costretta a essere qualcosa che non esiste».

Un rapporto difficile: «Mio padre, di me e di Marta, non vuole sapere niente. La vita gliel’abbiamo guastata. Ti manda i fiori perché tu, a lui, la vita, gliela aggiusti, gliela rimetti insieme».

I lamenti di un giovane musicista: «Non sono mio, sono della musica. Devo fare le cose che mi impone, altrimenti mi sento in pericolo. Se non eseguo, ne pago le conseguenze. La ragione, la passione, mi obbligano. E non posso fare nient’altro».

È in libreria La voce e le cicale di Elisabetta Carbone (Prospero editore 2024, pp. 296, € 18).

Elisabetta Carbone è scrittrice e insegnante di lettere. I suoi L’uovo sodo e Pareidolia sono stati rispettivamente finalista e semifinalista al contest dedicato ai racconti del Premio Italo Calvino, altri sono apparsi su riviste letterarie e antologie. La voce e le cicale è il suo primo romanzo.

In una Bologna dipinta con cura si intrecciano le vite di Debora, Giacomo e Tamara. Tamara condivide con suo padre Giacomo la passione per la musica: lei aspirante cantante lirica, lui noto direttore d’orchestra. Tuttavia, il loro legame nasce segnato da tensioni, segreti non svelati e decisioni imposte che alla fine creano un divario insuperabile.

Nel frattempo, Debora, una donna indipendente e sagace, costretta a confrontarsi con il dolore fisico a seguito di un incidente che ha segnato la sua vita, diventa una figura di salvezza che si prende cura sia di Tamara che di Giacomo che ama fin dai tempi dell’università.

La voce e le cicale cattura il lettore con una trama coinvolgente, caratterizzata da tensione costante, flashback continui e il dolore delle relazioni velenose che permea l’intera narrazione.

Emerge la sofferenza della figlia: «Mio padre fa tutto quello che vuole e non gliene frega niente di nessuno. E nessuno ha il coraggio di dirgli niente. Ma tu fai peggio, perché tu hai sempre questo modo con lui, che è uno stronzo con tutti».

È un romanzo che esplora la mente di un’artista dominata esclusivamente dalle proprie emozioni.

È anche il manifesto di una genitorialità fallita e narcisista contro la speranza e il dovere dei figli di essere migliori dei padri per sfuggire all’abisso.

Carlo Tortarolo

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Sdraiata nel letto, supina, Tamara spalanca gli occhi e chiude la bocca mentre il cuore martella nelle orecchie: sente le labbra secche del respiro della notte, la guancia bagnata di un rivolo di saliva sfuggito durante il sonno. Ansimando, lascia vagare lo sguardo sul soffitto a pezze chiare e scure, sagomato dalle forme geometriche dell’alba: in via Castiglione la luce sembra arrivare in anticipo rispetto al resto di Bologna. Sarà meglio essere in ospedale alle sei invece che alle sette: magari la fanno preparare subito e l’intervento inizia prima dell’orario stabilito. Così l’anestesia svanisce più in fretta e, chissà, si spiccia ad arrivare anche la notte, e poi domani mattina e il momento di tornare di nuovo a casa.

Qualche ora più tardi, stesa nel letto che le hanno assegnato in ospedale, Tamara si sveglia lentamente con un sapore ferroso in bocca. C’è un uomo, accanto a lei, vestito di bianco. È il chirurgo: osservando le sue labbra fra la barba, Tamara riesce a capire rimozione, non c’è più niente e biopsia.

«Adesso bisogna solo aspettare.»

«Quando ci sarà l’esito?» Ma è inutile tentare di parlare: la sua gola è una caverna in cui il fiato è vento fra le pareti. E in quel vuoto non si sposta niente, non risuona niente.

«Ha qualcuno che la assista per stanotte?»

Tamara scuote la testa e la piega per deglutire la saliva ferrosa.

«Come tornerà a casa domani?»

Con indice e medio mima una camminata. Sorride, le sembra di sentire addirittura un accenno di dolcezza.

Mentre il chirurgo continua a parlare, Tamara misura il vuoto nella sua gola, il silenzio che la occupa. Alza il pollice al medico, che la saluta alzandolo a sua volta mentre esce dalla stanza.

Debora allunga le braccia, si libera dalle lenzuola e si aggrappa alla maniglia che sporge dalla struttura del letto. Si veste a occhi socchiusi. Prende il bastone e, facendo sforzo sulle gambe, si sposta in cucina.

Mentre il caffè sale nella moka, si avvicina all’unica finestra affacciata su via Azzo Gardino; il viavai di persone a passeggio occupa tutta la strada, ma riesce a scorgere i capelli neri di Tamara mentre sale le scale per arrivare da lei. Debora apre la porta e incontra subito i suoi occhi.

«Devo vedere mio padre.» Tamara entra e si siede al lato lungo del tavolo. Gracida: le parole si interrompono all’improvviso, perché il flusso d’aria passa sulle corde vocali rigide. Tutto è cominciato, racconta, perché faticava a deglutire; poco alla volta, si era accorta che sentiva sempre peggio – sai quante volte ho provato con gli airpods a manetta piantati nelle orecchie? Ma niente, sembrava tutto lontanissimo. Alla fine, è andata via la voce. È stata da tutta una serie di medici: l’ultimo le ha fatto togliere dei noduli dalla gola. Aspetta il risultato della biopsia.

Debora la guarda negli occhi. «Perché vuoi vedere Giacomo?» Si sistema sulla sedia, appoggia le mani al tavolo per premere meno sul bacino: «Valuta se è davvero importante.»

Tamara si alza e va verso la finestra. «Sono passati tre anni.» La sua voce è un filo. «Credo che sia il momento di parlare. Devo almeno provare ad avere alcune risposte che non mi ha mai dato.» Si volta verso la strada, guarda davanti a sé. «Devo fargli delle domande che non gli ho mai fatto.»

Via Azzo Gardino si illumina appena cala la sera; c’è Parco Undici Settembre ex Manifattura, la Cineteca, il dipartimento di Filosofia e comunicazione, i locali. Debora si ferma per un po’ a guardare dalla finestra tutte quelle persone che passeggiano, occhieggiano, desiderano prima di andare a dormire.

Si sposta dalla finestra quando un dolore lancinante alla coscia la blocca sul posto, inchiodandola a metà del passo, poi riesce ad arrivare al tavolo. Sedendosi, appoggia il palmo sul telefono, sfiora lo schermo e se lo accosta all’orecchio.

La risposta arriva quasi subito. «Sono in teatro. Stavo discutendo con un cretino.» Giacomo sbuffa. «Credevo che a quest’ora stessi andando a dormire.»

«Tamara ha bisogno di parlarti, e io le ho dato l’indirizzo.»

«Io però non voglio parlare con lei.»

«Dovresti.»

Giacomo abbassa il volume della voce. «Se avessi voluto essere cercato, non sarei venuto a chiederti un posto dove andare.»

Tre anni fa Debora gli ha dato una casa in cui poter essere dimenticato. Una casa abbastanza lontana da Bologna, ma abbastanza vicina da non sentirsi solo, in cui lei potesse sapere che lui esisteva e non contarci. La casa di Ca’ di Giano.

Ne aveva bisogno Giacomo, quindi lei ne avrebbe fatto a meno. Da sempre, ormai, se Giacomo ha bisogno di qualcosa, di qualsiasi cosa, che Debora gli può dare, allora Debora può farne a meno.

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