Benvenuto su Satisfiction   Click to listen highlighted text! Benvenuto su Satisfiction

Asmaa al-Ghoul anteprima. La ribelle di Gaza

Home / Anteprime / Asmaa al-Ghoul anteprima. La ribelle di Gaza

Il dramma dei palestinesi: “Credo che i nostri veri occupanti siano quelli interni, Hamas, Fatah, i partiti… e poi arriva la grande occupazione: Israele. Non ci si può liberare della grande senza liberarsi delle piccole”.

Lo spirito di una città: “Gaza è sempre stata ribelle, da Sansone in poi. Nessuno è mai riuscito a governarla per più di vent’anni. È una città folle, cocciuta, che dà dipendenza. Io ne sono la figlia e sono fatta come lei”.

È in libreria La Ribelle di Gaza di Asmaa al-Ghoul e Selim Nassib (Edizioni E/O 2024, € 16,50, pp. 208 con traduzione dal francese di Alberto Bracci Testasecca).

Asmaa al-Ghoul ha ricevuto il prestigioso Courage in Journalism Award dalla International Women’s Media Foundation ed è descritta dal New York Times come una donna “nota per la sua posizione di sfida contro le violazioni dei diritti civili a Gaza”.

Selim Nassib (nato nel 1946), giornalista di Libération e romanziere con le Edizioni E/O ha pubblicato Ti ho amata per la tua voce, L’amante palestinese e la raccolta di racconti Una sera qualsiasi a Beirut.

Asmaa Alghoul, giornalista di Gaza, e lo scrittore libanese Sélim Nassib hanno collaborato per creare un libro che racconta la vita di Asmaa. Nata nel 1982 nel campo profughi di Rafah, nella Striscia di Gaza, Asmaa ha vissuto le sfide della sua terra, con la presenza di occupazioni sia israeliane che islamiste. Il suo racconto è una testimonianza di cambiamento sociale, di resistenza e di speranza in un ambiente segnato da conflitti e da tentativi di controllo.

Asmaa rifiuta l’Islam oscurantista che Hamas cerca di imporre a Gaza. A volte sostenuta, a volte minacciata di morte, trasgredisce i divieti che ritiene assurdi e diventa giornalista.

La violenza di Israele e di Hamas, ma anche la corruzione di Fatah, il partito al potere in Cisgiordania, sono stati oggetto di articoli che le hanno procurato un riconoscimento internazionale.

Determinata e dedita alla sua liberazione attraverso la scrittura, l’istruzione e la cultura, dipinge il ritratto sensoriale del Paese natale che ama appassionatamente e che negli anni è diventato un calderone di guerre e fondamentalismi.

Il libro offre una prospettiva unica sulla vita a Gaza, svelando le contraddizioni e le sfide di una comunità intrappolata tra conflitti politici e restrizioni culturali. Attraverso le esperienze di Asmaa, emergono temi universali di coraggio, speranza e perseveranza, che risuonano al di là dei confini geografici e culturali.

Le guerre hanno insegnato ai palestinesi della Striscia di Gaza a convivere con la morte. Per lei, sono loro i veri vincitori, perché sopravvivono e ricevono ogni volta una nuova vita.

In un mondo segnato dalla divisione e dalla sofferenza, il racconto di Asmaa Alghoul rappresenta una testimonianza preziosa della forza dello spirito umano e della ricerca incrollabile della libertà.

Un libro da leggere tremendamente attuale.

Carlo Tortarolo

#

Sbuca da un vicolo del Cairo e ti salta al collo. Non la conosci, non l’hai mai vista. L’amico che sta con lei le ha detto chi sei, lei ha spiccato la corsa, la sua risata ti avvolge, ha gli occhi che le brillano, ti guarda e cerca in te quella cosa che hai scritto un giorno su Umm Kalthum e che le è piaciuta o qualcos’altro, un particolare, un segno di riconoscimento che ti faccia diventare uno della sua banda, uno di quelli con cui può parlare liberamente. Era la fine del 2011, il cuore della primavera araba batteva ancora. Asmaa Alghoul, scrittrice palestinese di Gaza, era in via provvisoria al Cairo per farsi dimenticare un po’. Anni prima si era opposta pubblicamente allo zio, dirigente militare di Hamas, dandogli praticamente dell’assassino in una lettera aperta postata in rete. Altra ragione di quell’allontanamento volontario era la pressione sfibrante che subiva ogni giorno e dalla quale era curiosamente stupita. Il fatto è che tutto ciò che scrive è pervaso da una specie di candore, l’espressione innocente di un sentimento interiore di ribellione di fronte all’islamizzazione forzata, ai cosiddetti delitti d’onore e alle segregazioni sessiste. Non è colpa sua se ha un carattere del tutto incompatibile con il regime soffocante che impera a Gaza. Musulmana, credente, laica, Asmaa non può essere definita unicamente per la sua opposizione a Hamas. Ha parole durissime per la corruzione senza limiti di al-Fatah e per la disumanità criminale di Israele, ma la sua critica si estende alle organizzazioni per i diritti umani, ai movimenti femministi, alle istituzioni internazionali, all’Europa e agli Stati Uniti, tutti più o meno complici di un sistema corrotto che tende a mantenere le cose così come sono. Alla fine con chi si schiera? Con gli umili, i ribelli, gli anonimi, la gente comune. Alle prese con il maschilismo imperante della società, assediata e bombardata da Israele, sottomessa al regime oscurantista di Hamas, Gaza è il punto d’incontro di ogni possibile oppressione del mondo arabo, tutte assorbite e rifiutate dal suo corpo vibrante.

Il piccolo ristorante popolare in cui mi trascina è situato in una viuzza a scalinata, i tavoli con la tovaglia cerata sono sui pianerottoli che dividono gli scalini, la cucina è all’aria aperta, la cuoca è un’amica. Asmaa Alghoul fa amicizia facilmente e parla con tutti nello stesso tono. Possiede una fluidità naturale e un brio che le permettono di dire quello che pensa senza apparire aggressiva.

Infanzia nel campo profughi di Rafah, prima intifada a cinque anni, soldati israeliani che fanno irruzione nel cuore della notte, zii che si uniscono a Hamas e fanno regnare in casa la sua morale, padre spesso assente (lavora negli Emirati arabi) ma tollerante, appassionato di lettura e scrittura… Asmaa mi racconta tutto, e il suo ritratto viene pubblicato sul primo numero dell’Impossible, il giornale lanciato a Parigi da Michel Butel. «Credo che i nostri veri occupanti siano occupanti interni» dice, «Hamas, al-Fatah, i partiti… poi c’è la grande occupazione, quella di Israele. Non possiamo sbarazzarci della grande se non ci sbarazziamo prima delle piccole. La verità è che siamo sottoposti a un assedio mentale molto più imponente dell’assedio alle frontiere».

Torna a Gaza e continua a ubbidire a quel suo radicalismo sottile che la porta a essere bersaglio di tutti, ma non riesce a cambiare. Viene aggredita, riceve minacce di morte, viene sbattuta in prigione dove i poliziotti di Hamas la picchiano con l’idea di trasformarla in una “brava musulmana”, ma resta una delle poche donne a Gaza che si rifiuta di coprirsi la testa perché nel Corano non ha mai letto niente che lo imponga. La sua incapacità di scendere a compromessi condiziona anche la sua vita privata, in particolare i rapporti con gli uomini, tanto che a soli trent’anni ha avuto due matrimoni che si sono conclusi con due divorzi.

Asmaa ripete che non è un’eroina e non vuole esserlo. Il suo sogno irrealizzato è di diventare una donna normale con un marito e dei figli, una vita tranquilla, l’amore, ma è una fantasia inarrivabile, una chimera rapidamente contraddetta dal suo temperamento focoso e dalla sua incapacità a sottomettersi. Non le va più di essere “militante” e rifiuta l’etichetta di “femminista”. L’attività giornalistica, che pure le ha valso numerosi premi, la distoglie dalla vocazione di scrittrice. Sta ancora cercando la sua strada nella letteratura.

Sebbene la sua prima raccolta di racconti, Separazione su una lavagna, sia stata accolta con favore, la seconda raccolta, Città dell’amore e del peccato, è ancora troppo “realista” per i suoi gusti, non vuole consegnarla all’editore così com’è.

Da quel primo incontro nel ristorante sulle scale ci siamo tacitamente capiti, ma il libro che abbiamo progettato di scrivere insieme presenta problemi pratici. Raggiungerla a Gaza? Il regime militare di nuovo al potere in Egitto ha chiuso il confine con la striscia, mentre Israele risponde invariabilmente che la mia domanda di transito è “al vaglio” delle autorità. Lo è ancora oggi. Invitarla in Francia? A fare la valigia ci mette poco, ma, una settimana dopo l’altra, il confine resta chiuso. Tocco con mano cosa significhi “Gaza, prigione a cielo aperto”. Eppure le cose succedono. Un giorno Asmaa riesce a varcare la frontiera con l’Egitto e a prendere un aereo. Ricomincia a parlare in una casa della Normandia sotto gli occhi delle mucche al pascolo, e non smette più. Lei si esprime in arabo, io scrivo in francese. Poi si fa tradurre tutto. Racconta la vita quotidiana di una società controllata da Hamas, come sotto quel giogo si possa amare, sposarsi, subire guerre a ripetizione, andare inspiaggia, pedalare in bicicletta e fumare il narghilè. Ribatte punto per punto alla pretesa di sottomettere la vita a un ordine imbecille. O meglio, la vera risposta all’islamismo che la fa da padrone è lei, la donna che è, la sfumatura del suo pensiero, il suo islam, la possibilità stessa di esistere. Questa “figlia di Gaza” non parla soltanto in superficie, la sua critica non è teorica, è un filo che lei tira, e viene tutto a galla. Non pretende di proporre soluzioni, ma solo testimoniare il fatto che lei e quelli come lei della sua generazione sono vivi, almeno finora.

Click to listen highlighted text!