Emozioni intellettuali nei rettangoli delle pagine: Valerio Magrelli e Gilda Policastro

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Perché la poesia e Greta Thunberg possono purificare il «sangue amaro» degli orrori che ci circondano? Perché «la differenza tra musica e poesia è la stessa che intercorre tra un pneumatico e il prosciutto»? Perché Carlo Bordini «è l’anello mancante tra la Neoavanguardia e le nuove generazioni»? Perché ascoltare Milo De Angelis è come farsi «un’endovena di verità»? Confessioni di poeti…

Questa settimana sono Valerio Magrelli e Gilda Policastro a soffiare «nel fuoco» (così Dino Buzzati) della poesia. Buona lettura!

 

Marco Sonzogni

 

 

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CINQUE DOMANDE AI POETI: VALERIO MAGRELLI (1957) 

1.

In uno dei mottetti per la sua musa girasole, Clizia, Eugenio Montale parla di «segno» che «s’innerva» e lo descrive con queste parole: «sangue tuo nelle mie vene». Cosa o chi s’innerva in te arrivando a scorrere nelle vene della tua scrittura?

Non ho alcun dubbio, rispondo con il titolo del mio ultimo libro di poesia: “Il sangue amaro” – amaro per l’orrore che ci circonda e che soltanto pochi esseri sereni e illuminati riescono a diradare. Grande e incondizionata è ad esempio la mia ammirazione per Greta Thunberg.

2.

In una delle canzoni più celebri interpretate da Johnny Cash, the man in blackdice di vedere un’oscurità («I see a darkness»). Quale oscurità ti è capitato di vedere e come ne hai scritto?

L’oscurità è l’orrore cui accennavo, la cecità che la maggior parte dell’umanità ha per gli altri. Ecco perché li ho soprannominati “alterprivi”, benché preferisca il neologismo “egosauri”, coniato da Pier Aldo Rovatti. Sono i mostri preistorici che ignorano l’esistenza del prossimo e esistono al solo scopo di molestarlo con la violenza, il rumore, la burocrazia.

3.

Nel discorso tenuto in occasione del conferimento del Premio Nobel per la letteratura, Bob Dylan, ricordando il suo primo punto di riferimento artistico, l’amico Buddy Holly, dice che sembrava esserci in Buddy qualcosa di permanente («something about him seemed permanent») e che riusciva a trasmettere qualcosa che gli faceva venire i brividi («he transmitted something» … «and it gave me the chills»). C’è un poeta che ti fa sentire così quando lo leggi e perché?

Mi dà piacere la musica di Dylan, non certo i suoi imbarazzanti testi. Comunque ai nomi dei nostri grandi aggiungerei almeno quelli di Mandel’štam e Michaux.

 

4.

Un altro Premio Nobel per la letteratura, Seamus Heaney, ha detto che Eminem ha creato un senso di ciò che è possibile iniettando un voltaggio nella sua generazione («he has created a sense of what is possible. He has sent a voltage around his generation») non soltanto con il suo comportamento sovversivo ma anche attraverso la sua energia verbale («He has done this not just through his subversive attitude but also his verbal energy»). C’è stato/c’è un poeta che per te corrisponde a questo identikit?

La differenza tra musica e poesia è la stessa che intercorre tra un pneumatico e il prosciutto: possibile che si continui a mescolarle? Se Eminem ha centomila spettatori mentre Zanzotto non arrivava a cento, il motivo sta nel fatto che certa musica funziona come un materiale ad alta conduzione, mentre la poesia è “isolante”, e richiede perciò concentrazione, sforzo, impegno: lo stesso che accade con una partita a scacchi o (per restare in ambito sonoro) con una composizione di Webern. Ecco perché, da amante del rock, detesto quella celebrazione dell’esistente che ha luogo con la santificazione del rock.

5.

Scegli una tua poesia e ci spieghi perché ti rappresenta?

Ne scelgo una provocatoriamente ispirata a Gongora, specie nel verso finale:

 

L’igienista mentale:
divertimento alla maniera di Orlan 
La Minetti platonica avanza sulla scena
composto di carbonio, rossetto, silicone.
Ne guardo il passo attonito, la sua foia, la lena,
io sublunare, arreso alla dominazione
di un astro irresistibile, centro di gravità
che mi attira, me vittima, come vittima arresa
alla straziante presa della cattività,
perché il tuo passo oscilla come l’ascia che pesa
fra le mani del boia prima della caduta,
ed io vorrei morirti, creatura artificiale,
fra le zanne, gli artigli, la tua pelle­-valuta,
irreale invenzione di chirurgia, ideale
sogno di forma pura, angelico complesso
di sesso sesso sesso sesso sesso.

 

 

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CINQUE DOMANDE AI POETI: GILDA POLICASTRO

1.

In uno dei mottetti per la sua musa girasole, Clizia, Eugenio Montale parla di «segno» che «s’innerva» e lo descrive con queste parole: «sangue tuo nelle mie vene». Cosa o chi s’innerva in te arrivando a scorrere nelle vene della tua scrittura?

Questa immagine si ripete con una variazione in una delle Silvae montaliane, L’orto, in cui si parla del “passo” della donna che fa “pulsare le vene” ed è questo accostamento tra la cadenza, cioè il ritmo, ossia l’elemento formale, e il sangue, come elemento fisiologico-passionale, a collegare per me testualità e poesia: poesia che non è tale se non ha un certo passo, ma non è tale pure se rinuncia del tutto al senso o al pathos che rimandano a un fuori dal testo. Preciso che per senso non intendo il messaggio, perché la poesia non è un proclama, una catechesi o un “volantino”, come diceva Milo De Angelis opponendosi a una certa tradizione, ovvero quella neoavanguardista, che io peraltro non disdegno affatto, pensando soprattutto ad alcuni momenti epocali come l’uscita dell’antologia dei Novissimi o il convegno del ’63. E non la disdegno, tra l’altro, perché in barba ai suoi detrattori di ieri e di oggi (ma, sono certa, ancora di domani, perché è la polemica più resistente, quella contro un movimento che ha tentato con esiti alterni di sgominare d’un colpo “poetese” e “romanzeria”), la Neoavanguardia ha indubitabilmente lasciato delle opere, al di là della teoria. Fossero anche solo Laborintus di Sanguineti (’56, e poi ripreso nei Novissimi, nel ‘61) e il Tristano di Nanni Balestrini (’66), direi che dovremmo accettarne senza più cautele o specifiche la portata storica e gli effetti sulle scritture anche più diverse e lontane (Montale e Pasolini, su tutti). Pensando alla mia scrittura, ma anche al mio modo di rapportarmi al tempo in cui scrivo, al modo di essere “contemporanea” raccogliendo la principale istanza novissima, mi sento in realtà ancora piuttosto novecentesca: nelle mie vene scorre una scrittura che è anzitutto pensiero (soggettivo ma non egotico), con un’idea di mondo e un gusto letterario formati in anni di letture solitarie e di incontri pubblici, anche se poi la curiosità mi porta a esplorare strade diverse a livello formale, ammesso che contenuto e forma possano darsi in contraddizione (credo invece che ogni contenuto trovi da sé la giusta forma, indipendentemente dalla sua natura). Sono passata dalla poesia più introflessa delle Stagioni (che scrissi dopo la morte di mia madre) alla registrazione delle voci degli altri nello sciocchezzaio contemporaneo delle Inattuali, un progetto che porto avanti dal 2016 e a cui si può dare il proprio contributo postando nel sito dell’editore Prufrock spa (qui: https://prufrockspa.com/gilda-policastro-un-poco-di-giunta/) postando una propria “inattuale”, cioè una frase orecchiata per strada che abbia la potenza di staccarsi dal chiacchiericcio anche o soprattutto in ragione della sua prosaicità (su questo rimando a Blanchot e alla sua idea “democratica” del bavardage). Il nuovo può farsi a sua volta stereotipo (qui è Barthes il riferimento obbligato), quindi è giusto interrogarsi continuamente su ciò che si scrive, oltre che su come lo si fa. Quando la poesia non muove da una necessità (intellettuale o emotiva che sia), può essere (arte)fatta benissimo, ma è inerte. Ne potrei dare molti esempi nel contemporaneo (così come di poesia-proclama, o “volantino”) ma mi astengo dall’essere critica, in un’intervista in cui si parla di me come poeta. Mi sembra una forma di scissione possibile, talvolta indispensabile.

2.

In una delle canzoni più celebri interpretate da Johnny Cash, the man in black dice di vedere un’oscurità («I see a darkness»). Quale oscurità ti è capitato di vedere e come ne hai scritto?

L’oscurità che vediamo (o dovremmo essere in grado di vedere) tutti: la finitudine di cui si fa esperienza, a un certo punto della vita, al di là delle proprie consapevolezze leopardiane più o meno accentuate. Un’amica che prova a scrivere (cioè a pubblicare: le due attività, come insegnava Manganelli, non sono sempre coincidenti e non è così scontato cosa sia preferibile, in un tempo in cui il pubblicato è tanto massivo quanto deperibile) mi riferiva di aver usato, in un racconto, l’immagine della “faccia che ha visto la morte”. E com’è una faccia che ha visto la morte, le aveva chiesto il suo editor. Ecco, io credo che tutto quello che ho scritto e che scrivo abbia a che fare con lo spavento di questa domanda. E non c’è editing che basti o che serva, forse giusto la riga bianca di cui parlava Manganelli quando sosteneva (polemicamente) la primazia del pubblicare sullo scrivere: pubblicare, provocatoriamente, anche una riga bianca (il che oggi non si verifica in nessun caso: piuttosto si dà fondo ai cassetti fino all’ultima notarella). Barthes ha trovato la via del frammento, per raccontare ed elaborare letterariamente il dolore. Ma non esiste, evidentemente, una sola forma. Mi viene in mente, per contrasto, che qualche giorno fa mi denunciavo incapace di godere dei piaceri della vita con un amico scrittore: se per Sanguineti il paradiso era «chiavare nel sole […] pieni di Saint-Emilion», gli ricordavo, personalmente non so desiderare nessun paradiso concepito in questo modo. L’amico mi faceva notare che nell’attività intellettuale c’è una spinta assolutamente erotica e vitale, “per cui direi che tu i piaceri della vita li ami eccome, e sono questi, questo tuo modo di operare”. Mi pare una luce nel buio, e mi ci aggrappo (e lo ringrazio, anche se non vuol essere nominato, come tutti quelli che fanno del bene al prossimo, quando non è per vanità).

3.

Nel discorso tenuto in occasione del conferimento del Premio Nobel per la letteratura, Bob Dylan, ricordando il suo primo punto di riferimento artistico, l’amico Buddy Holly, dice che sembrava esserci in Buddy qualcosa di permanente («something about him seemed permanent») e che riusciva a trasmettere qualcosa che gli faceva venire i brividi («he transmitted something» … «and it gave me the chills»). C’è un poeta che ti fa sentire così quando lo leggi e perché?

La poesia contemporanea ha molto più a che fare con l’impermanenza, secondo me. Ci sono poeti che colgono aspetti del presente che ai posteri suoneranno datati, ma è anche questo lo Zeitgeist, la percezione di qualcosa che stride col senso comune e col pensiero dominante (Agamben in Che cos’è il contemporaneo parla di “sfasatura” o di “anacronismo”), e che al contempo finisce col marcare i nostri spazi fisici e mentali, situandoci in un cronotopo preciso. Penso a quello che dicono i fotografi, che bisogna “contestualizzarsi” nei ritratti: in inverno niente t-shirt né cappotto d’estate. Ecco: volersi fare permanenti nella stagione della volatilità mi pare assurdo, anacronistico oltre che pretenzioso. Donde le forme anzi le procedure sempre più percorse dalla poesia contemporanea, specie dalle ultime generazioni, dal googlism alla Instapoetry. Il monumento di perennità è un’aspirazione ridicola già per Leopardi, che si chiedeva come si potesse aspirare alla gloria fra i posteri, se non veniamo capiti dai contemporanei. Venendo al brivido, ci sono diversi poeti (anche molto lontani tra loro) che mi danno continue occasioni di “emozione intellettuale”, come diceva Balestrini (uno di questi è proprio Balestrini, un altro è Milo De Angelis, cui aggiungerei sicuramente Valerio Magrelli e Antonella Anedda: ed ecco il mio piccolo canone imprescindibile). Se devo però pensare a un testo singolo come a qualcosa che mi abbia prodotto un piccolo shock, ora come ora penso a I diritti inumani di Carlo Bordini. Un testo che ha un impatto violentissimo per come riconsidera i dispositivi di aggregazione (o di disgregazione) sociale dalla specola della violenza e della sopraffazione: non disumane, ma al contrario, tipicamente umane, come il testo mostra con uno svolgimento razionale e mai didascalico e con il tono morbido, tipico di questo autore. Un ottimo esempio di scrittura che sa essere impegnata e direi politica senza farsi ammaestramento, e anche originale sul piano formale (sembra prosa, ma è in un libro di poesia, ed è il contesto a determinare il genere, nell’epoca dell’indecidibilità) senza particolari acrobazie e senza rinunciare all’esito estetico, come invece spesso accade a certe scritture sperimentali, irrimediabilmente noiose e decisamente autocompiaciute (a chi parlano?). Bordini, come ha detto in un’occasione Marco Giovenale, è l’anello mancante tra la Neoavanguardia e le nuove generazioni: più vicino per anagrafe ai primi, ma senz’altro un riferimento obbligato per chi scrive nell’età della post-poesia o della caduta degli steccati tra le forme (almeno in certi contesti).

 

4.

Un altro Premio Nobel per la letteratura, Seamus Heaney, ha detto che Eminem ha creato un senso di ciò che è possibile iniettando un voltaggio nella sua generazione («he has created a sense of what is possible. He has sent a voltage around his generation») non soltanto con il suo comportamento sovversivo ma anche attraverso la sua energia verbale («He has done this not just through his subversive attitude but also his verbal energy»). C’è stato/c’è un poeta che per te corrisponde a questo identikit?

Nella mia generazione, o almeno per ampia parte della mia generazione, credo si tratti del poeta che vanta, come ha scritto Umberto Fiori, quasi più imitazioni della settimana enigmistica, e cioè Milo De Angelis. Un libro come Millimetri ha segnato almeno due o tre generazioni poetiche, con una modalità espressiva che è sua, riconoscibile, non solo nel verso ma nel modo di usare le parole poeticamente, sempre, anche nella conversazione. Quando parla De Angelis lo fa in endecasillabi, ha notato una volta un amico poeta, oltre ad inanellare serie sinonimiche di diversi elementi, la cosa che più impressiona nell’ascoltarlo. Oltre alla capacità di creare, stavolta nei suoi testi, connessioni tra epifenomeni all’apparenza lontani, con un incremento di senso dovuto alla freschezza figurale – freschezza come non consunzione, aprosdoketon, inatteso (così la «sillaba senza luce», «l’anniversario degli oggetti» o i suoi tipici adynaton come ad esempio il più celebre, da Millimetri: «In noi giungerà l’universo, quel silenzio frontale dove eravamo già stati»). Anche l’energia della sua voce colpisce sempre quando lo si ascolta, non solo la prima volta (che è davvero un’esperienza, come mi confermano gli allievi dei corsi di poesia): un’energia che somiglia meno alla scossa elettrica di un poeta magari più performativo (penso a Gabriele Frasca, o, fuori dai nostri confini, a quel che è stato e continua a essere nella leggenda legata al suo nome Christophe Tarkos) e di più a un’endovena di verità.

5.

Scegli una tua poesia e ci spieghi perché ti rappresenta?

Ora come ora mi vien da rispondere Precari (da Non come vita, il libro uscito per Aragno nel 2013). Si tratta in realtà di una poesia che non mi rappresenta più molto, nel senso che le mie ultime cose le ho scritte in tutt’altro stile, e al contempo, come ho avuto modo di verificare di recente, è un testo dalla lunga durata abbastanza sorprendente. L’ha riletto qualche tempo fa in una trasmissione radiofonica la poetessa e performer Francesca Gironi e riascoltarlo da un’altra voce è stata per me una rivelazione. Lo scrissi più o meno dieci anni fa pensando alla ossessiva preoccupazione di mia madre per il mio essere precaria (a livello tanto lavorativo che affettivo). La scrissi però quando mia madre non c’era più, quindi la forma era forzatamente una lettera postuma e una lettera inevitabilmente tragica, sulla fine di un’epoca non solo personale, quella delle certezze materiali e della vita borghese, approdo garantito ai nostri genitori e non più nemmeno tanto invidiabile per noi. Gironi con la sua dizione molto consapevole, allenata dagli slam (ma anche dall’uso del corpo che le garantisce la formazione di danzatrice) e il suo timbro particolarmente delicato ha restituito al testo, al di là della protesta, la “leggerezza apparente” (per dirla con Leopardi) di una specie di litania, di canto in memoria, di rimembranza (specie quando rievoco un gesto che appartiene agli ultimi giorni di mia madre, un gesto particolare, disperatamente vitale). Quando le curatrici di Matrilineare, un’antologia uscita per l’editore La vita felice lo scorso anno, mi avevano chiesto di ripubblicare quella poesia, inizialmente avevo detto di no, perché la sentivo troppo intima e confessional ma credo che agisse in me la censura esercitata da certe aree e certi poeti negli ultimi anni rispetto a una scrittura “troppo” legata ad aspetti emozionali. Oggi quel “troppo” lo contestualizzo, appartiene al vivo dell’elaborazione di un trauma vissuto in un’età ancora non compiutamente adulta (“ci mancherebbe che non avvertissi il trauma”, mi disse una volta un critico che è stato tra l’altro il primo a cui ho fatto leggere i miei versi, in un periodo in cui si faceva un gran parlare della “generazione senza trauma”, sulla scorta dell’omonimo saggio di Daniele Giglioli). Comunque non lo sento più come un problema: non importa che la poesia sia intima, importa che sia poesia: sono tornata a pensarla così, dopo diversi anni di insegnamento e di confronto (anche forzato, in qualche caso, o conflittuale) con chi la poesia la scrive, la legge e ne fa letteralmente “esperienza”, al di là della personale e perimetrata conoscenza che nasce e muore nel rettangolo della pagina.

Qui la lettura della poesia al Festival “La Punta della lingua”, Portonovo, 2015:

 

 

 

Valerio Magrelli ha da poco pubblicato Il commissario Magrelli (Einaudi 2019). L’ultima raccolta poetica di Gilda Policastro, che sta lavorando a un nuovo libro di poesie e a un saggio sulla poesia contemporanea, è Esercizi di vita pratica (Prufrock spa 2017).

 

Leggi anche le interviste di le interviste della scorsa settimana.