Antonello Saiz racconta “Mascarò” di Haroldo Conti

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«Voglio dire che dev’esserci un modo per uscire dal corpo, passare da una forma all’altra, essere uccello, pietra o pianta, a piacere, così come c’è modo di essere Principe. Tu cosa vorresti essere?»

Haroldo Conti, Mascaró, Exòrma edizioni, 2020

Con il traduttore e scrittore Marino Magliani e con lo scrittore argentino Adrian Bravi abbiano provato a raccontare la figura di Haroldo Conti. Per farlo siamo partiti da Mascarò, appena pubblicato dalla casa editrice romana Exòrma, con la splendida traduzione di Magliani e la supervisione di Riccardo Ferrazzi.

L’ultima e unica traduzione italiana di questa opera di Haroldo Conti risale a trentasette anni fa, quando nel 1983 uscì per Bompiani Mascarò, il cacciatore americano e per la prima volta venne pubblicata in Italia un’opera dello scrittore argentino. Da allora e fino a oggi, questo romanzo era praticamente impossibile da trovare, se non in qualche mercatino dell’usato.

Nonostante la sua importanza e il valore della sua letteratura, Conti veniva ignorato: c’erano solo pochi studenti curiosi a cercare il suo lavoro (con alcuni che, addirittura, lo hanno trasformato nell’oggetto principale dei loro studi). Per molti altri, Haroldo Conti in questi anni, è rimasto uno sconosciuto. La nuova traduzione italiana giunge a due anni da quella di Sudeste, esordio narrativo di Haroldo Conti datato 1962, sempre tradotto da Marino Magliani e Riccardo Ferrazzi, pubblicato sempre da Exòrma. A far conoscere Haroldo Conti a Marino Magliani era stato proprio Adrian Bravi alcuni anni fa, che tra le sue cose più preziose conserva una copia di Sudeste con autografo dell’autore. Si spera che questi due libri siano i primi passi verso una più ampia diffusione dell’opera di Haroldo Conti in Italia.

«Il mio amico Conti sfidò la dittatura e morì da eroe» scrive Gabriel García Márquez nella prefazione dal taglio di cronaca giornalistica che precede il libro. Márquez racconta la triste sorte e gli ultimi mesi di vita dell’amico fraterno Haroldo, prosatore della libertà nato a Chacabuco nel 1925. Racconta pure le mancanze di quegli intellettuali che avrebbero potuto fare di più e invece scelsero il silenzio. Già dall’ottobre del 1975 lo scrittore era stato avvertito che le forze armate lo avevano inserito in una lista di pericolosi sovversivi. Era di dominio pubblico l’avversione della destra militare verso uno scrittore che, con coerenza, manifestava apertamente le sue idee di libertà e appartenenza. Il colpo di stato che depone Isabelita Peron nel marzo del 1976, manda al potere il generale Videla, dittatore di fatto fino al 1981. Una delle prime vittime di quel regime militare, noto come Processo di Riorganizzazione Nazionale, è proprio lo scrittore. Avendo vinto l’anno prima, a Cuba, con Mascarò, il premio “Casa de las Américas”, viene considerato una spia comunista.

Haroldo Conti la sera del 4 maggio 1976, all’età di cinquantuno anni, tornava a casa da una proiezione cinematografica insieme alla moglie Marta. Avevano appena visto Il padrino. Parte seconda, lasciando a casa il figlio Ernesto di soli tre mesi in compagnia di una coppia di amici venuti da Cordoba. Entrando in casa, furono accolti da civili mascherati e armati: fu una notte di violenza per tutti. Dopo molte ore la moglie fu condotta bendata nella stanza dove lo scrittore era rinchiuso insieme ai suoi torturatori. Con sgomento osservò che lì i civili non erano bendati e neanche Haroldo: in quel momento capì che sarebbe stata l’ultimo incontro col marito.

Nell’Argentina del macellaio Videla, i suoi sgherri si facevano riconoscere solo da coloro che erano destinati alla morte. Così accadde. Lo scrittore venne sequestrato e a oggi rientra nella lunga lista dei desaparecidos. Molti anni più tardi il Generale Videla fu costretto ad ammettere il suo omicidio. Probabilmente Conti venne gettato in mare da un aereo come molti suoi connazionali. Per assassinio e tortura morirono oltre quarantamila argentini, quindicimila furono i prigionieri politici fucilati dalla corte marziale. Poche le indiscrezioni filtrate sulla sua prigionia da parte di testimoni, ma tanti i vergognosi silenzi sulle torture e sulla morte inflitta a uno scrittore, che aveva l’unica colpa di non nascondere mai le sue idee e di rivendicare sempre la propria libertà di pensiero.

Di Mascaró si può dire che resta una delle opere più vibranti della letteratura sudamericana, un vero e proprio inno alla libertà, alla diversità, alla forza sovversiva dell’arte. La storia che ci racconta rimanda a immagini e suggestioni proprie della narrativa latinoamericana, ma presenta una struttura curiosa. Si è travolti da un numero impressionante di personaggi che, di volta in volta, restano fermamente impressi nella mente del lettore: Cafunè, la Pila, Faccia di trippa, Bocca Storta e tanti altri.

Tutto comincia sotto un faro nella locanda di Lucho nel borgo di Arenales: l’orchestrina sgangherata del paese suona le sue chamarrite fino alle prime luci dell’alba quando, per ultimo, anche l’arpista cieco si addormenta sul suo strumento. Da lì a poche ore la vecchia e scalcinata nave Manana parte da Arenales alla volta di Palmares. Con il capitano, un mozzo e il cuoco Nuno, a bordo sale anche Oreste Antonelli, un vagabondo buono a niente che ci accompagnerà in tutte le peripezie di questo romanzo picaresco, compresa la prigionia e la tortura finale. Oltre a Oreste si imbarcano altri passeggeri fuori dal comune, come il misterioso cavaliere nero Mascarò e il Principe Patagon, poeta, attore, oratore, mago, indovino e alchimista. Una figura stravagante di sacerdote, una smagliante figura di imprenditore culturale capace di trascinare Oreste, il cuoco e i personaggi che via via incontrano nel loro peregrinare in una impresa folle e di dare vita a un circo di artisti, guitti e girovaghi.

Dalle spoglie dell’ormai fatiscente Circo Scarpa, un tempo glorioso, nasce il Grande Circo dell’Arca. Sarà il Principe a reclutare via via nuovi numeri, infondendo in tutti gli artisti una incredibile fiducia in se stessi. Tutti abbandonano i loro nomi e ogni legame con la precedente vita per assumere una nuova identità e cercare la propria strada nel mondo dell’arte. Ognuno col suo personale talento riesce a definirsi attraverso la propria arte, qualunque essa sia. Strada facendo nasce e si allarga il grande Circo e in qualunque paesino remoto arrivi, questo manipolo di artisti porta scompiglio e meraviglia. Perché l’arte questo fa, inoltre accende nelle piccole comunità in cui arriva il desiderio di ribellione e di riscatto. Il carrozzone del circo con la gabbia del leone Budinetto e la raffazzonata carovana di artisti girovaghi attraversa paesi grandi e piccoli, fatti con la sabbia e poco più, ma in ognuno crea Bellezza. E creando Bellezza in una pista circolare, si fa politica con la letteratura. Un fare politica non dichiaratamente nel testo. Soltanto che un circo che gira per paesi rallegrando gli animi e permettendo alla gente di pensare con la propria testa, funziona da innesco per piccole rivolte personali.

Nel finale scopriamo che Mascarò, il cacciatore americano, il pistolero eroe che parla pochissimo e appare e scompare di continuo, lotta per l’affrancamento di quelle popolazioni. Il Mascarò del titolo tanto personaggio secondario non è, perché in fondo rappresenta l’ideale che tutto trascina nel libro. Joselito Bembè è lotta, è vita. Joselito Bembè detto Mascarò è l’uomo libero, disposto a soffrire e a combattere per correr dietro ai suoi ideali. Nell’ultima parte della narrazione, si scoprirà la vera natura di questo personaggio misterioso. Ne verrà fuori una guerra di liberazione, con pistole e fucili, ma anche con un ingrediente – la voglia di libertà – che dovunque compare risveglia sentimenti e passioni.

Gli arresti e le torture del finale sembrano tragicamente prefigurare la terribile sorte che toccò ad Haroldo Conti. Romanzo che è anche una grande lezione di forza e coerenza, Mascarò ci insegna valori importanti come l’accoglienza dell’altro, l’importanza del cammino e dell’andare che ci spinge a superare difficoltà e avversità. La forza di andare e la forza di saper cambiare e liberarsi dai vincoli, come avviene per la signora Maruca Lopez, vedova Esteve. Lei diventa Sonia la veggente, ma anche la danzatrice orientale che non invecchia mai e non ha rughe, però ingrassa e rifiorisce paese dopo paese. Ogni personaggio e ogni esibizione sotto il tendone vengono definiti nelle proprie motivazioni e aspirazioni, sotto la direzione del Principe.

La scrittura di Haroldo Conti avvolge fin dalle prime pagine questa trama labirintica di mille personaggi e procede a briglia sciolta: abbraccia le voci, il paesaggio, odori e colori. Le frasi danzano come in un tango e i giochi di parole, l’ironia e le descrizioni rocambolesche e divertenti di fatti e persone ne fanno un romanzo-mondo prorompente e sensuale. Chiudi il libro e ti rimane addosso la vibrazione del vento, l’odore del legno, la ruvidezza della sabbia, il calore di una lanterna in uno dei mille paesini rurali che si sono attraversati. Le dettagliate descrizioni, le divagazioni storico-geografiche sui villaggi, le precisazioni e i dialoghi a tratti filosofici e a tratti surreali di Patagon e Oreste, confluiscono nel dare al racconto il sapore di una fiaba sudamericana.

Una voce unica da non dimenticare, quella di Haroldo Conti, in questo che resta il suo capolavoro… Chissà quanti altri ne avrebbe scritti ancora, se la barbarie fascista dei generali non avesse tarpato per sempre le ali della sua talentuosa creatività.

Antonello Saiz