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Il genere è una convenzione utile. Intervista a Elvio Carrieri

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Elvio Carrieri (Bari, 2004) è un poeta e un musicista. I suoi versi sono pubblicati per la prima volta sulle pagine baresi di La Repubblica quando ha quindici anni, poi nella collana di poesia contemporanea Logos (Dantebus, 2020). Dal 2022 i suoi testi poetici appaiono su siti letterari e giornali, tra cui Nazione Indiana, Menabó, Limina Mundi, SUD. Nel marzo 2023 è finalista al premio Poeti Oggi e un suo testo è selezionato come poesia del mese su Poesia del nostro tempo. Nel settembre 2023 vince il concorso Amici di Nicco, intitolato alla memoria del giovanissimo poeta Niccolò Bizzarri. Poveri a noi è il suo primo romanzo. Lo ha scritto in una sola settimana, un capitolo ogni notte (che arrivava per mail allo scrittore Francesco Forlani), nell’estate del 2023 mentre sosteneva l’esame di maturità.

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Sei un giovane poeta e romanziere, molto seguito sui social, e anche un riconosciuto musicista che vive larte come una passione concreta: quanto vissuto della vita quotidiana entra nella tua cifra artistica, quanta vita altraresta fuori dal tuo modo di pensare il mondo?

Sui social mi segue mia madre e qualche amico, e quando divento pedante anche loro tentennano, c’è da dire la verità. Il quotidiano cerco di viverlo, avvicinarlo, osservarlo al massimo quando sono in fase di scrittura, e di allontanarlo il più possibile quando sono in fase di assorbimento, che è la più importante. Potersi ritagliare spazi di musica e lettura è un privilegio, un privilegio di cui bisogna essere consapevoli e che va trattato con assoluta disciplina, per me non c’è altra via. Tutto ciò si ribalta le volte in cui mi trovo a dover tirare fuori qualcosa da ciò che ho assorbito. Lì il quotidiano, il materico, mi serve per carburare. Non esiste letteratura che non si nutra di uno che lava i piatti o svuota la moka.

Con il tuo romanzo d’esordio Poveri a noiindaghi (anche) il non detto delle relazioni umane, facendo incontrare diversi personaggi in conflitto tra loro. Figure che assumono un corpo di carta e inchiostro, presentandosi al lettore come attori narranti complessi. Ammesso che esista – concretamente – una definizione utile di personaggio letterario credibile, a quali vite immaginate ti sei rifatto scrivendo il tuo libro desordio?

Il professore frustrato è un grande topos, non fatichiamo di certo a immaginarne uno nel momento in cui la scuola pubblica versa in condizioni pietose. Col mio Libero ho voluto ribaltare lassetto fondamentale secondo cui forgiare le menti dei giovani dovrebbe essere necessariamente il desiderio inconscio di ogni insegnante: il mio professore insegna ai vecchi. E per di più carcerati, moralmente corrotti. E preferisce i vecchi ai giovani. È un modo per polemizzare con quella convinzione/convenzione storica che ci portiamo dietro sin da Mimnermo, secondo cui tutto ciò che è giovane va automaticamente esaltato. Stessa logica di ribaltamento si deve ovviamente applicare al mio libro, che potrebbe far pena anche e proprio perché l’ha scritto un diciannovenne. Il personaggio di Plinio scaturisce dal profondo senso di pietà e di compassione che da sempre ho sentito nei confronti del me stesso inabile alla vita, sotto certi aspetti condannato allinazione, alla passività. È una pietà autoriflessiva, perché nessuno ha bisogno della mia pietà, oltre me stesso.

Quali sono gli autori classici da cui non vorresti mai separarti? Quali gli autori contemporanei viventi?

Ho iniziato a leggere anni fa (senza capirci niente) con i filosofi classici e cerco di tenermi attivo con i nomi del pensiero contemporaneo: Eric Sadin e Luciano Floridi sono ad oggi quelli che più mi stimolano, ma torno quasi ciclicamente a Foucault, Bataille, Hegel e Platone. Ho iniziato invece a scrivere con la poesia. Nel mio pantheon ci sono Dante, Tasso, Leopardi, Baudelaire, Campana, Montale. Ad oggi oltre i già canonici De Angelis e Magrelli, che ho letto e apprezzato a mio tempo, mi trovo molto in sintonia con la poesia di Sauro Albisani; inoltre ci sono poeti miei conterranei che ho scoperto recentemente: Marco Esposito e Giovanni Laera, dei quali forse posso anche dirmi amico. La prosa più sconvolgente vivente per me è quella di Jon Fosse. Provo un rispetto quasi sacrale nei confronti della sua scrittura. E ho molto apprezzato lultimo libro di Dario Voltolini. Ho tanto materiale da recuperare.

 

Che rapporto hai con il cinema e i fumetti? E quali sono i tuoi autori preferiti di questi due medium narrativi?

Purtroppo sono ignorante in ambito di fumetti e ho un rapporto conflittuale (forse perché sono ignorante anche in questo) col cinema. Amo molto alcuni film di Tornatore e sono legato a Woody Allen come ad uno zio monotono e ripetitivo che ascolteresti parlare per ore. Per fortuna ho qualcuno che mi bastona per recuperare i film di Bergman e Tarkovskij, così come i primi di Wenders e Yorgos Lanthimos. Ma ancora mi mancano troppi classici. Forse perché nel suo sintetizzare ogni forma darte il cinema mi fa sentire insignificante. O forse perché non ci ho mai applicato la stessa disciplina e lo stesso rigore che ho applicato alla musica e alla letteratura. Uno deve pur lavare i piatti.

 

Ogni scrittore immagina un lettore ideale. O forse no. Per te esiste? Se sì, il tuo lettore ideale come è fatto?

Sotto certi aspetti è l’antitesi di me stesso. È un lettore meno nevrotico, più disteso, più concentrato. Ma soprattutto, e questo lo condividiamo, è un lettore capace di captare un ritmo. Un lettore che tratta la prosa come tratterebbe la poesia. Che non si ferma alla trama e ai significati (che pur ci sono) e che al massimo rilegge cinque dieci venti volte pur di entrare in sintonia con quella che in letteratura è la voce. Io non so se ce lho, ma vorrei che un mio lettore perlomeno la cercasse come la cerco io. È un lettore estetico, vanaglorioso, superficiale? No, è soprattutto un rilettore. E pure questo per fortuna lo condividiamo. Uno che non rilegge non è un lettore, per me. E mi giustifico la superbia di questa affermazione solo perché non lho detto io ma lha detto Nabokov, e io mi ci trovo solo daccordo.

 

Come impieghi il tempo quotidiano dedicato alla ricerca delle fonti da cui ricavi materiale per i tuoi testi poeticie per quelli in prosa?

È una ricerca sistematica che ormai procede sospinta da anni di catalogazione di materiale sulle mie note del telefono, motivo per cui i miei amici mi danno del boomer perché non uso Word e i boomer mi danno del nativo digitale perché tengo una sorta di enciclopedia sui sistemi IOS. Ho labitudine ossessiva di schedare autori, album, musicisti, libri in liste cronologiche e tematiche che aggiorno perpetuamente da quattro/cinque anni. Non c’è nessun intento nobile: è perché non riesco a ricordarmi quasi nulla. È il grande cliché del sapere universale racchiuso in una qualche forma smart, a portata di mano. Il motivo per cui curo le mie liste come fossero mie creature (lo sono!) è che mi danno modo di sfuggire alla miriade di informazioni di cui internet è saturo per ricucire quelle poche che mi interessano secondo i miei parametri. È un lavoro che richiede tempo. Tanto tempo. A volte ci passo giornate intere. Ma questo mi garantisce un metodo talmente serrato da poter ottimizzare molto in fase di scrittura e di ascolto. Ciò che non trovo nelle mie liste lo cerco e se mi serve lo catalogo. Avere segnato tutto con ordine, i libri che leggo, gli album che ascolto, i film che vedo, gli eventi a cui vado, mi permette solo di conoscere meglio me stesso. È il tempo che decido di concedermi. Eppure so che lamico scettico continuerà a dirmi che non cho un ca**o da fare. E forse pure lui cha ragione.

 

Quale tipo di storia, rubata al mondo reale, non scriveresti mai?

Non so se al momento mi accoderei mai alla tendenza recente di speculare su casi di cronaca nera e impostarci sopra, quasi forzatamente, una storia di fiction. Ma probabilmente se leggessi unopera che mi appassiona in tal senso lo farei. Diciamo che anche il romanzo di taglio storico non mi ha mai preso, non potrei mai concepire unopera come Ettore Fieramosca, per intenderci. Io e il verosimile manzoniano dobbiamo ancora imparare a conoscerci. Sono certo di non poter in ogni caso escludere niente, nessuna storia, nessun genere (forse il fantasy è quello con cui mi trovo meno in sintonia di tutti). In ogni caso non ho questo tipo di presunzione sulla scrittura. Magari tra dieci anni sono uno di quelli che ti capita nelle storie e ti spiega come guadagnare soldi dal pc di casa tua senza lavorare. Chi lo sa. Se accade sparatemi.

 

Ti andrebbe di raccontarci quanto ti sei allenato, in tutti questi anni, per diventare prima un lettore attento, e poi uno scrittore? Insomma, intendo dire, ti senti un pensatore attento in grado di dire (ancora) qualcosa rispetto al mondo caotico in cui viviamo?

Per diventare un buon lettore ho applicato il principio di Nabokov del rilettore e ci ho aggiunto una parte ancora più nevrotica: di ogni libro che leggo trascrivo le parti che meritano di essere trascritte su lunghe note dedicate all’autore. È un processo che su testi particolarmente lunghi o impegnativi può impiegare anche più tempo della lettura del testo stesso. Ciò chiaramente significa dover sacrificare la quantità alla qualità (neanche garantita). Per questo leggo pochi libri. Ma se non faccio così per me è come non aver aperto mezza pagina.

La mia mania quasi ossessiva di catalogare ciò di cui fruisco mi ha reso facile cogliere determinati aspetti della contemporaneità. L’esercizio di schedare diventa utile quando inizi a intravedere dei pattern tematici e ripetitivi che emergono in determinate epoche storiche, e ovviamente emergono anche nel contemporaneo. Questo mi è servito in primo luogo come lettore e ascoltatore: saper assorbire al massimo e saper collocare, contestualizzare ciò che recepisco in un percorso storico tematico. È chiaro che i generi musicali e letterari, così come gli accorpamenti tematici, sono delle pure convenzioni. Ma tante cose che osanniamo giornalmente sono delle inutili convenzioni. Per me almeno il genere, e ne consegue la creazione di un piccolo canone personale, è una convenzione utile, utile a diventare dei buoni lettori, dei buoni interpreti della realtà. Molto più utile rispetto alla convenzione di dover fare gli auguri o salutare qualcuno che ti sta sulle palle. Dalla contemporaneità artistica emerge saturazione e frammentarietà, e ho imparato a catalogare anche quello: chi sfugge, chi vuole sfuggire. Non lo faccio per avere lillusione di controllare il reale, ma per il puro gusto di tentare un principio ordinativo. Ma è ovvio che la letteratura è un’altra cosa, e non è niente di utile.

Il dubbio che non ci fa dormire la notte è sempre lo stesso: ha senso scrivere? Ha senso produrre musica? Ha senso insistere con queste velleità artistiche, che oggi vengono spesso perseguitate dagli stessi umanisti à la page che inneggiano alla ripresa testosteronica del buon vecchio lavoro manuale? Lho chiesto a Sauro Albisani a Firenze, lo scorso ottobre, di fronte a un caffè nel bar di Palazzo Strozzi che ci ospitava per un seminario al Gabinetto Viesseux. Non ricordo le parole esatte, ma mi ha risposto che sì, ha senso. Perché si ritorna sempre a un punto fondamentale: la letteratura è inutile. Anche l’arte è inutile. Io non scrivo e non leggo e non ascolto musica per sentirmi edificato politicamente o socialmente. E ne deriva che ovviamente per me la contemporaneità è una questione insondabile, con cui però sto cercando di confrontarmi per capire quanto siamo legati luno allaltra. Lho capito poco tempo fa, e ho iniziato a dare dignità al digitale nella mia poesia (con molto ritardo, consapevolmente). La prossima raccolta di poesie sarà sicuramente incentrata su questo.

In fondo, alla fine della corsa del vivere quotidiano, tu perché compri-leggi-scrivi libri?

Non lo so. Probabilmente perché non so fare bene i calcoli e mi viene più naturale leggere e scrivere. E perché, come dice Asle ne L’altro nome, dovevo pur aggrapparmi a qualcosa, o no?

 

Ti andrebbe di raccontarci di cosa tratta il tuo prossimo romanzo?

Quando lo saprò anchio, molto volentieri.

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