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Il luogo come personaggio letterario. Intervista ad Annarosa Tonin

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Annarosa Tonin è nata a Vittorio Veneto, dove vive, nel 1969. Diplomata al Liceo Classico “Marcantonio Flaminio” di Vittorio Veneto, si è laureata in Lettere Moderne all’Università Ca’ Foscari di Venezia con una tesi di Storiografia dal titolo “Per una storia della corte praghese di Rodolfo II. Gli inviati veneti (1595-1609”. È stata docente di Materie Letterarie e Storia dell’Arte nelle scule medie e superiori. Ha svolto attività giornalistica. Cura eventi culturali legati alla promozione della lettura per librerie e enti pubblici, conduce attività di ricerca archivistica storica e storiografica, scrive recensioni per riviste, coordina contributi di autori vari per pubblicazioni saggistiche.

Autrice di racconti, romanzi e saggi scientifici e divulgativi, ha pubblicato: le raccolte di racconti “Vento d’autunno” (2011), terza classificata al Premio Kafka Italia 2012, “Tele di ragno” (2016), “Le visitatrici” (2018); i romanzi “Rivelazione” (2014), “La scala a chiocciola” (2015) e “Il segreto di Alvise” (2017); la raccolta di saggi divulgativi “L’uomo nell’ombra. Storie d’arte, potere e società” (2019). Dal 2005 numerosi racconti sono stati pubblicati in antologia con altri autori.

Mario Schiavone

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Sei una valida autrice, e – ovviamente – una grande lettrice: quanto vissuto della vita quotidiana finisce nelle tue storie, quanto pensiero immaginato resta fuori dalla pagina scritta?

Sono una persona che osserva e ascolta molto, attratta dai particolari, dai dettagli, sia che si tratti di luoghi che di persone. Quindi, le storie che scrivo non potranno mai prescindere dall’attenzione e curiosità verso ciò che si vede e si sente, ma anche verso ciò che si può solo intuire. Qando si fa strada una storia è dal dato reale che inizio a scrivere; soltanto dopo provo a immedesimarmi all’interno di un luogo o nel vissuto di una o più persone, guardando anche al linguaggio non verbale, per creare quel legame con l’immaginazione, che mi accompagna fin da bambina.

Ammesso che esista – concretamente – una definizione utile di personaggio letterario credibile, qual è il corpo narrante che da scrittrice preferisci, quando scrivi le tue storie?

Quando si parla o si scrive di personaggi letterari credibili, le ramificazioni narrative sono molto estese. Posso dire con certezza che il personaggio letterario delle mie storie è il luogo, non l’essere umano. È da uno o più luoghi, a volte conosciuti a volte no, che tutto prende avvio. Non riesco a pensare e poi a lavorare su una storia che parli di relazioni umane, senza partire dai luoghi che le hanno concepite, nutrite, cresciute, fatte morire o rese immortali.

Sono molto affascinata anche dai luoghi chiusi o abbandonati, di cui amo cercare, ricostruire, immaginare la vita passata, presente e futura, anche attraverso la storia degli oggetti che lì dimorano. In questo senso non posso prescindere dalla mia formazione di storiografa.

Quali sono gli autori classici da cui non vorresti mai separarti? Quali gli autori contemporanei viventi?

Gli autori classici da cui non mi separo mai sono: Shakespeare, Dostoevskij, von Keyserling, Joseph Roth, Walser, Bontempelli, Pavese, Lampedusa, Morante, Ginzburg e Robert Nathan. Per quanto riguarda gli autori contemporanei viventi: Magris, Nori, Maraini, Ventre.

Che rapporto hai con le serie tv, il cinema e i fumetti? E quali sono i tuoi autori preferiti di questi tre medium narrativi?

Non sono una lettrice di fumetti. Il cinema, invece, mi appassiona da sempre. I miei autori preferiti sono: Visconti, Eastwood, Scorsese, Tornatore.

Seguo le serie tv dagli anni dell’adolescenza, grazie all’Ispettore Derrick. Continuo a seguire serie poliziesche o di spionaggio o tratte da romanzi classici, ma non le scelgo per gi autori o un autore in particolare, quanto per le ambientazioni. Amo molto le serie poliziesche e storiche di ambientazione inglese. Di recente, ho molto apprezzato la serie turca “Il Sarto”, a mio avviso di grande valore e impatto drammaturgico.

Ogni scrittore immagina un lettore ideale. O forse no. Per te esiste? Se sì, il tuo lettore ideale come è fatto?

Sì, io credo esista. Il mio lettore ideale si pone domande, non vuole essere rassicurato, cerca cosa c’è fra le pieghe di una trama e anche oltre, consapevole che è possibile trovare, a un certo punto, la strada sbarrata, ma un’idea se la può fare comunque. Un lettore che si sente libero di interpretare, immaginare, a cui non piace che tutto abbia una spiegazione razionale, che il cerchio si chiuda e tutte le tessere del mosaico siano al loro posto e ben visibili.

Come impieghi il tempo quotidiano dedicato alla scrittura delle tue storie?

In genere la mattina è dedicata alla ricerca, all’approfondimento sul campo, vale a dire fuori dal luogo in cui solitamente scrivo, a contatto diretto, insomma, con luoghi e persone. Può accadere che fotografi o disegni o prenda appunti per meglio fissare alcuni aspetti. Nel pomeriggio scrivo. Quando il testo inizia a prendere forma, allora sia al mattino che al pomeriggio ne limo le varie parti, con un sottofondo musicale che va dalla classica al rock. Di sera non scrivo mai. Tengo a precisare che scrivo tutto a mano. Soltanto una volta chiarita e chiusa la prima stesura, trascrivo al computer. Senza carta e penna le mie storie non vedranno mai la luce.

Quale tipo di storia, rubata al mondo reale, non scriveresti mai?

Non scriverei mai una storia claustrofobica, ambientata tutta in un luogo chiuso. E nemmeno una storia i cui protagonisti umani appartengano tutti alla stessa generazione.

In fondo, alla fine della corsa del vivere quotidiano, tu perché scrivi storie?

Scrivo per dire alla solitudine: a volte mi piaci, mi sei anche simpatica, ma non ti sognare di mettere radici dove io poggio i piedi. Gli altri esistono e io con loro; basta solo scegliere “il posto in cui ci dobbiamo incontrare”, come canta Diodato. Se le nostre storie si intrecceranno, esporrò l’insegna: “Da scriversi”.

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