Intervista a Paolo Vites: There’s no success like failure and that failure’s no success at all. Bob Dylan chi?

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10276036_10203585534666289_2401607849849372747_nHo conosciuto Paolo Vites qualche anno fa su facebook. In realtà non sapevo nemmeno chi fosse. Avevo incrociato il suo nome su un libro che mi era stato regalato che riguardava Francesco De Gregori. Libro fatto a pezzi tra l’altro. Ma Paolo Vites è rimasto. Iniziammo a parlare così di musica. Gli mandai un pezzo su Bob Dylan senza sapere che lui di Bob Dylan conosceva ogni spillo e che su Dylan aveva scritto anche dei libri. Poi gli riversai la mia ossessione per Leonard Cohen ed è l’unico a cui chiedo sempre un giudizio sui miei articoli (cosa che è incredibile tenendo presente quanto io sia presuntuosa e poco incline ad ammettere errori). In questi anni a livello musicale e anche umano, è ed è stato uno dei miei punti di riferimento. Ovviamente condito da litigi, ma questo passo è parte integrante dei miei rapporti. Come giornalista ed esperto di musica ha sempre avuto rispetto delle mie visioni e non si è mai sentito superiore (cosa rara in quest’ambiente). Ho cercato sempre di ringraziarlo a modo mio, anche se a lui dà fastidio, ma poi tanto gli passa. In fondo lui, citando Cohen, ha capito, dove è “la mia crepa” e capisce anche la mia ostinazione nel cercare quella luce che ancora non è entrata.
Ma il pensiero costante che io rivolgo a Paolo Vites è sempre stato, in maniera ossessiva e diciamo due o tre volte a settimana questo: “Dylan mi angoscia”. Solo lui però capisce che cosa intendo per angoscia, alla quale non do un significato negativo. Quando lo ascolto cado a terra e non so se sono capace di rialzarmi. E’ una forma di collasso emotivo che sto cercando di spiegarmi,a volte di notte accompagnata dal vino perché così il sonno arriva più facilmente. La realtà è che quando ascolto Dylan sento sempre che mi manca qualcosa. Mi alzo ogni giorno come se mi mancasse altro che non dipende da me. Non sopporto nulla e nessuno e mi annoia tutto. Beh credo che Dylan mi riporti a una resa che io non ho voluto. Eppure la gente non capisce quando parlo di Dylan e come. Non sono esaltata, perché Dylan mi ricorda un mondo che non è e che non è stato e che per volere dell’essere umano non sarà mai. Mi ricorda il fallimento, che se ci pensate solo nell’Occidente ha una visione negativa. Credo che Dylan mi riversi addosso un fallimento umano che per indole subisco e che di fondo non ho voglia di affrontare. Ma fallire non è morire. Ho chiesto a un po’ di persone (che ritengo valide ovviamente) quale fosse l’effetto su di loro ascoltando Dylan. E nel sentirmi rispondere più o meno le stesse cose ho deciso di intervistare Paolo Vites perché lo so che la sua visione sul mondo di Dylan non è esterna, e quindi cercherò in questa intervista di farlo arrabbiare, di spiegarmi perché Dylan è Dylan. Che poi in fondo a Bob Dylan devo il fatto di aver iniziato a scrivere. Non lo so, un giorno lo ascoltavo e sulla mia Olivetti ho iniziato a camminare.

 Pensi che Bob Dylan sia un trucco?
Lui sarebbe felice di questa domanda. Le maschere sono sempre state il suo modo preferito di presentarsi, per burlarsi, confondere, anche ingannare il suo pubblico e i critici. Il film Renaldo & Clara dove una donna interpreta Bob Dylan e lui interpreta un’altra persona è indicativo di questo. Se invece intendi che ci ha imbrogliato o preso in giro con quello che ha scritto e cantato direi di no. E’ sempre stato sincero fino in fondo, ma quello che ha detto non sempre è stato capito o accettato, più spesso ha infastidito.

Dylan è uno sconfitto, un uomo che non ha saputo reagire al fallimento della società?

Più che il fallimento della società, ha sentito profondamente il fallimento di coloro che cercavano di cambiare la società, tra cui anche se stesso, cosa in cui per un breve periodo ha creduto anche lui. E’ tutto scritto nelle sue canzoni e nei libri di storia. L’assassinio di JFK, l’ipocrisia della sinistra liberal americana. Lo ha detto in una canzone memorabile: In a soldier’s stance, I aimed my hand At the mongrel dogs who teach Fearing not that I’d become my enemy In the instant that I preach My existence led by confusion boats Mutiny from stern to bow Ahh, but I was so much older then I’m younger than that now. Usa parole feroci, “cani bastardi”, mica pizza e fichi. Dylan, ed è la sua radezza, non fa sconti, è un incazzato, urla la sua rabbia e anche disperazione. Per questo ci piace. Da un altro punto di vista ha sofferto profondamente il fallimento delle relazioni umani, l’incapacità di essere veri, sinceri, onesti l’uno con l’altro, anche e soprattutto nelle relazioni affettive. E’ una ferita che si porta dentro e di cui canta in modo ossessivo. La piccolezza dell’essere uomini e donne, incapaci di mantenere una coerenza e una umanità di fondo.

Se parliamo di musica perché pensi che Dylan abbia stravolto la scena musicale? Secondo te passare da una chitarra folk a una chitarra rock è sconvolgente? (perché si sa che se non avesse fatto questo passaggio Dylan sarebbe scomparso)

Non sarebbe scomparso, sarebbe stato uno dei tanti folksinger dell’epoca e comunque il migliore di tutti. Ha stravolto la scena musicale perché ha fatto qualcosa che nessuno aveva ancora fatto: inserire dei testi intelligenti e profondi nelle canzoni rock che fino a quel momento erano ancorate al She loves you yeah yeah yeah. E’questa la cosa più importante del suo stravolgimento, più della musica in se stessa. Cambiare chitarra in quel momento storico è stato sì sconvolgente, ha mostrato che si poteva e si doveva cambiare, che c’erano strade da esplorare cosa che avrebbero fatto le centinaia di gruppi rock immediatamente successivi. Non ci sarebbe stato nulla di quello che è stato il rock come lo conosciamo oggi se lui non avesse fatto quello che ha fatto a Newport nel 65. Ha liberato la musica rock.
 

Secondo te è un poeta o un cantautore ? (Un poeta è una persona nuda … c’è chi dice che io sia un poeta. Bob Dylan Mr.Tamburine –testi e poesie 1962-1985)
Sono d’accordo con De Gregori quando dice che canzoni e poesie sono due cose diverse, ma non sono una meglio dell’altra, cioè una di serie A e una di serie B, sono semplicemente diverse. La forza e la grandezza della musica rock, e in questo Dylan è stato il primo e il migliore, è quella di aver creato una nuova formula espressiva, che io chiamo “sonica”, dove non importa capire il messaggio o gin singola parola per avere comunque un effetto devastante e incalzante, qualcosa che apre la mente. Dylan è un autore di canzoni, anche se in quel poco che ha scritto solo come parola ha dimostrato che avrebbe potuto essere uno straordinario poeta o romanziere, pensiamo alle linee notes dei suoi dischi, a libri come Tarantola o Chronicles. Dylan sa usare la parola in modo straordinario e così la musica.

E se lui è un poeta, Leonard Cohen cos’è davanti a lui?

Non faccio mai paragoni, ma Cohen è come sanno tutti prima un poeta poi un autore di canzoni. Cohen è un caso unico nella musica rock perché è probabilmente l’unico che sa usare le parole nelle canzoni come poesia, cioè possono stare su da sole senza bisogno di musica.

Eppure molta gente fa paragoni tra Dylan e Cohen…

Una cosa senz’altro hanno in comune, il loro essere ebrei. E’ impossibile pensare a Dylan e a Cohen senza pensare al loro essere ebrei americani del Ventesimo secolo. I più grandi geni americani del Novecento sono stati ebrei come loro, e loro due sicuramente i primi due della classe. Si spiega così la loro visione apocalittica della storia, cinica e sconfitta, soprattutto in Dylan che è quello dei due che più di tutti desidera la fine del mondo, in modo da portarsi via tutte le schifezze e gli orrori del mondo stesso. Ma anche Cohen, basti pensare a un brano come The Future. Dylan ha poi avuto un percorso che lo ha portato ad avvicinarsi al cristianesimo, mentre Cohen è sempre stato molto più interessato al buddismo, ma nessuno dei due ha tradito le sue origini. La differenza è “everything is broken”, tutto è andato distrutto di Dylan e The book of Mercy, la misericordia, per Cohen. Dylan sente addosso il sangue e la morte del suo popolo, Cohen la possibilità di salvezza e misericordia per la razza umana.

Secondo te Dylan è diventato quello che non voleva ? e per questo motivo è così restio ai rapporti con l’esterno?

No, credo sia assolutamente quello che ha sempre voluto essere, cioè un uomo libero. E’ restio alla banalità, dunque se parla con una persona di basso livello mentale, cioè la stragrande maggioranza delle persone, si annoia e se ne va. In quel senso è restio ad avere rapporti.

Su una copertina di un vecchio Rolling Stone c’era Dylan e sotto una scritta “l’uomo che ha influenzato il XX secolo”. In che cosa ci ha potuto influenzare se siamo diventati delle belve ?
Dylan ha influenzato tantissimo, quasi tutto, Basta pensare a episodi come la nascita delle Pantere Nere, i due tizi decisero di crearle dopo aver ascoltato per tutto il giorno Ballad of a thin man, canzone che li ispirò a fare quello che hanno fatto. Nella lingua americana tantissimi suoi versi di canzone sono diventati di uso comune nel linguaggio, si continuano a usare versi delle sue canzoni quando si vuole dire qualcosa, dai discorsi dei politici a quelli dei venditori di macchine. E’ la persona che più ha influenzato la società americana, nel bene e nel male.

Che amore è quello di Dylan, se quando lo ascolto è solo un eterno rimpianto?
Definizione esatta: rimpianto. Dylan è nella stessa linea espressiva dei grandi geni dell’umanità, quello di cui li canta quando canta l’amore è quello che diceva Shakespeare in Romeo e Giulietta: “Mostrami una amante che sia pur bellissima; che altro è la sua bellezza, se non un consiglio ove io legga il nome di colei che di quella bellissima è più bella”. La consapevolezza che non esiste sulla Terra un amore perfetto, ma tutti sono destinati a corrompersi per la nostra manifesta incapacità a mantenerli vivi. Ecco perché chi sa riconoscere questo vive di rimpianto. E’ tutto detto e descritto nella canzone Girl from the red river short. Rimpianto e malinconia, segni che rimandano a un Oltre con la O maiuscola, cioè Dio, il desiderio di afferrare l’inafferrabile.

In “Not dark yet “ dice di essere nato  contro la sua volontà e che morirà contro la sua volontà … ma se non ha avuto paura di nascere come fa ad avere paura di morire se la volontà è legata a Dio?
Credo che intenda che la vita e la morte non ce le diamo da soli. Da qui il senso di impotenza e anche di paura che afferrano l’uomo consapevole, non quello inebetito dai talk show televisivi o dai social network che pensa di sapere tutto e di avere la risposta per ogni cosa.

Dylan è un genio o è un talento ? (Il talento fa quello che vuole, il genio fa quello che può C.Bene)
Un talento.
Non sopporto Dylan perché mi ricorda quanto in basso siamo caduti. Tu lo ami per questo?
No, al contrario, mi fa pensare quanto potremmo essere grandi se solo riuscissimo a essere noi stessi.

Abbiamo citato De Gregori che aprirà l’esibizione di Dylan a Lucca…Personalmente non ci ho mai visto niente in comune. De Gregori ha uno stile del tutto autentico, alienato quasi, fisso, nel senso che il suo modo di scrivere non va da nessuna parte ed è un metodo di scrittura difficile da adottare. Dylan è un fiume, smonta e rimonta parole, se la realtà è una lui la capovolge. Che cosa trovi invece in comune fra loro due ?
In realtà ho sempre pensato che De Gregori abbia attinto e sia stato influenzato dal punto di vista musicale e lirico da Cohen che da Dylan. I primi due dischi sono profondamente Cohen e Cohen lo ritroviamo nel brano Per brevità chiamato artista. De Gregori ha poi usato uno stile narrativo unico e originale a inizio carriera, quello cosiddetto della frammentazione lirica, spezzando l’unità delle frasi in un modo che ha confuso tutti ai tempi, pensiamo alle critiche degli intellettuali di sinistra che lo accusavano di “non essere chiaro”. Dylan, che lui ama moltissimo, è sempre stata una ispirazione giocosa, certe frasi, certo modo di stare sul palco, un modo affettivo di dimostrare quanto lui lo ami.

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 Paolo Vites è redattore del quotidiano online Il Sussidiario.net dal settembre 2010. In precedenza ha collaborato con le maggiori testate musicali italiane, tra cui Buscadero e Mucchio Selvaggio, con l’americana “On The Tracks”, con diversi quotidiani nazionali ed è stato redattore del mensile musicale “JAM – Viaggio nella musica” dall’ottobre 1996 al luglio 2009. Ha intervistato i massimi artisti internazionali, da Paul McCartney a Patti Smith, da James taylor a Joe Strummer, da Donovan a Sheryl Crow. Ha pubblicato monografie dedicate a Bob Dylan, Patti Smith, Clash e Cat Stevens e collaborato alle enciclopedie rock di Arcana, Editori Riuniti e Baldini e Castoldi. E’ uno dei curatori della mostra “Good Rockin’ Tonight, storie di 50 anni di rock”, presentata al Meeting di Rimini nel 2004. Insieme a Walter Gatti, Riro Maniscalco e Stefano Rizza è autore di “Help! Il grido del rock”, raccolta di testi di canzoni commentate (Itaca, 2008). Nel dicembre 2008 ha pubblicato “Do you believe in magic?, la strada verso casa” (Gruppo Editoriale l’Espresso), sua prima raccolta di racconti brevi. Nel maggio 2011 ha pubblicato “Un sentiero verso le stelle, sulla strada con Bob Dylan (Pacini Editore, 2011). E’ autore dei fascicoli che accompagnano le discografie complete di Francesco De Gregori e di Antonello Venditti per Il Corriere della Sera.