La morte come ultimo baluardo del naturale, quindi del sacro

Home / Quella voce fuori dal coro / La morte come ultimo baluardo del naturale, quindi del sacro

Fino al XX secolo, in arte, in filosofia, in teologia etc. molti hanno pensato che la corporeità fosse strettamente collegata alla “natura”, invece, nei nuovi scenari del XXI secolo, sempre più forte appare l’influenza della “moda” o del tecnologico a riguardo di tali speculazioni prettamente di ordine culturale, cioè si tende a considerare un insieme di fattori, comunque legati all’effimero, all’edonistico o all’artificiale, i quali, ancora una volta, tentano di riportare la componente fisica in uno status alquanto “finto” e oltremodo distaccato da ciò che è la nostra origine di “materia pensante su se stessa” (come sono solito definire l’uomo).

In questo senso uno dei più acuti intellettuali del Novecento, Emmanuel Mounier, ha potuto scrivere che «la natura dell’uomo è l’artificio», ma non di una divinità superiore, bensì della volontà che l’uomo sta dimostrando allorquando tende (snaturandosi con superbia) a dirsi il “generante” di se stesso. Il cammino dell’uomo nella storia è contrassegnato dalla sua attitudine a voler superare i limiti – invalicabili per gli altri esseri, quelli appartenenti al mondo animale – di ciò che è naturale nel disperato tentativo di voler  costruire un “nuovo mondo”, un mondo più abitabile e più degno, ma se per certi aspetti vi è riuscito, per altri ha innescato tutta una serie di componenti che possono condurci alla catastrofe, e non solo materiale, ma, soprattutto, di ordine etico. Naturale era il freddo, e l’uomo ha utilizzato a suo favore il fuoco; naturale era la debolezza di fronte alla malattia, e l’uomo ha inventato la medicina; naturale era la limitata disponibilità di frutti della terra, e l’uomo li ha moltiplicati con l’agricoltura, e così via, ma, nel contempo, naturale era affrontare i mammut con lance e frecce, ma poi l’uomo ha inventato la bomba atomica o le armi di distruzione di massa (…quelle rivolte per eliminare i suoi simili e non certo i mammut). In questo senso, nel mondo di oggi, l’uomo è quasi interamente circondato dall’artificiale (cioè da ciò che lui ha “inventato” – e forse proprio per questo è così diffusa la nostalgia del naturale e la spasmodica ricerca di esso, come quasi di un paradiso perduto).

Il suo stesso corpo è diventato, sotto molti aspetti, artificiale: modificato da un’alimentazione sempre più sofisticata, plasmato dall’attività sportiva, talora sanato e restaurato attraverso il trapianto di organi che gli erano originariamente estranei (ma che poi sono diventati parte integrante di sé) oppure per mezzo della chirurgia estetica. Perciò i confini fra ciò che è naturale e ciò che è artificiale stanno diventando sempre più labili ed incerti e la domanda che responsabilmente è lecito porsi è se, alla fine di questo complesso processo, l’artificiale non prenderà definitivamente il posto del naturale, come se fosse questo, del resto, il destino dell’uomo, cioè l’esito “necessario e inevitabile” del suo lungo cammino nella storia. Sempre più credo (e lo affermo con un brivido che mi scorre lungo la schiena) che senza una piena e matura assunzione di responsabilità, l’artificiale prima o poi possa sfuggire alla nostra presa. Ora dire: “riacquistare responsabilità” significa, essenzialmente, come l’origine stessa del termine suggerisce, “la capacità di rispondere” alle problematiche che possono derivare dalla mia affermazione precedente (del resto è proprio questa attitudine a rispondere, anche in modo creativo e innovativo, e non semplicemente ripetitivo, ciò che distingue l’agire umano dal comportamento della macchina). È questa cultura della responsabilità – questa capacità di rispondere non solo all’interno di predeterminate variabili, ma facendo appello all’intelligenza e, soprattutto, al suo senso morale – che gli uomini e le donne del nostro tempo dovrebbero essere capaci di ritrovare, riportando la macchina, perciò la tecnologia, al suo ruolo di supporto e non di sostituto dell’uomo.

Reputo, infatti, che sia su questo terreno che si deciderà il destino dell’Occidente, ormai ambito emblematico nel quale tende a operare la “cultura del dominio” quando, invece, per emancipazione, dovrebbe esplicarsi una “cultura della responsabilità”, e tale “responsabilità” dovrebbe di nuovo prendere forma (appunto etica) a cospetto della morte, cioè di quella realtà dura e sgradevole (nonché prettamente naturale) che una tecnologia sempre più affinata vorrebbe superare e che invece permane quale muro invalicabile, e giustamente, al fine di rimettere costantemente in discussione il delirio di onnipotenza dell’uomo tecnologico. Negli ultimi decenni è stato ampiamente messo in evidenza il tentativo di progressivo occultamento della morte, almeno in Occidente, aspetto visibile anche nella tendenza a camuffare e a mascherare il volto del defunto fino a restituire al cadavere una sorta di artificiosa apparenza di vita. Non potendo dominare la morte, l’uomo contemporaneo vorrebbe almeno gestirla e stabilirne egli stesso i tempi e i modi, nell’illusione di poter diventare padrone di ciò che, alla fine, sfugge inevitabilmente alla sua presa. Soprattutto l’uomo secolarizzato, orfano della fede nell’immortalità, cerca una sorta di sostituto laico del trascendimento sacro/religioso della morte stessa, cercando di appropriarsi della decisione circa il suo momento e le sue modalità, come se il poter decidere l’ora e i mezzi della morte fosse una reale vittoria su di essa. Infatti pochi ambiti come quello del morire mettono ancora in evidenza, nonostante ogni utopia tecnologica, il confine che separa la natura dall’artificio. In effetti anche il tema della morte, oggi, non può essere affrontato senza estraniarsi dai nuovi orizzonti aperti dalla scienza e dalla tecnologia.

Gli ultimi due secoli della storia dell’Occidente, a seguito degli Illuministi e della Rivoluzione Francese, sono stati caratterizzati dall’acquisizione, da parte della scienza, anche di ambiti come quello dell’origine e delle dinamiche della vita che, in precedenza, tramite il filosofico, il teologico e non il pratico, si erano sottratti alla sua presa; sotto tale aspetto la stessa origine della vita ha perduto la sua dimensione di “mistero” e, quindi, di sacralità. La vita, perciò, è diventata manipolabile e, in qualche misura, “costruibile” artificialmente, infatti le nuove tecniche procreative hanno ulteriormente ampliato il potere della scienza, sino a porre nelle mani dell’uomo il dominio dei meccanismi, appunto, del “dare vita”. Se si è quindi potuto realizzare il quasi completo assoggettamento alla scienza sia delle origini sia degli sviluppi di un’esistenza, rimane tuttavia fuori del potere della tecnica il suo momento terminale, cioè la morte. Infatti essa resta in gran parte sottratta all’area di dominio della tecnica. Il decesso può forse essere rinviato sino a scadenze fino a ieri inimmaginabili, ma non può essere né eluso né superato. La morte, perciò, rimane a ricordare la finitezza dell’uomo; una finitezza il cui superamento è possibile, unicamente, su un piano che si esula completamente dall’ambito della scienza. A questo dato di fatto l’uomo tecnologico non può non ribellarsi: la morte è uno “scacco” che, non potendo essere evitato, deve essere occultato e rimosso; infatti, per l’uomo (emancipato, evoluto… o, meglio, fintamente emancipato ed evoluto) ciò che non si riesce a rimuovere dovrebbe essere almeno controllato e programmato. Quindi, non potendo impedire la morte, ma, al più, soltanto rinviarla, l’uomo secolare (materialista occidentale) cerca almeno di impadronirsene, di gestirla, di diventarne “padrone”, decidendone i tempi e le modalità. Ma si tratta, a ben guardare, di un dominio solo apparente, surrettizio che sfocia, come ho detto, nel “camuffamento”, nel “bluff”, perché la morte, per nostra fortuna, non si lascia né imbrigliare né imprigionare. Così l’occultamento della morte appare, negli odierni scenari dell’Occidente, come il mascheramento di una sconfitta. La “ragione religiosa”, pur essa impotente di fronte alla morte, si riteneva tuttavia capace di rivelarne il senso (sia pure in accezione ultramondana), immettendo nella coscienza collettiva dell’Occidente la cultura del transito e dunque l’idea della morte come “passaggio” e quale “nuovo inizio”, invece la “ragione secolare”, che non vuole conoscere ciò che sta al di là della morte (negando, nichilisticamente, una qualsiasi possibilità trascendente-metafisica), si dimostra irrimediabilmente una cultura della finitezza; ma è proprio questa finitezza che l’uomo secolarizzato non riesce più ad accettare e che lo induce, conseguentemente, all’occultamento della morte, a partire dal linguaggio sempre più eufemisticamente allusivo per finire con la collocazione della stessa nell’area del rimosso, nella periferia degli ospedali e nell’ancor più lontana periferia dei cimiteri; gli uni e gli altri luoghi, appunto, di occultamento sociale della morte, della sua privatizzazione, della sua relegazione nell’intimità.

Così la morte – che in una lunghissima stagione della storia degli uomini ha avuto una dimensione giustamente e, lo ripeto, sacralmente pubblica – oggi è piombata in una dimensione privata, che infine la vuole sempre più allontanare da possibili riflessioni altre sulla stessa. Ed è questo uno dei superstiti tabù dell’uomo tecnologico di fronte al quale, l’Occidente, rivela i suoi limiti. Se una spiegazione di ordine scientifico (con relative applicazioni tecnologiche) può sotto molti aspetti funzionare per l’intero corso della vita, restano tuttavia due momenti che sfuggono al positivismo scientista: quello iniziale (dal momento che la vita non si crea ma soltanto si trasmette) e, soprattutto, quello terminale (poiché nessuna filosofia è capace di arricchire di senso ciò che è, antropologicamente, privo di senso, perché negazione dell’essere stesso dell’uomo, seppure “essere” a sua volta, e mi si consenta l’ossimoro).