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La sindrome di Ræbenson. Intervista a Giuseppe Quaranta

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Sei un valido esordiente, con una scrittura calibrata ed efficace, e un riconosciuto medico psichiatra nella vita di tutti i giorni: quanto di reale usi per le tue storie, quanta (ulteriore) finzione vorresti riporre nei libri che scrivi?

Grazie per i tuoi complimenti. Per chi scrive penso che ogni cosa sia uno stimolo per la creazione: un dialogo ascoltato per strada, una foglia che cade, una piazza, un racconto, un sogno. Alcuni scrittori hanno quella religione per cui tutto quello che accade lo fa per ragioni che non sono solo politiche, relazionali o sociali, ma estetiche. Tutto accade, insomma, perché possa approdare a un libro. In questo caso, c’è come un senso di attesa, un’attesa che le cose si manifestino a un livello più essenziale, o che svelino le loro corrispondenze taciute fino a quel momento. Gli scrittori peggiori, per me, sono quelli che ostacolano questo processo in ogni modo. Sono coloro che non si liberano da tutto ciò che ostacola il loro sguardo o la riflessione. Il mio esercizio quotidiano è quindi tentare di spogliarmi: da tutto quello che è struttura, legame, ideologia, opinione, aspettativa, l’io stesso; vista così, sembrerebbe un impoverirsi. Ma i poveri, diceva Kipling, sono i migliori narratori perché ogni notte devono posare la loro testa al suolo.

Nel tuo romanzo d’esordio, finalista al Premio Calvino, hai immaginato dei personaggi letterari avvincenti e profondi. Forse nella piena inconsapevolezza del gesto, considerato che non hai ancora pubblicato il tuo primo romanzo. Quanta fatica quotidiana ti costa leggere e scrivere per diventare un autore di storie ben scritte?

Leggere e consultare documenti prima di iniziare a scrivere, elaborare mentalmente, credo siano le parti più belle e divertenti della scrittura. Può assorbirti a tal punto che sei leggermente disallineato rispetto alla vita quotidiana. Sono i momenti in cui puoi prendere pali in fronte mentre cammini, dimenticare il gas acceso, fare domande tangenziali il cui unico scopo è avvicinarti a quello che stai cercando, spiegare a un proprio familiare che stai lavorando anche se ti affacci a una finestra. Poi c’è la scrittura, e lì le cose si fanno molto meno divertenti. Ci sono attività umane la cui ripetizione ti consente di farle poi in automatico, ad occhi chiusi. Non è così, credo, per la scrittura. Scrivere è un affare complicato, ma che si complica sempre di più con il tempo, per cui il prossimo libro è sempre quello più difficile da scrivere.

In quanto autore, quali sono i tuoi Maestri Narratori di riferimento e da cui non vorresti mai separarti?

Amo molto rileggere, e non separarmi quindi da quello che mi piace. Soprattutto scrittori un po’ enigmatici, che hanno consegnato ai posteri una certa immagine di sé e della loro letteratura, attentamente sorvegliata dalla loro scrittura e dal loro stile di vita. Gli scrittori che mi piacciono sono per me draghi che custodiscono un tesoro privato e non lasciano che nessuno si avvicini, alimentando però culti, leggende, misteri. Penso ad esempio a Kipling, la cui opera è tutta costruita attorno alla difesa di questo spazio inviolabile, e nella sua autobiografia, Qualcosa di me stesso, finisce per dire proprio così poco di sé. Ma potrei citarne altri che amo e adoro: Henry James, Borges, ma anche Borgese, Bassani, De Quincey, Canetti, Woolf, Chateaubriand, Bloy, Munro, Chatwin, Nabokov, Modiano, Mo Yan, che credo in cinese voglia dire “colui che non vuole parlare”…

Che rapporto hai con il cinema e i fumetti? E quali sono i tuoi autori preferiti di questi due medium narrativi?

Il cinema soprattutto. Tra i registi che apprezzo ci sono Hitchcock, Bresson, Ford, Melville, Wilder, Leone, Haneke, Lynch… L’elenco di questi giganti dovrebbe far capire quanto prenda tutto estremamente sul serio.

Ogni scrittore immagina un lettore ideale. O forse no. Per te esiste? Se sì, il tuo lettore ideale come è fatto?

Direi il lettore invocato da Bolano, quello che si addormenta con un libro sotto la testa. Spero siamo tutti d’accordo che un libro è il miglior cuscino che ci sia.

Come impieghi il tempo quotidiano dedicato alla scrittura delle tue storie?

Il tempo dedicato alla scrittura è un tempo che scorre molto rapido. Cerco di combattere la sua velocità scrivendo almeno una riga al giorno. Nulla dies sine linea.

Quale tipo di storia non scriveresti mai?

Sarebbe bello scrivere un libro fatto di dieci capitoli che riassumono e discutono i libri che non scriverei mai, come fece Steiner in quel libro molto bello che è “I libri che non ho scritto”. Scherzi a parte, mi sforzo di non interferire mai con l’ispirazione, è una dama potente e impulsiva, ha dalla sua armi come l’ossessione e il martellamento mentale. Se ti impone un argomento, tu hai in qualche modo l’obbligo di diventare il suo amanuense. Non devi protestare perché questo ti è stato donato, e proviene da chissà quale universo, hai ricevuto in sorte qualcosa che potrà essere un dono o una maledizione, non puoi fare altro che accettarlo, con umiltà, come ogni cosa che accade nella vita.

Come hai scoperto il Premio Calvino? (e quanto ti sei allenato per arrivare in finale?)

Il premio Calvino è, credo, per un aspirante scrittore o scrittrice, un sogno. Vorrei però raccontarti un aneddoto. Prima di partecipare al Calvino, mandai il libro per una scheda di lettura a una agenzia letteraria, PAL di Melissa Panarello, dopo averci lavorato con il team di Crudo di Michele Vaccari, un servizio editoriale che mi ha aiutato a credere in quello che scrivevo, pensarmi scrittore è tuttora un problema da psicanalizzare. Nella scheda di lettura c’era scritto: “Potrebbe valere la pena proporre il libro al Premio Calvino: sarebbe sicuramente uno dei candidati alla finale”. Profetici.

Quale legame intercorre tra i tuoi appunti da medico, a proposito delle vite delle persone, e i tuoi appunti da scrittore, a proposito delle vite dei personaggi letterari che inventi?

Non so se posso risponderti con accuratezza. In realtà se mi capita di utilizzare qualche elemento preso dal mio lavoro di rado è di natura psicologica. Cerco sempre di catturare dei dettagli con cui immaginare un personaggio o una scena. Ho sempre sentito mia quella preoccupazione che attanagliava alcuni scrittori persino sul letto di morte, aggiungere particolari a un episodio per ottenere effetti realistici. Ancora adesso, come facevano gli autori del Settecento, dobbiamo porci il problema di come riuscire a convincere il lettore che quel che gli raccontiamo è vero, indipendentemente dal fatto che lo sia davvero.

Racconteresti ai lettori di Satisfiction, in breve, quale tema tratta il tuo romanzo selezionato al Premio Calvino?

Sì, certo. Uno psichiatra inizia a presentare una serie di sintomi strani, quali amnesie, alterazioni nella visione dei colori, macchie sull’iride. Lui dice a un suo collega – il narratore della storia – di conoscere già cosa lo affigge. Si tratta della sindrome di Ræbenson, una sindrome che conferisce a chi ne è affetto l’immortalità. Nessuno, tuttavia, ne ha mai sentito parlare né questa malattia è presente in nessuna classificazione diagnostica. Se tutti, quindi, sono pronti a liquidare il caso come il delirio di un pazzo, il narratore ne è affascinato e indagherà sempre di più, fino a intuire qualcosa di misterioso. Credo sia quindi un libro che parla molto di confini, innanzitutto i confini incerti dell’io: vita/morte, realtà/finzione, sanità mentale/follia…

Stai lavorando a un nuovo romanzo? Se sì, racconteresti ai lettori di Satisfiction di cosa parla?

No, non sto lavorando a nessun nuovo libro. Ho scritto in questi mesi un racconto lungo, una storia dal tono fantastico sui lapsus. Intanto continuo a rivedere le bozze di Ræbenson. Si pubblica un libro, è risaputo, per evitare di continuare a correggerlo a vita. Correggere però è rassicurante e per me ha un effetto ansiolitico.

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Giuseppe Quaranta è cresciuto a San Marzano di S.G. (TA) e vive a Pisa dove lavora come psichiatra. È stato finalista al Premio Italo Calvino per scrittori esordienti nel 2023.

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