L’originale di Giorgia, di Paolo Zanotti

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Sulla fine e sull’evaporazione della giovinezza e sul modo in cui poi continua a piovere, la giovinezza, anche quando diventiamo adulti, e sulle rifrazioni di luce, sui miraggi che ci fanno vedere cose e persone che forse non ci sono più. E sulla maniera con la quale una bimba ginocchia-bucate è ammessa in un gruppo di bambini maschi che, pian piano, si invaghiscono di lei e se ne innamorano senza poter dire chi di loro la ami di più. Negli anni che vanno dalle elementari alle medie e poi al liceo, sempre tutti innamorati di Giorgia, che intanto si trasforma in una rosapesce, scompare nella nebbia e va a studiare in Francia, oltre le Alpi, in un luogo imprecisato.
Ma è difficile dire chi sia Giorgia, difficile dire se sia esattamente la stessa per ognuno di loro. E così, per esempio, Tommy tenta invano di riprodurne all’acquarello il rosso dei capelli, Renato ne scruta lo sbocciare del corpo «sicuro che fosse percettibile come lo spostarsi di una nuvola», Leo afferma che nessuna ragazza cammina il mondo con passo più elegante, Diego è invaghito dalla maniera in cui Giorgia incrocia i piedi quando sta ferma, Ivan dagli occhi, mentre i gemelli, invece, vedono in lei qualcosa di più indefinito, «da qualche parte sulla strada che porta dalla mamma alla luna». E poi c’è il narratore, che non ha nome e dà voce a questa storia. E lui, il narratore, naturalmente è ammaliato dalla voce di Giorgia e ne cerca la traccia in tutte le parole che sente pronunciare «a scuola a casa per strada, in modo da imparare a riassemblarla, per ogni evenienza».

Ecco, L’originale di Giorgia di Paolo Zanotti (uscito nel 2005 sulla rivista “Il Caffè Illustrato” e poi nel 2017 pubblicato nell’omonima raccolta dalle Edizioni Pendragon) è il tentativo di dare voce, forma, sostanza a qualcosa che però è mutevole e, per sua stessa natura, inafferrabile. Sembra uno di quei racconti che avrebbe potuto scrivere soltanto Roberto Bolaño. Roberto Bolaño e Paolo Zanotti, appunto, che lo fa con una grazia commovente, struggente, rara. Perché questa non è soltanto una lettura sonnambula ma è una lettura incantata: è l’omaggio a Paolo Zanotti, il mio personale omaggio alla sua Giorgia. Perché il narratore spesso parla utilizzando la prima persona plurale, un “noi” di cui ci sentiamo parte, così come ci sentiamo chiamati in causa quando egli si rivolge direttamente a Giorgia dandole del “tu”. Quasi a sperare che un giorno Giorgia possa leggere queste righe che sono allo stesso tempo un’indagine, un canto e un discanto.
Un’indagine su Giorgia, che però da subito appare come una galassia, un essere dalle molteplici individualità: insondabile, irraggiungibile, impalpabile (eppure Leo l’ha baciata!). E si duplica, Giorgia, si sdoppia, la sua immagine riprodotta, riflessa altrove: ad Anversa, a Lille, a Klagenfurt, a La Rochelle, a Nantes. Giorgia è nella mente e nei discorsi degli altri, nelle voci indirette attraverso le quali si tenta di ricostruirne gli spostamenti, nelle telefonate interurbane che giungono improvvise. Quasi del tutto fuori fuoco e fuori campo nel racconto, Giorgia è colei che con un dito scrive il proprio nome sul vetro di un bus senza arrivare oltre la “R” e poi svanisce. Allo stesso modo della giovinezza – perché lei è l’infanzia perduta, la giovinezza – che mentre la viviamo, siamo già alla “N” e va finendo: ed ecco il canto, la lode a quando il futuro era spalancato davanti e tutto sembrava possibile ed eterno. Anche il mistero indecifrabile di ciò che siamo e proviamo nei confronti di noi stessi e degli altri e chi siamo noi e chi sono gli altri. Questo finché il canto non coincide con il discanto, quando cioè gli anni iniziano a passare – gli anni passano in questo racconto come nei racconti di Roberto Bolaño: con le omissioni, con le cose che accadono e sembrano non toccarci, quando invece hanno per noi conseguenze irreversibili – finché il tempo che abbiamo alle spalle diventa maggiore di quello che abbiamo davanti. Perché la beffa è che solo allora, quando è ormai troppo tardi, tutto si rivelerà:
«Uno va in cerca di presagi, indizi, premonizioni, o qualche dritta sul futuro. Ma è solo dopo, solo nei ricordi che il gioco funziona davvero. Nessuno avrebbe potuto intuire, in quegli anni di vento e libellule e Alpi lontane, il tema di fondo di questa storia. Che in realtà è semplice: la natura collettiva dell’amore».
Paolo Zanotti, (1971-2012) è stato uno degli scrittori più significativi e promettenti della nuova narrativa italiana. Ha pubblicato racconti, romanzi e saggi. È stato anche traduttore.