Luciano Ligabue, il vuoto a perdere della scrittura.

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L’unico vero segreto del successo di Ligabue come scrittore  è che se lo leggi all’incontrario escono le istruzioni per montare il salotto dell’Ikea.

Più che “Il rumore dei baci a vuoto” il titolo corretto di questa raccolta sarebbe “Il rumore dei racconti a vuoto”. Perché questa nuova prova narrativa di Luciano Ligabue, la Mary Poppins del rock italiano, è quasi peggiore delle precedenti. Non ho mai creduto molto ai talenti multitasking, capaci di passare dalla musica al cinema alla letteratura, se fosse per me non me ne curerei, ma è abbastanza riduttivo per la narrativa italiana contemporanea continuare a leggere giudizi entusiastici su questi racconti di Luciano Ligabue che, pur sembrando un brav’uomo, diventa stucchevole quando ha la pretesa di scendere sul palco della carta per raccontarci coordinate emotive di un “weekend postmoderno” già intrapreso decenni fa da PierVittorio Tondelli. Ligabue non è che la brutta copia sulla carta di Tondelli, come è la brutta copia di Bruce Springsteen nei dischi. Non siamo all’anno zero, ma quasi. Eppure è tutto un incensare di critiche ed elogi, con chi addirittura grida al capolavoro narrativo. Antonio D’Orrico, ad esempio, il critico che ha lanciato Giorgio Faletti come “il miglior scrittore italiano” (dimenticandosi di aggiungere che al tempo era consulente editoriale di Baldini e Castoldi, che pubblicò proprio Faletti), sulle pagine del “Corriere della Sera” scrive che “Luciano Ligabue è il nuovo Raymond Carver”. Più che alla follia siamo al coming out dell’ignoranza della critica letteraria in Italia. Cosa c’entra Ligabue con Carver? Raymond Carver ha descritto inferni&infermi domestici, ha raccontato come pochi la disperazione dell’ “american way of life”, ha descritto gli angoli bui dei nostri ego(ri)feriti sbattendo i nostri ventilati valori borghesi contro il frigor mortis dei nostri tempi, dove all’amore si è sostituita la deriva dei sentimenti (a questo proposito si legga “Il bagno”, forse il miglior racconto breve mai scritto nel ‘900, dove si descrive la quieta disperazione di due genitori che hanno ordinato una torta di compleanno per il proprio figlio che lo stesso giorno è stato investito da una macchina e nel frattempo il pasticcere che deve consegnare la torta li tormenta di telefonate perché deve incassare). Come sottolinea D’Orrico “Ligabue racconta situazioni a sfioro (come certe piscine) sull’abisso, sospesi su una tragedia”. Ed è proprio questa la tragedia del Ligabue cantautore e scrittore: nelll’abisso se proprio proprio si deve ci butta mica lo si sfiora. Ligabue è il cantore, musicale e narrativo, di questa morale paracula da safe life che miete più vittime di ogni vita spericolata. L’accontentarsi di “certe notti” mentre certe notti sono baratri che è impossibile sfiorare perché ci vai a sbattere, mica ci svanisci dentro. E poi “certe notti”, quelle vere, quelle che poi puoi davvero raccontare, iniziano al mattino, mica la notte. Ed è questa logica di ragioneria esistenziale che, spesso, fa la fortuna di molti nostri narratori. Una forma di paraculismo con la vita che si riflette non solo sulla carta, ma anche negli occhi di chi legge. Leggere è uno sport estremo oppure dobbiamo essere misurati anche nella lettura? Ecco: i racconti di Ligabue più che pagine che sporcano l’anima, sono oasi di sicurezza congelata. Ma per questo non abbiamo già Mario Monti? Ligabue è la misura dell’artista: l’essere misurati, controllati, vaccinati che rende insulsa l’arte italiana. Qui ci vuole una guerra, mica il pace amore della bassa. Leggere questi racconti è come immaginare Hemingway acaccia di marlin sul Po (ed in effetti tra l’altro Ligabue in un racconto descrive pure una battuta di pesca sul PO, solo che al posto del marlin c’è il pesce siluro). Non me ne voglia Ligabue, ma Ligabue (e l’elogio a Ligabue) rappresenta l’essenza dell’apparenza. Rappresenta tutto quello di cui, soprattutto di questi tempi non avremmo bisogno. Perché un artista nei suoi libri deve far tremare i polsi, mica i polsini. E con la scusa di Ligabue è bene ricordare il vero Male che affligge l’Italia. La presenza, sicura e galleggiante, di artisti che vogliono piacere a tutti, tipo i Babbi Natali. Ma come ricorda Thomas Bernhard un artista deve fare paura ai suoi vicini di casa, deve terrorizzare persino i bambini! “Ragazzi, non aprite la porta, è Thomas Bernhard”. In Italia, invece, tutto mira al “consolatorio”, tutto mira non all’orologeria dell’anima, ma a raccontare la paura di vivere gli abissi come una forza. E sa una parte è vero, come scrive Shopenhauer, che se guardi a lungo l’abisso, l’abisso poi guarda te, è altrettanto vero che l’unico vero segreto del successo di Ligabue come scrittore  è che se lo leggi all’incontrario escono le istruzioni per montare il salotto dell’Ikea. Con Ligabue non è nemmeno necessario far girare al contrario le parole. Perché le parole girano a vuoto ed è forse questo il segreto del suo (in)successo. Perché la più terribile condanna di questa tipologia di artisti è questa tipologia di successo: l’avere (in)successo. Un successo che non è successo, perché il vero successo è il participio passato del verbo succedere. Tutto il resto è rumore a vuoto.

Gian Paolo Serino