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Ossessionato dalla costruzione della frase. Intervista a Salvatore Toscano

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Salvatore Toscano è nato il 22-09-1978 a San Paolo Belsito, in provincia di Napoli, e vive a Pomigliano d’Arco. Nel 2003 ha conseguito il master in tecniche della narrazione presso la Scuola Holden di Torino. Da allora si occupa di organizzazione e presentazione di eventi culturali, insegna scrittura creativa, lavora come sceneggiatore e pubblica interventi e recensioni sul blog letterario Il primo amore. È autore del saggio Infinite Loss dedicato a David Foster Wallace, ha scritto la postfazione di Diario del caos di Antonio Moresco, e ha curato un libro-intervista (che uscirà per l’editore Wojtek) in cui dialoga con Mircea Cărtărescu e Antonio Moresco. Gli stupidi e i furfanti è il suo primo romanzo.

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Il tuo primo libro, Infinite loss (un commovente saggio autobiografico sul tuo rapporto con lo scrittore statunitense David Foster Wallace), pure se pubblicato da un piccolo editore indipendente, è presente – stando all’OPAC – nelle seguenti biblioteche: Biblioteca Universitaria di Bologna, Biblioteca comunale di Castello di Serravalle, Biblioteca comunale dell’Archiginnasio di Bologna, Biblioteca nazionale centrale di Firenze, Biblioteca nazionale centrale di Roma, Biblioteca civica centrale di Torino e Biblioteca della Scuola Holden ancora a Torino. Inoltre viene citato nell’archivio italiano, presente in rete, dedicato alla memoria di David Foster Wallace. Insomma si tratta di un piccolo ma prezioso libro che esiste e viene ancora letto, a distanza di anni dalla sua pubblicazione. Cosa pensi oggi di quel libro, rispetto alla tua scrittura e rispetto alla mancanza fisica sulla scena letteraria dell’autore del romanzo classico postmoderno Infinite Jest?

Innanzi tutto lasciami dire che sono ammirato, e in parte inquietato, dalle tue capacità investigative: sei in possesso di informazioni che io non conoscevo e che trovo davvero sorprendenti.

Infinite Loss non ambiva allo status di libro, tra l’altro, quando lo è diventato, mio fratello e i miei amici mi prendevano per il culo chiamandolo “opuscolo” anziché “libro” visto che è lungo giusto una quarantina di pagine. La verità è che si trattava solo di uno sfogo, più o meno delirante, scritto da un lettore qualsiasi subito dopo aver appreso del suicidio di uno dei suoi idoli, per l’appunto David Foster Wallace. Il testo uscì sul blog letterario Il primo amore e solo qualche tempo dopo divenne un libro cartaceo, pubblicato da un vero editore (Epika), grazie all’interessamento del mio amico Jacopo Masini.

Allora come adesso mi sembra inspiegabile che qualcuno possa averlo letto e apprezzato, ma soprattutto mi sembra surreale che le istituzioni di cui mi parli ne conservino memoria e che tu addirittura lo definisca “commovente” e “prezioso”.

Vuoi sapere cosa ne penso oggi? Non saprei dirti da quanti secoli non lo rileggo, però, conoscendo la mia maniacalità, sono certo che troverei qualche frase da sistemare, aggettivi e avverbi che mi procurano le coliche, difetti imperdonabili che annienterebbero ciò che resta della mia autostima… In ogni caso, anche se l’ho scritto quindici anni fa, nella sostanza Infinite loss mi corrisponde al 100%. Non vorrei suonare ridicolmente enfatico, ma la mia devozione per la letteratura è totale, il mio amore per i libri resta immutato fin dall’adolescenza e non oserei mai mandare in stampa qualcosa di cui non sono convinto: ho troppo rispetto per gli scrittori e per i lettori. Ho pubblicato pochissimo perché so che nessuno sente bisogno del mio contributo, che il mondo può benissimo fare a meno delle mie chiacchiere su carta, quindi se proprio non riesco a frenare l’impulso della scrittura, se proprio mi è inevitabile disturbare altri terrestri con il rumore nemmeno troppo sottile della mia prosa (chiedo perdono a Giorgio Manganelli che ho appena parafrasato impunemente), pretendo il massimo da me stesso, e nonostante le insicurezze e l’incapacità di sentirmi a mio agio con ciò che scrivo, riconosco una scintilla di vita nel mio piccolo “opuscolo”…

Perdonami: tutto questo pippone per dire che forse correggerei qualche dettaglio ma non mi vergogno di quel libro. Vedi, c’è molta gente più attrezzata di me che ha lavorato in maniera seria sull’opera di Wallace, ma io non considero Infinite loss un saggio su Wallace, piuttosto lo definirei l’autobiografia di un lettore che sull’onda emotiva innescata dal lutto prova a mostrare l’interconnessione profonda che in alcuni momenti di epifania, attraverso le pagine, può instaurarsi tra due estranei (un essere umano che scrive e un essere umano che legge), quando la narrativa assurge al rango di arte, quando la letteratura diventa territorio di accoglienza e incontro privilegiato per individualità che altrimenti non si sarebbero mai nemmeno sfiorate.

Su Wallace: al di là del dolore che la sua scomparsa ha arrecato a tutte le persone che gli volevano bene, tra le quali credo si possano includere ‒ senza fare retorica, e con l’enorme rispetto dovuto ai suoi amici e familiari ‒ anche coloro che non lo conoscevano personalmente ma amavano i suoi libri, vorrei provare a spiegare cosa ci stiamo perdendo dal quel tragico 12 settembre del 2008. David Foster Wallace era una singolare creatura pensante in perenne evoluzione, una mente ricettiva e reattiva come poche, un irripetibile mix di conoscenze, fragilità e talenti che sembrava programmato per decifrare il mondo e il tempo in cui siamo capitati. Negli ultimi anni della sua vita aveva acquisito una saggezza più pacata, più luminosa: con il senno di poi la mia potrebbe sembrare una strana forma di umorismo nero, ma io lo vedevo felice, pacificato, e avevo l’impressione che le sue pagine, sempre inguaribilmente cerebrali fino allo sfinimento, stessero diventando più aeree, che lui stesse diventando più consapevole del ruolo salvifico che la letteratura può e deve giocare in alcune circostanze, che si fosse messo definitivamente alle spalle la stagione del cazzeggio da primo della classe che non prende mai niente sul serio (tra parentesi questa era l’accusa che Wallace rivolgeva ad alcuni dei suoi padri letterari postmoderni e a sé stesso da giovane). Oggi sarebbe un omaccione di 62 anni dall’aspetto gentile ‒ forse lo immagino un po’ troppo somigliante a William Vollmann che ho avuto la fortuna di conoscere di persona ‒ e sono certo che potrebbe darci un contributo fondamentale per capire come cazzo si fa a restare vivi e sani di mente in questo turbolento inizio di millennio.

Ti sei formato al Master della vecchia Scuola Holden di Torino, quella ancora diretta da Alessandro Baricco. Poi, dopo gli studi, sei tornato a Pomigliano d’Arco e – tra mille lavori umili per sbarcare il lunario – hai continuato a scrivere conducendo una tua ricerca personale, coltivando sempre l’insegnamento della scrittura e l’attivismo culturale: collabori con la libreria e casa editrice Wojtek fondata da Ciro Marino e sei uno dei relatori del meraviglioso FLIP (Festival della letteratura indipendente di Pomigliano d’Arco). Cosa ha significato per te lasciare Torino anni fa, tornare al Sud, e provare a trovare la tua strada?

Per me, negli anni in cui l’ho frequentata ‒ tra il 2001 e il 2004 ‒ la scuola Holden è stato il posto più bello del mondo. Davvero. Sia umanamente sia intellettualmente mi ha dato tantissimo: se tu mi chiedessi una lista delle persone che hanno avuto un ruolo cruciale nella mia formazione, potrei andare avanti all’infinito elencando compagni e insegnanti che ho conosciuto lì. Non che fossi felice per tutto il tempo: all’inizio mi sentivo molto a disagio perché mi sembrava che tutti fossero più preparati di me, più brillanti, più capaci di scrivere narrativa di buon livello. Sviluppai un complesso d’inferiorità che ancora oggi mi sembra un indispensabile compagno di viaggio: il pungolo per non smettere mai di imparare e migliorare, la zavorra per restare con i piedi per terra in quei rari momenti in cui mi illudo di essere diventato uno scrittore. Mi resta anche il rimpianto di non essermi goduto appieno la città di Torino perché nei week-end facevo il lavapiatti e per il resto della settimana stavo a scuola o chiuso in casa a leggere fino all’alba, ma ero così concentrato sul mio obiettivo di perfezionarmi come lettore e scrittore che non mi importava di nient’altro. Poi all’improvviso, come quando una storia d’amore finisce, per qualche motivo che non saprei spiegare, ho cominciato a sentirmi impantanato, come se non appartenessi a quel mondo, e ad avvertire la mancanza di casa in maniera insopportabile.

Tornato a Pomigliano d’Arco ho fatto diversi lavori che servivano solo per avere un po’ di soldi in tasca e per accumulare esperienze che mi sembrassero interessanti come materiale per futuri romanzi da scrivere: qui deve esserci qualcosa di patologico perché pure i lavori più degradanti o stancanti mi hanno sempre dato l’impressione di essere solo parte del mio apprendistato letterario. Ho anche cominciato a insegnare nei corsi di scrittura creativa e sceneggiatura cinematografica, sia con bambini sia con adolescenti e adulti. Ho pubblicato qualche racconto qua e là, ho scritto cortometraggi (uno che si intitola L’ora delle nuvole, del regista Mario Sposito, ha anche vinto dei premi importanti) e un paio di sceneggiature per lungometraggi che non sono mai stati realizzati.

Sono tra gli organizzatori con il mio amico Angelo La Pietra ‒ in verità ho un ruolo molto laterale, ma ne vado orgoglioso ‒ della rassegna cinematografica Sguardi Ostinati che pochi giorni fa ha compiuto 20 anni, festeggiati con la proiezione gratuita del film I don’t want to sleep alone, del taiwanese Tsai Ming-liang, che io considero uno dei più grandi registi viventi. Ho lavorato, sempre con Angelo La Pietra, al progetto Trame School che ci ha permesso di organizzare, per le scuole delle nostre periferie, laboratori, proiezioni e incontri con grandi registi italiani come Salvatore Mereu, Yuri Ancarani, Michelangelo Frammartino e altri…

Lo dirò senza giri di parole: dal 2018, quando Ciro Marino ha deciso di stabilirsi a Pomigliano con la libreria e casa editrice Wojtek, la mia vita è cambiata. Ho scoperto il mondo dell’editoria indipendente, ho letto libri stupendi che da solo non avrei mai intercettato, ho conosciuto di persona tanti scrittori eccezionali (ne approfitto per segnalarti tre scrittrici pubblicate da Wojtek che secondo me hanno un talento raro: Anna Adornato, Emanuela Cocco e Mariana Branca) e lettori con i quali condividere una passione che ho sempre vissuto in maniera appartata. Ho persino trovato l’amore, ma questa, per dirla con Fenoglio, è una questione privata…

Aggiungo solo due parole sul FLIP: quando Ciro me ne parlò per la prima volta pensai che fosse un progetto utopico perché voleva creare un festival in cui gli scrittori, i relatori, gli editori, i critici, i giornalisti ‒ insomma, tutti gli invitati ‒ rimanessero in città per l’intera durata della manifestazione, invece di limitarsi a presenziare solo all’evento a loro dedicato per poi subito scappare via. Il risultato è che per tre giorni Pomigliano d’Arco diventa una specie di allegro ritrovo estivo per scrittori e lettori: pur essendo un ottimista, non avevo nemmeno la capacità di sognarla una cosa del genere proprio qui a casa mia…

Prima di essere uno scrittore e sceneggiatore, sei anche un coltissimo lettore: quali sono i tuoi autori classici di riferimento – italiani e stranieri, trasversali a ogni epoca – e quanto attingi da quelle letture per immaginare e scrivere le tue storie?

Non lo so se sono coltissimo. Quando mi capita di trovarmi al cospetto di un intellettuale preparato mi sento sempre in soggezione come nei primi mesi alla Holden, anche perché nella cultura c’è sì una componente quantitativa ‒ e se dedichi molte ore al giorno alla lettura per tanti anni, se proprio non sei una capa tosta, un po’ dovresti crescere ‒ ma esiste anche una componente qualitativa: cosa leggi, come leggi, e in che modo tutte le cose che leggi si amalgamano dentro di te per trasformarsi in… Come posso chiamarla? Saggezza?

Incontrare una persona saggia è come trovarsi vicino a una fonte di luce e calore quando tutto intorno ci sono soltanto ghiaccio e oscurità: succede la stessa cosa anche con i libri più belli che per me sono sempre fonti di luce e calore.

Tra scuole medie e superiori non ho appreso granché, non sono laureato e ho sempre letto in maniera disordinata, senza gerarchie, con l’unico scopo di migliorare la qualità delle mie giornate che soprattutto nei momenti più difficili dell’adolescenza facevano davvero schifo: nessuna tragedia particolare, come tutti i quindicenni sensibili ero triste, demotivato, annoiato e scontroso.

Comunque, so che rischio di dimenticare decine di nomi ma alcuni te li faccio: Cervantes, Dickens, Tolstoj, Dostoevskij, Melville, Emily Brontë, Kafka, i prepotenti Joyce e Faulkner che sanno anche farmi incazzare come pochi, Flannery O’Connor, credo di aver letto tutti i romanzi di Chandler, amo alla follia Stephen King, Don DeLillo e tanti altri nordamericani come Richard Powers, Cormac McCarthy, Richard Ford, anche alcuni minori come Richard Brautigan, e quello che forse è il più grande di tutti: Thomas Pynchon. Per qualche strana perversione, anche se li trovo scrittori discontinui e pieni di difetti ho letto quasi tutto ciò che hanno pubblicato Bret Easton Ellis, Chuck Palahniuk e Michel Houellebecq quindi deve esserci qualcosa nel loro immaginario che me li fa sentire vicini.

Io credo che oggi ci troviamo in un momento storico molto fertile, vedo una sovrabbondanza di scrittori importanti come Annie Proulx, Mircea Cărtărescu, Vollmann, Mo Yan, Murakami e almeno altri sei o sette tra i premi Nobel degli ultimi vent’anni. E sono convinto che tra quelli che ancora non ho letto e quelli che mi sto scordando ci sarà un bendidio di autori che meriterebbero di essere amati e studiati come i grandi del passato.

Leggo senza pregiudizi pure quella che viene chiamata letteratura di genere: apprezzo tanti giallisti, autori di thriller, horror e fantascienza. Ho letto la saga di Harry Potter e altri fantasy che a volte trovo belli quanto i classici più celebrati. Nella letteratura per l’infanzia e tra la young adult stanno venendo fuori romanzi stupendi, scrittori e scrittrici che mi insegnano a non trascurare il bambino che c’è in me, perché è sempre con quel bambino che devo fare i conti quando sono io a scrivere. Roald Dahl e Gianni Rodari sono maestri di cui non vorrei mai privarmi.

In realtà leggo qualunque cosa, non solo narrativa. Mi piacciono i testi di divulgazione scientifica, la filosofia, l’antropologia, la storia, la musica, la politica, la critica d’arte ‒ la saggistica in generale ‒ proprio perché le mie carenze scolastiche mi rendono

 famelico: vorrei saperne di più su qualunque argomento e, per quanto suoni naif, non credo che mi libererò mai dell’illusione che i libri possano davvero aiutarci a capire meglio il mondo, a diventare cittadini più consapevoli e responsabili. La saggistica per i romanzieri ha anche un altro ruolo fondamentale: ci aiuta a fare un bagno di umiltà. Quando leggo un saggio ho la chiara percezione di quanto sia utile: imparo che cos’è il bosone di Higgs, come funziona il nostro sistema immunitario, quali eventi hanno innescato la prima guerra mondiale, perché i Beatles sono stati così rivoluzionari… A volte, se il saggista ha stile e capacità affabulatorie, viene da chiedersi: ma perché diavolo perdiamo ancora tempo con racconti e romanzi? Per me questa è una domanda fondamentale. Allora, quando scrivo narrativa, devo poter reggere il confronto con la cosiddetta non fiction, devo preoccuparmi di orientare tutte le mie energie creative su quegli elementi che rendono tuttora sensato il lavoro di un autore di fiction, devo sforzarmi di capire che tipo di conoscenza sto consegnando a chi mi legge, in che modo una storia ‒ inventata, di vaga ispirazione autobiografica o fedele alla realtà dalla prima all’ultima parola ‒ contribuisce a rendere più piena di significato la nostra esistenza.

Il mio amore principale resta però la letteratura italiana: da ragazzo leggevo Baricco, Stefano Benni, Dino Buzzati, Italo Calvino, Erri De Luca… Adesso ci sono quattro grandi che seguo con attenzione: Tiziano Scarpa, Michele Mari, Dario Voltolini e Giorgio Vasta. Sarei un fesso a non citare Aldo Busi anche se non è mai stato tra i miei preferiti. Forse lo scrittore popolare che meglio racconta l’Italia contemporanea, e ormai lo fa sin dagli anni Ottanta, è Sandro Veronesi: se qualcuno, tra un secolo, vorrà farsi un’idea di come si viveva tra la fine del Novecento e l’inizio degli anni 2000 non dovrà fare altro che recuperare Gli sfiorati, La forza del passato, Caos calmo, Il colibrì… Mi piacciono anche i libri meticci e indefinibili di Antonio Franchini. La folle dolcezza e l’esuberanza linguistica di Paolo Nori. Uno dei romanzi più belli che mi siano capitati tra le mani negli ultimi anni è Quando sarai nel vento di Gianfranco Di Fiore che io considero tra gli scrittori più bravi della mia generazione (è nato proprio nel 1978 come me).

 

Ma il mio scrittore preferito in assoluto, di ogni tempo e di ogni spazio, è Antonio Moresco: io non ho mai vissuto un’avventura più coinvolgente (e sconvolgente) dal punto di vista emotivo e intellettuale di quella che mi ha regalato la lettura della trilogia Giochi dell’eternità. Ma qui mi censuro perché di Moresco potrei parlare per ore.

Sul rapporto tra scrittura e lettura prima o poi mi piacerebbe ragionare in un saggio bello lungo: a volte mi sembra che illudersi di imparare a scrivere leggendo sia come pretendere di imparare a correre veloce guardando i centometristi nelle gare trasmesse in televisione. Al contempo sono certo che, eccezion fatta per qualche rarissimo genio (di cui al momento ignoro l’esistenza), non esiste scrittore che non sia prima di tutto un buon lettore. Dal punto di vista tecnico si possono analizzare mille dettagli, estrarre insegnamenti sia dagli autori dotati per capire cosa fare, sia dagli autori scadenti per riconoscere gli errori da evitare, però se io dovessi provare a spiegare in che modo i testi letti lavorano dentro di me e contribuiscono a comporre la mia identità di scrittore, in che modo le parole e le idee degli autori che amo o che studio si infiltrano nella mia prosa… Mi perderei un po’. A livello inconscio assorbiamo qualunque stimolo, non solo le cose lette, le opere d’arte viste, la musica ascoltata, ma tutto ciò di cui facciamo esperienza. Invece a livello cosciente forse tutti noi preferiamo illuderci di essere gli unici artefici di ciò che creiamo, di aver superato quella che Harold Bloom chiamava l’angoscia dell’influenza. Ma ci tengo a sottolineare che leggere è la cosa che amo di più in assoluto e che non ho mai considerato la lettura come uno strumento per impadronirmi di un mestiere: leggere è come tuffarsi dentro le fiamme per gioire e soffrire facendo esperienza della combustione, mi sembrerebbe tristissimo gettarmi nelle fiamme solo per recuperare una moneta caduta nel fuoco.

Quando scrivo mi piace immaginare che sto facendo qualcosa che nessuno hai mai fatto prima di me e al contempo mi piace la sensazione di essere in contatto con tutti quelli che mi hanno preceduto come se stessi ‒ l’espressione è di Margaret Atwood ‒ negoziando con le ombre. La verità è che sono così catturato dall’atto in sé, dalla selezione spasmodica delle parole più adatte ad acchiappare le immagini mentali che rincorro, dalla costruzione di frasi capaci di ingabbiare momentaneamente brandelli di senso che poi verranno rilasciati nella testa di chi le percorrerà leggendo, che non penso a niente, mi vivo solo quella misteriosa condizione di ebbrezza creativa che John Gardner chiamava con semplicità disarmante “sogno a occhi aperti”. Il corpo che lavora davanti allo schermo del computer, o chino su un foglio di carta, è solo un guscio vuoto: se ciò che ho letto o imparato in precedenza riesce ad avere voce in capitolo durante questo processo, io non lo so, non me ne accorgo.

Che temi affronta il tuo ultimo libro, inedito al momento ma in uscita per un grande editore italiano?

Se fossi costretto a rispondere con una sola parola, direi che si tratta di un memoir, anche se spero che verrà percepito come un oggetto più instabile, meno incasellabile. Mio padre è morto a quarant’anni nel 1987 e quando anch’io ho compiuto quarant’anni mi è sembrata una tale assurdità diventare suo coetaneo che ho sentito l’esigenza di scrivere qualcosa. All’inizio non pensavo che sarebbe venuto fuori un libro, e anche se durante la stesura mi sono accorto che le pagine crescevano e il testo acquisiva in maniera naturale una sua architettura, pensavo che il materiale fosse troppo intimo, troppo personale, e quindi non interessante per eventuali lettori, non pubblicabile. Tra l’altro devo ammettere che mi sono fatto prendere la mano e alla fine, dopo una decina di mesi di lavoro, di interviste ai miei familiari, di ossessivi percorsi che spiraleggiavano sempre intorno agli stessi temi, avevo un file che conteneva più di mille cartelle. Dopo diverse riscritture, alcune scelte drastiche e qualche saggio consiglio di amici fidati, nel file definitivo restano poco più di 270 cartelle.

Ora che ne posso parlare con un minimo di distacco, posso dirti che questo libro è stato scritto in preda a una frenesia impetuosa perché il dato anagrafico mi imponeva una scadenza non prorogabile, perché per la prima volta in vita mia non c’era soltanto un’idea più o meno valida da sviluppare, ma avevo l’occasione di fare i conti con tanti nodi irrisolti del passato e capivo che in caso di fallimento avrei rinunciato per sempre a fare lo scrittore. Senza esagerare, mi sembra di poter dire che per trent’anni non ho fatto altro che prepararmi a scrivere questo libro. La sorpresa è che il risultato non è un’opera furente e sofisticata ma un testo così elementare e delicato che mi ha fatto ripensare a quella famosa frase di Picasso che raccontò di averci messo una vita intera per imparare a dipingere come un bambino. Ecco, io ci ho messo tre decenni per imparare a dar voce a quel bambino che ha perso il padre nel 1987 e che fino a oggi era rimasto ammutolito per il dolore e l’incapacità di verbalizzare i propri sentimenti.

Siccome nel libro parlo anche di altre persone che non ci sono più, l’ho fatto leggere ad alcuni miei cugini e amici che sono indirettamente coinvolti. Prima di mandarlo a un editore avevo bisogno della loro approvazione: l’altra cosa che mi ha sorpreso è che tutti mi hanno detto che hanno riso tantissimo. Il che dimostra che anche quando faccio sul serio, anche quando mi sto giocando tutto, non riesco a tenere a bada l’incorreggibile cazzone che c’è in me.

Trovi che lo scrivere memoir e lo scrivere fiction siano dinamiche autoriali in conflitto tra loro, intendo dire rispetto a come concepisci tu la scrittura?

Ormai esistono manuali e tutorial che possono spiegarti persino come costruire un sottomarino nucleare… Quindi figurati se non trovi esperti che ti diranno che la fiction ha delle regole che non valgono per il memoir e viceversa. In teoria avrebbero pure ragione, e non c’è dubbio che in ambito didattico è sempre bene fare chiarezza, ma più passa il tempo e più mi convinco che la letteratura è qualcosa di molto più grande e profondo delle nostre etichette, delle nostre compartimentazioni.

Uno dei miei libri preferiti è Massa e potere: se ci fermassimo alla superficie diremmo che si tratta di un saggio traboccante di erudizione a metà strada tra sociologia e antropologia, invece io l’ho attraversato come una fantasmagorica raccolta di riflessioni, miti, allucinazioni e divagazioni che provano a cristallizzarsi intorno ad alcuni temi che hanno ossessionato Elias Canetti per quasi quarant’anni. Quanto saremmo ottusi se costringessimo dentro un recinto chiuso un autore così coraggioso e abissalmente libero?

Ecco un altro esempio: ho da poco terminato la lettura di Lanark, l’opera in quattro volumi del grande scrittore e illustratore scozzese Alasdair Gray. Se leggi il primo e il quarto volume ti trovi in un contesto più o meno distopico, fantascientifico, con improvvise impennate metaletterarie, creature e situazioni surreali che ci aspetteremmo di incontrare nei film di Cronenberg, Lynch o Terry Gilliam. Se leggi il secondo e il terzo volume ti trovi in un classico bildungsroman che racconta l’infanzia e la maturazione del protagonista che a larghi tratti corrisponde proprio ad Alasdair Gray. È una festosa, vertiginosa e riuscitissima fusione di memoir e fiction, di autobiografia e fantasy: le regole se l’è inventate lui mentre lo scriveva.

Non sono così scemo da non sapere che certe ibridazioni sono rischiosissime per uno scrittore, soprattutto se non ha un’adeguata esperienza, ma come lettore questa è la roba che mi entusiasma: non ci posso fare niente.

Alla fine l’unico vero conflitto, quando scrivi, non è quello tra i generi letterari, lì ognuno si organizza come gli pare, ma quello tra ragione e sentimento, o ‒ come direbbe John Barth ‒ quello tra algebra e fuoco. L’arte è calcolo o abbandono? Disciplina o scapigliatura? Ordine o disordine? Apollo o Dioniso?

Ogni opera d’arte contiene anche un tentativo di rispondere a queste domande. Il guaio è che non possiamo cavarcela pensando che la soluzione del dilemma stia nel dosaggio, in una giusta via di mezzo: scrivere non è come avere degli ingredienti che puoi pesare e distribuire nel testo con maggiore o minore efficacia a seconda delle tue doti naturali o di quanto hai studiato. Le pagine migliori non sono quelle in cui sembra che lo scrittore abbia trovato un equilibrio, ma quelle che fanno da campo di battaglia per pulsioni contrastanti, per elementi inconciliabili, quelle in cui l’eterna battaglia tra l’algebra e il fuoco sobbolle sotto la crosta degli eventi narrati e continua a infuriare perché è impossibile stabilire chi ha vinto e chi è stato sconfitto. Nelle pagine più vive e autentiche ‒ anche quando contengono passaggi piacevoli, quando mettono in scena momenti di serenità, anche se lo stile scorre quieto come un ruscello ‒ il caos non smette mai di pulsare.

Sei fuori da tutti i social del web, eppure sui profili Instagram e fb di noti autori italiani appaiono foto in cui sei impegnato mentre tieni lezioni di scrittura, presenti libri e in generale ti occupi di attivismo culturale a 360°: perché questa tua scelta di non avere un profilo social?

Sono abbastanza vecchio da aver vissuto l’adolescenza quando nessuno possedeva un telefono cellulare. Ed ero già adulto quando all’improvviso tutti, ma proprio tutti, parlavano di Facebook come di un’invenzione miracolosa. Mi ricordo di quando nessuno sapeva cosa cacchio fosse un iPhone e dopo aver lavorato per due anni nel call center di una multinazionale della telefonia ho anche dato una sbirciata al dietro le quinte del mondo delle telecomunicazioni. Potrei rispondere in due modi alla tua domanda: con un lunghissimo pistolotto semi-complottista e moralista (che ti risparmierò) o semplicemente dicendoti che sto bene così e non sento alcun bisogno di usare i social.

Adesso che ci penso però non voglio risparmiarti proprio tutto il pistolotto… Vedi, ho l’impressione che i social siano costruiti per istigare una reazione di pancia a qualunque evento: ti senti autorizzato, anzi spinto, a dire la tua su qualsiasi fatto di attualità, a commentare, a reagire, a prendere posizione e a farlo immediatamente dall’alto del tuo piedistallo virtuale. Io però ho bisogno di riflettere, di documentarmi: a volte ci metto mesi per farmi un’idea su un argomento, devo individuare con cura chi sono gli esperti di cui mi fido, leggere i loro libri, ascoltare lezioni e interviste. Per farti un esempio, solo adesso che sono passati due anni ti saprei dire cosa penso della guerra in Ucraina e del livello vergognoso del dibattito che c’è in Italia. La reazione immediata è sempre scomposta, sei costretto a essere tranchant, a non considerare le sfumature, a naufragare nella polarizzazione, a esporti anche se la cosa più onesta da dire sarebbe che non ne sai abbastanza. Ora, siccome io sono certo di non saperne mai abbastanza: che cazzo ci sto a fare sui social? Tra l’altro tendo a essere litigioso e sospetto che perderei giornate intere a ingaggiare risse estenuanti con chiunque, senza distinguere fra troll e persone che scambiano opinioni in buonafede.

Adesso che sta per uscire il libro molti amici mi hanno consigliato di creare perlomeno un profilo Instagram, ma il mio senso di ragno e il mio istinto da boomer paranoico mi impongono di rifletterci con attenzione… Ti terrò informato.

Detto ciò, ci tengo a sottolineare che non ho alcuna forma di snobismo nei confronti dei nuovi media: da quando c’è stato il lockdown ho cominciato a seguire e apprezzare decine di canali youtube che producono contenuti preziosi di cui oggi mi dispiacerebbe fare a meno.

Chiudo con due brevissimi aneddoti:

Qualche anno fa hanno chiesto al giornalista e scrittore Giampiero Mughini perché non fosse su Twitter e lui ha risposto in maniera sprezzante e geniale: “Mi hanno sempre pagato per fare il mio mestiere: ti pare che mi metto a scrivere gratis?”

Esiste una domanda che mi è stata rivolta in diverse occasioni, quando mi sono trovato a chiacchierare con qualcuno a cui spiegavo il perché della mia assenza dai social… Eccola qua: “Scusa, ma allora come fai a scopare?”

Qual è stata la prima storia che hai letto in vita tua e quanto ha inciso sul primo racconto che hai scritto?

La prima non me la ricordo: provo a fare qualche sforzo ma l’unica cosa che mi viene in mente è che in quinta elementare, per l’esame, ho imparato a memoria la poesia Il sabato del villaggio di Leopardi che mi commuoveva e meravigliava.

Mio padre era un buon lettore, amava i gialli di Agatha Christie e collezionava diversi Oscar Mondadori e classici in generale. Le prime cose che ho letto le ho pescate a caso tra quei libri. Però so con certezza quando è successo che dentro di me si è improvvisamente acceso questo pensiero che ancora oggi trovo insensato: “Voglio diventare uno scrittore!” La colpa è di due romanzi letti a distanza ravvicinata: Le notti bianche di Dostoevskij e Il talismano di Stephen King e Peter Straub.

Per quanto riguarda il primo racconto che ho scritto… Non credo che esista: non ho mai voluto scrivere narrativa breve, anzi, progettavo romanzi fiume, poi li cominciavo e non li finivo mai perché sono la persona più pigra del pianeta e perché la fase di ideazione mi sembrava più affascinante della fase di esecuzione… Quanto ero fesso: oggi, anche se resto un tormentato incontentabile, la cosa che mi fa sentire più vivo è battere con le dita sulla tastiera del computer, vedere le frasi che prendono corpo, lasciarmi sorprendere da immagini e riflessioni che non avevo previsto e che saltano fuori come se non fossi io a elaborarle.

Però riempivo pagine e pagine di diari, e forse quella è stata la mia prima vera palestra: per molto tempo mi sono imposto di scrivere tutte le sere prima di addormentarmi anche se ero sfinito e non mi era successo nulla di interessante durante la giornata. La disciplina ti fa scoprire che non esistono le giornate senza niente di interessante e che, al contrario, siamo condannati a perderci milioni di momenti potenzialmente indimenticabili solo perché non ce li siamo appuntati o perché non ci abbiamo riflettuto e fantasticato intorno muniti di carta e penna.

Per un periodo lungo, siccome suonavo la chitarra e mi piacevano le band degli anni Sessanta e Settanta, immaginavo di scrivere strani oggetti a metà strada tra la narrativa e il disco ‒ i cosiddetti concept album ‒, ma ho sempre e solo composto roba strumentale: nonostante la mia vocazione, non mi è mai piaciuto mettere i testi sulle musiche che compongo. Poi anche se leggo molta narrativa di genere e darei qualsiasi cosa per saper scrivere come Lansdale, Ray Bradbury, Don Winslow o Philip Pullman, sono così ossessionato dalla costruzione della frase, ho una tale fissazione per la componente estetica della scrittura ‒ che dal mio punto di vista è anche e soprattutto una componente etica ‒ che temo di dovermi rassegnare al fatto che non riuscirò mai a scrivere un thriller o un fantasy di settecento pagine.

Adesso che mi ci fai pensare, mi sono appena ricordato che quando stavo alle scuole superiori, provavo a scrivere racconti comici un po’ stralunati, pieni di battute demenziali e giochi di parole, imitando Giobbe Covatta o Alessandro Bergonzoni.

Comunque, la strana e casuale accoppiata Le notti bianche/Il talismano è quella che ha innescato il cortocircuito e ha corrotto per sempre il mio immaginario: se sono così interessato alle ibridazioni e al superamento dei confini tra generi è perché nella mia memoria quei due libri si sono fusi. Tutti gli scrittori che amo di più pubblicano romanzi che incorporano elementi in apparenza incompatibili, proprio come se replicassero il mio strano patchwork composto con Dostoevskij, King e Straub.

Come è fatta la tua giornata, ovvero che fai quando sei in giro per le strade della periferia napoletana – a caccia di storie – o a camminare in solitudine per riflettere sui libri letti e su quelli da leggere?

Non so come fai a saperlo, ma io cammino tantissimo. A questo punto comincio a sospettare che sia tu quello strano individuo che mi sta pedinando da qualche tempo… No, cretinate a parte, ho sempre trovato che camminare sia come una forma di autoipnosi, un modo per sondare sé stessi e per imparare a guardarsi intorno ponendo più attenzione a tutti i dettagli che di norma sfuggono quando siamo soltanto impegnati a percorrere il tragitto che ci conduce da un posto a un altro. Vado anche a correre con regolarità tre volte alla settimana, il che mi permette di dare una rimescolata ai pensieri come quando si agita il paniere di vimini che contiene i numeri della tombola. Spesso, quando finisco un libro che mi è piaciuto per davvero, sento il bisogno di scendere a passeggiare per scaricare le emozioni all’aperto, per dare al corpo, che è rimasto innaturalmente fermo a leggere per ore, la possibilità di sincronizzarsi di nuovo con la realtà.

Lo so che tendo a essere un po’ categorico, ma devo dirti che sono abbastanza sicuro che senza l’abitudine di camminare e correre non sarei capace di scrivere.

Per quanto riguarda la quotidianità io sono ancora un precario, un irrisolto. Con sacrificio sto cercando di vivere facendo ciò che amo: non solo la scrittura ma anche un’attività culturale più ad ampio raggio. Mi piace moltissimo lavorare con i più giovani nei corsi di scrittura e sceneggiatura: suscitare nei ragazzi e nelle ragazze un interesse sincero per i libri e i film è un modo concreto per contribuire ad accrescere il livello di civiltà del luogo in cui vivo. Anche se sono sempre stato un introverso, ho scoperto che amo presentare scrittori e registi negli incontri pubblici. L’anno scorso per esempio mi è capitato, per una singolare coincidenza, di presentare due Yuri ‒ Yuri Ancarani con il suo bellissimo film Atlantide e Yuri Andrukhovych, scrittore ucraino, autore di un romanzo strabiliante dal titolo Perversione ‒ in eventi separati che si sono svolti a distanza di poche ore l’uno dall’altro. Ero elettrizzato e felice, mi sentivo la persona più fortunata del mondo grazie al contatto ravvicinato con questi artisti che ammiro… Però non è sempre facile, nemmeno per le persone che mi stanno intorno: il problema è che uno sceglie una strada tortuosa per inseguire le proprie passioni facendo una scommessa rischiosissima perché, oltre alle prevedibili difficoltà che dovrà incontrare, non ha nemmeno la garanzia di essere abbastanza bravo, di avere sufficiente talento per emergere.

Che rapporto hai con il cinema, le serie tv e i fumetti? Quali sono i suoi autori preferiti di questi tre medium narrativi?

Stai scherzando? Vuoi che quest’intervista batta il record di lunghezza di tutte le interviste mai uscite su Satisfiction?

Sul cinema sarò brevissimo e incoerente: mi piace tutto, dalla comicità demenziale ai film d’azione, dalle commediole romantiche ai grandi classici, e allo stesso tempo, senza vederci contraddizioni, sono uno stronzissimo snob che venera solo Robert Bresson, Andrej Tarkovskij, Béla Tarr, Lav Diaz… Che ti devo dire? Se potessi, mi chiuderei in sala almeno un giorno sì e un giorno no.

Per quanto riguarda i fumetti non sono mai stato uno di quelli che ne divora a quintali e mi dispiace perché so che esistono moltissime opere valide. Conosco poco il mondo Disney o gli albi con i supereroi ma da piccolo ho letto tutti i numeri di Dylan Dog che mi passavano i miei cugini. Oggi mi interessano soprattutto i graphic novel perché lì mi sembra che stia succedendo qualcosa di importante… Chiedendo a chi ne sa più di me o grazie a qualche banalissima ricerca su internet, ho avuto la fortuna di leggere alcuni capolavori di Jeff Smith, Jiro Taniguchi, Alan Moore, Art Spiegelman, David Mazzucchelli, Will Eisner, Dave McKean, Scott McCloud… Apprezzo anche gli italiani Lorenzo Mattotti, Gipi, Zerocalcare… Ma ce ne sono centinaia che dimentico o che per ora mi sono sfuggiti. Questi libri sono oggetti di rara bellezza ‒ inevitabilmente un po’ costosi ‒ ed è sempre un piacere tornare a sfogliarli e a contemplare immagini toccanti che non sfigurerebbero nei migliori cataloghi d’arte.

Per quanto riguarda le serie tv… Forse ne vedo fin troppe, è davvero una malattia, ma continuo a raccontarmi che lo faccio per motivi più o meno professionali. La verità però è che c’è una marea di roba interessantissima, ad alto impatto emotivo, con livelli di scrittura impressionanti, realizzata da sceneggiatori e registi abilissimi dai quali non si smette mai di imparare. Faccio esempi a caso enfatizzando un po’: ci sono più idee in cinque minuti di un episodio qualsiasi della serie animata Rick and Morty che in decine di romanzi mediocri che occupano abusivamente spazio nelle librerie, c’è più profondità in This Is Us che nella maggior parte dei film che raccontano di famiglie disfunzionali calcando sui toni melodrammatici, e c’è più intelligenza nei dialoghi de La fantastica signora Maisel che in montagne di soporiferi copioni teatrali.

Ormai possiamo paragonare The Wire, I Soprano, Twin Peaks, Lost, Fargo, Breaking Bad, Better Call Saul ai grandi romanzi ottocenteschi che hanno nutrito l’immaginario di mezzo mondo, senza la paura di essere sommersi dalle pernacchie. Per non parlare delle serie comiche che potrei vedere e rivedere fino a crollare svenuto davanti allo schermo: Seinfeld, Scrubs, The Office ecc.

Di recente la serie che mi ha colpito di più è stata The Bear, la seconda stagione mi ha davvero frullato i neuroni.

Non c’è dubbio che siamo nel bel mezzo dell’epoca d’oro della narrazione seriale, e che per chi ama la scrittura è come aver trovato il Paese dei balocchi. Ma se mi è venuto spontaneo usare proprio il Paese dei balocchi come metafora, allora qualcosa non va, sotto sotto una parte di me teme che ci stiamo cacciando in una trappola, che a furia di ingozzarci con quantità illimitate di divertimento rischiamo di trasformarci tutti in asini senza nemmeno accorgercene. Il discorso sarebbe lunghissimo ‒ dovremmo parlare della civiltà dell’immagine che ha scalzato la civiltà della parola, dovremmo interrogarci sulle subdole capacità manipolatorie di trame dopate che si dilatano all’infinito ‒ ma te lo dice un entusiasta che gode di ogni secondo di ogni episodio di ogni stagione di ogni serie tv che guarda: non dobbiamo distrarci, non dobbiamo abbassare la guardia, non dobbiamo dimenticare le lezioni di Orwell e Huxley.

Di cosa tratta il prossimo libro che vuoi scrivere e come stai lavorando a questa tua nuova storia?

C’è una cosa che ho imparato scrivendo il libro che sta per uscire e che spero sarà accolto e capito: non basta leggere tanto, studiare, acquisire gli strumenti giusti, compiere ricerche, affinare la tecnica, non basta nemmeno un’idea geniale… C’è bisogno di qualcosa di più. Dentro di noi si nasconde un nucleo che resta inattingibile se non ci dedichiamo con tutte le nostre forze a scavare usando la parola scritta come una vanga o una trivella. È lì che dobbiamo arrivare, è quel nucleo sepolto che dobbiamo svelare a noi stessi e a chi ci legge. Il soggetto ‒ cioè l’argomento di cui parla un romanzo ‒ è il motore che ti spinge giorno dopo giorno a proseguire, la matassa di emozioni e ossessioni che ti costringe a dimenarti anche se non c’è alcun modo di liberarsene, la ferita da cui sgorga la scrittura. Quindi è fondamentale per l’autore avere un soggetto forte, un’idea provocante, ma non dovrebbe fare alcuna differenza per chi legge.

In ogni caso un paio di temi intorno a cui mi piacerebbe cominciare a disegnare cerchi sempre più stretti, come uno squalo che bracca le sue prede, mi sembra di averli individuati. Questa metafora però è imprecisa e va ribaltata perché, almeno stando al mio modo di scrivere, sono io la preda, mentre il ruolo degli squali spetta ai temi che mi verranno ad azzannare.

Pochi mesi fa ho scritto un racconto che adesso si trova in un volume fotografico bellissimo ‒ il titolo del libro è Grazie ragazzi ‒ che documenta i festeggiamenti per lo scudetto vinto dal Napoli. In quel testo sono riuscito, per la prima volta in vita mia, a colorire con una spruzzata di letteratura fantastica alcuni motivi marcatamente autobiografici. Ecco, quella è una strada che mi piacerebbe percorrere.

Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? È il titolo di un famoso quadro di Gauguin. Per quanto possa suonare ingenuo, credo che l’arte non debba mai perdere di vista queste domande primordiali, provare a riformularle in modi sempre nuovi, più sfaccettati o circostanziati, persino azzardare delle risposte: c’è una quantità enorme di poesia anche nelle risposte sbagliate, soprattutto nelle risposte sbagliate.

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