Pronto soccorso letterario. Intervista a Odette Copat su “Manuale malincomico” e altre ilarità

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Capita anche a voi di sentir dire che quest’epoca è mordi e fuggi? Mordere che e fuggire da cosa non saprei. In molti, tra gli addetti ai lavori, sostengono la necessità di letture agevoli, rapide, frizzanti perché in questo globo che abitiamo si corre e «la vita fugge, et non s’arresta una hora» e Petrarca tanto amato bisognava inserirlo, citarlo. Scusate non potevo fargli torto, escluderlo, appartarlo. Ebbene, potrei essere in accordo con le voci di corridoio, e nella rete i corridoi sono troppi, infiniti, si trasformano in labirinti da cui non si vien fuori. Dicevo, potrei, di tanto in tanto, valutare la necessità di letture fragranti e croccanti quel tanto che ci ricordino la quotidianità, che ne stemperino, perché no, la fatica. E sebbene sia fermamente convinta che la letteratura non debba essere ineluttabilmente consolatoria, ci sono casi in cui è bene, invece, farsi consolare. Vi siete persi nei labirinti delle discussioni senza soluzione, siete in un vicolo cieco? Manuale Malincomico (Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 2020) di Odette Copat vi viene in soccorso.

L’ironia di Copat si muove su più livelli, non è solo verbale, è anche emotiva, intertestuale. Leggendolo mi è saltato alla mente Pirandello, la sua considerazione dell’umorismo come «sentimento del contrario», una sorta di capacità intellettuale di cogliere la natura umana. Mi par proprio che Copat, appena dopo l’«avvertimento del contrario», balzi alla riflessione sull’evento, comprendendone le motivazioni reali, nobilitando l’esistenza con un sorriso.

Manuale Malincomico è un piccolo prontuario di sopravvivenza, un sacchetto di carta in cui ventilare quando manca il fiato, è contenitore di poesia, ed è il suo guizzo poetico che mi ha fatta capitolare. È proprio il caso di usare un luogo comune, ovvero il comodino, poggiateci le parole di Copat e dopo aver spiluccato qualche pagina, lasciatevi andare, pure senza Morfeo, ma dormite, sognate.

Alessia Bronico

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Come ti è venuta l’idea del Manuale?

Manuale raccoglie il diario-laboratorio di sei anni di vita e lo condensa in uno. È una specie di scrigno, come lo ha definito qualcuno, che racchiude una storia a episodi, legati ma “autoportanti”, e accomunati dal desiderio di sopravvivenza, anzi di sopra-vivenza. Un mio tentativo di stare sopra le cose della vita, anche pesanti, senza farmi schiacciare, di sbrogliare la matassa di sentimenti che mi abita (quando la matassa è troppo fitta e grave) o di imbrogliare i fatti del quotidiano (quando il quotidiano mi appare troppo banale).

Da lì l’idea, insieme all’editor Massimiliano Santarossa, di farne un “prontuario” utile per tutti, naturalmente senza pretese di ricette magiche, ma piuttosto alla ricerca dalla magia nelle ricette di tutti i giorni. Una magia minima e sfigata (rido), ma pur sempre.

La copertina ha una storia simpatica, ce la racconti?

La copertina è fatta in casa perché volevamo un libro che fosse anche un pezzo d’artigianato, dalla copertina all’impaginazione. Così ho creato e poi fotografato una piccola installazione sul pavimento della cucina, realizzata con i miei oggetti di tutti i giorni, dalle chiavi ai fazzoletti, dagli orecchini ai tampax, dal rossetto all’osso di Cane. Rappresenta il tentativo di arrivare all’osso delle cose partendo da quelle minime. In fondo per noi pigri-non-pigri la prima possibilità di creare è data da ciò che abbiamo attorno, ché altrimenti ci tocca allontanarci troppo dal divano.

Il tuo manuale è «dolceamaro», perché?

Perché è l’unico modo che ho di sentire. La vita la vedo come una collana, il filo è il dolore che ci conduce dalla nascita alla morte, le perle sono gli episodi comici, a volte teneri, che s’infilano uno dopo l’altro, senza i quali non ci sarebbe bellezza, sostenibilità, resistenza.

Manuale Malincomico mi sembra adatto al teatro? Che ne pensi?

Che in effetti alcuni episodi li ho pensati fin da subito per essere messi in scena, altri li ho immaginati quasi rappati.

I dialoghi che chiudono le stagioni di autunno, inverno e primavera, ad esempio, quelli che io chiamo “Dialoghi di lieto fine”, me li sono immaginati recitati in teatro da due figure scampate da un quadro di Hopper. Altri brani li ho letti ad alta voce infinite volte perché volevo che funzionassero soprattutto “cantati”.

Nell’introduzione al libro fornisci delle istruzioni per l’uso e scrivi che M. M. «tiene dentro come in una scatola di caramelle» tante cose. Quando bisogna scartare le caramelle?

Ogni volta che ci va, e devono darci un piacere immediato. Volevo che ogni episodio, pur legato agli altri in modo più o meno evidente, fosse un microcosmo capace di bastarsi. Di avere senso anche se scartato e mangiato da solo.

Ho il massimo rispetto per il “tempo” del lettore, per il suo diritto al godimento, e vorrei che in ogni momento si divertisse il più possibile. Ho una considerazione molto alta del divertimento. Lo reputo sacro.

Il tuo rapporto con la poesia tra fuori e dentro, anche intorno se ti va.

Vengo da generazioni di operai e artigiani, di “gran lavoratori”, come si dice qui da noi. Gente pratica, che sa rimboccarsi le maniche e far su casa dal niente. La cosa più poetica che ho sentito da bambina erano le bestemmie d’un mio vicino di casa mentre faceva la malta. Ne componeva di iperboliche, fantasiose, ironiche, triplocarpiate. Ma trovavo la poesia anche nei fiori finti che mia madre metteva in casa perché lavorava troppo e non poteva star dietro a quelli veri, e non per questo voleva rinunciare alla bellezza.

La poesia per me si annida nell’ironia, e nella resistenza, viene fuori come polvere dai fiori, quelli finti e inodori. La poesia è la commozione del genere umano per il genere umano.

Scrivi su due piedi, con le ali ai piedi, o ci vai con i piedi di piombo?

Direi con i piedi di piombo. Limo molto (mai abbastanza ma come posso), traffico, monto, smonto. La leggerezza nasce sempre dalla pesantezza come, ricordando Calvino che ricorda le Metamorfosi di Ovidio, dalla terribile testa di Medusa, una volta posata sull’acqua, nascono coralli che fanno da richiamo a ninfe le quali, a loro volta, accorrono depositando accanto alla mostruosa testa alghe e teneri ramoscelli.

Il libro è diviso in cinque stagioni. A parte la stagione delle piogge, esiste una stagione futura?

Intendi se ne scriverò altre? Spero di sì. Magari con modalità differenti, ma vorrei continuare a raccontare il susseguirsi della vita, cercando assiduamente bellezza e desiderio, anche sotto forma di attrazione per la bruttezza, se necessario.

L’ombrello va tenuto aperto o chiuso, diritto o rovescio?

La vita l’è bela, basta avere l’ombrela che ti para la testa, per dirla alla Cochi-Renato-Jannacci.

Penso che non importa tanto come tieni l’ombrello ma il fatto di sapere di averlo.

Una certa dose di precarietà aiuta la creatività, che per me è sinonimo di felicità, ma troppa la annienta.

Avere un lavoro che ti sostiene e non ti ammazza, difenderlo, avere una casa, una qualsiasi forma di “famiglia”, sono cose essenziali per continuare a fare e trovare poesia.

Scegli per i lettori un brano dal libro, un assaggio, un raggio di sole?

A Venezia ci si può andare sempre, anche quando il tempo non è dei migliori, basta mettersi una sportina in testa.

Io per esempio qualche tempo fa ci sono andata per visitare una mostra che davano alla Fondazione Cini (mostra di Burri, bella, gratis, le opere erano tutte da mangiare, a me certe opere di Burri verrebbe da assaggiarle), ma ovviamente non serve avere un motivo per andarci dato che, si sa, Venezia è bella di suo e anche di nostro perché la puoi comporre come vuoi, farti il tuo itinerario e perderti senza problemi ché tanto c’è sempre la freccia con la scritta Stazione a farti sentire sicuro fin da bambino.

Ad ogni modo, mentre camminavo sotto un cielo cinereo in direzione Isola di San Giorgio, sono stata sorpresa dal temporale, non avevo l’ombrello e così sono entrata nel primo negozio che ho trovato.

Un alimentari.

Per caso avete anche ombrelli? – ho chiesto.

La signora alla cassa ha detto – No.

Nemmeno di pane?

Nemmeno.

Nemmeno di salame?

No.

(Cassiera ridacchia)

Allora mi dia una sacchetto.

Son cinque centesimi.

Sa cosa le dico? Facciamo due, crepi l’avarizia.

Son dieci centesimi.

(Ravano nel portamonete)

Accidenti, a ben vedere dieci non li ho. Me ne basta uno valà. Resusciti l’avarizia!

(Cassiera pensa: i xe tuti mati)

Sono uscita col sacchetto nuovo sulla testa, ho camminato fino a che ho potuto, la pioggia mi faceva la punta alle scarpe, poi mi sono rifugiata in un sotopòrtego dove aveva trovato riparo anche una famiglia spagnola, tutta intenta a mangiare panini fissando il temporale. Padre, madre, bambini, panini.

La pioggia scendeva obliqua sempre più forte, sopra la calle e sopra il canale, sopra le gondole e sopra i traghetti, sopra le briccole, i pontili, i cestini, le tende dei bar. Veniva giù che il doge la mandava, un tuono è esploso con un gran repetòn, il vento a tutti i costi voleva portarci via le cose, le sporte, le gonne, i foulard.

Poi come tutto è iniziato, tutto è finito.

La bambina di fianco a me ha detto: La tormenta ya se ha ido.

Son spesso i bambini a notarlo per primi, che come tutto inizia tutto finisce, credo perché essendo nati ieri, hanno avuto meno tempo per attaccarsi al domani.

E così ci siamo mossi, siamo usciti di nuovo allo scoperto come animali dalle tane.

Io e gli spagnoli ci siamo detti ciao con l’intimità di chi ha diviso il tempo di uno scroscio, che è poca cosa ma anche no.

Il lastricato era stato tirato a lucido dalla pioggia che lo sa fare bene perché è uno dei suoi tanti mestieri, l’odore di strada s’infilava nelle narici, il sacchetto era tutto sbrindellato, i piedi li sentivo allegri, i capelli mi sapevano di pane, pioggia e plastica, la freccia Stazione mi rassicurava di tanto in tanto.

Ero contenta, valà.

(In soccorso: 5 centesimi)

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Odette Copat è nata a Pordenone nel 1975. Laureata in Scienze Politiche a Padova, è copywriter, e si occupa di progettazione e qualità nell’ambito dei servizi per l’autismo.

Da anni cura il blog “30giorninprova” e dal 2019 firma la rubrica domenicale “PNeologismi” sul Messaggero Veneto.

Manuale Malincomico è il suo primo libro.

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Alessia Bronico (Atri, 1981). Vive tra la Lombardia e l’Abruzzo, luogo delle sue origini. Ha pubblicato in poesia “L’abito della Felicità” (LietoColle, 2016), “Un dio Giallo” (LietoColle, 2018), è inserita in Almanacco dei poeti e della poesia contemporanea n. 5 (Raffaelli Editore, 2017). Diplomata in Canto e Laureata in Lettere, svolge attività d’insegnamento.