Tra memoria e visione. Il Sud tinciuto di Pierluigi Mele

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Mimmo è un editore sconfitto e visionario. Con la madre trascorre una notte ai piedi del mare. Un’atmosfera di quiete su cui veglia la memoria. È lui a evocare le stagioni di una vita familiare imperfetta, scandita in sequenze fluttuanti fra la tenerezza e un’ironia malinconica, serena. Rita, la madre, tace al suo fianco. Da tempo è malata di Alzheimer, eppure sorride. Sembra che tutto le sia chiaro da sempre. L’abbandono è il filo rosso che la separa dai personaggi della storia, ma è soprattutto il magnete che li attrae, pagina dopo pagina. «Poi un giorno succede, di ritrovarsi così vicini senza averlo imparato». La condizione materna consegna al figlio una lente focale con cui fare luce sui legami, aperti al quotidiano e al desiderio. Niente prevale nella rifrazione. Reale e stupore si bilanciano, in questo che è il romanzo di un amore. Di un uomo assente e di una donna alla quale la malattia non ha rubato il suo uomo. Lo stile nitido e potente, l’intensità del racconto in presa diretta liberano immagini liriche dove non c’è spazio per il superfluo. Le parole danzano in cerchio e rilasciano il sapore pieno della scrittura, come se dopo un lungo viaggio ci restasse, per mano, il bene essenziale da cui eravamo fuggiti. (sinossi dal risvolto libro)

Gianluca Garrapa: Vista: – Sì, papà. Mi succede di vedere fatti che non si vedono.

Il mistero, a volte, è proprio in quel che vediamo, che crediamo di percepire. Non accade solo per la vista, ma anche per gli altri sensi. Il cielo non lo guardo mai con gli occhi. È un elastico, il cielo, teso tra due dita. Questo è il fatto: la scrittura di Mele ci fa vedere quel che è normale in una modalità straniata. I luoghi del Sud sono anche i luoghi della mente, ricreati in un palcoscenico che immaginiamo agito da personaggi che sono persone, luoghi della memoria: È un intreccio di strade, la memoria. Non resti mai fermo in un posto, è vero, sei tirato per la giacca un po’ dappertutto. A parte certi caratteri riconoscibili, a parte che ci si può rispecchiare e toccarli con mano, quasi, questi corpi, a parte questa capacità plastica, direi, c’è nella scrittura un’attenzione al dettaglio poetico, a fare di un corpo 12 un corpo umano: Tu non hai nostalgia, la memoria non ti appartiene più. Sei rinata in un altro corpo senza peso. Questo corpo senza peso è proprio delle persone che si agitano, che amano e che muoiono sulla scena del romanzo, come Rita. Vista, dunque: cosa vede il poeta nell’atto di trascrivere la realtà in parole, come vede lo scrittore, il reale, perché se ne possa parlare come se ciò di cui si parla lo stiamo sperimentando, noi lettori, per la prima volta?

Pierluigi Mele: Vede l’essenziale. Togliere, togliere, togliere, ecco. La realtà è quanto di più complesso noi si possa immaginare, non è mai indolore e mai solo reale. Ci si concentra e si prova allora a coglierne il respiro autentico, per come il reale ti arriva. A questo punto la si riscrive, la si trasfigura. Il naturalismo, in letteratura, è un po’ come la presunta obiettività nel giornalismo, non esiste. Una volta riscritta, la realtà, ti appare nuova e fresca, in grado magari di riportarti ai sensi di un tuo ricordo, un sapore, un odore, uno scorcio di infanzia, come pure all’amarezza e al dolore. La realtà trasfigurata non è mai falsa, è finta. La finzione, come in teatro, è la carta d’identità della scrittura.

G.G.

Tatto: Ci amammo tra i libri come ogni volta che lei mi prendeva la mano per La Barraca, e la sua pelle odorava di latte e di carta. La Barraca è il teatro viaggiante di García Lorca. La scrittura di Mele si presta a essere orale, non tanto un morto orale, per riprendere le parole di un altro grande maestro cui Mele guarda costantemente, Carmelo Bene, ma proprio una scrittura quasi scenica che forse andrebbe letta per lo meno a alta voce, assaporando le vocali e le consonanti. Mimmo è un esperto di libri, e un editore, la sorella è una musicista. La scrittura e la musica, oltre a essere la pelle, la superficie di questo racconto, ne sono anche l’ossatura. L’idea di una lingua che mescola, con le giuste sfumature, italiano e dialetto, fa del romanzo un dispositivo eccentrico e multisensoriale. Perché a ogni lingua, c’è anche la lingua da centro di accoglienza, l’italiano parlato dallo straniero Adil: «Io non dico» fece Adil. Lo guardammo di traverso.

«Va bene. Ho scritto che a me concerto fatto triste. Ho bevuto birra come cammello», (e perché forse non dovremmo essere tutti degli stranieri e dei forestieri rispetto alle nostre cose, per stupirci sempre, per non essere sopraffatti dalla noia indifferente e smettere di vedere?) a ogni pronuncia corrisponde un carattere, a ogni silenzio uno sguardo di luna. Ci vuole tatto e calibrare la presenza degli attori in scena, mettere assieme una famiglia, un ex detenuto, il nome di una donna che ha lottato pagando con la vita, Renata Fonte. Ci vuole tatto e delicatezza per costruire il teatro del mondo nel mondo finto della carta, ci vuole leggerezza per costruire questo romanzo che è anche una fortezza, un dispositivo senza sbavature: come ci sei riuscito? Come hai costruito questo romanzo?

P.M.: So sempre due sole cose, prima di scrivere un romanzo, così come uno spettacolo: l’inizio e la fine. Nient’altro. Tutto il resto, che è quasi tutto, avviene per gradi, come se lo stessi raccontando a qualcuno, nel mentre prende forma. Quando questo “cuntare” inizia a suonarmi bene in bocca e nelle orecchie, quando lo sento scorrere sulla pagina, quando lo intravedo sullo schermo del computer come una figura familiare, allora, forse, ci siamo. Io e i personaggi ci parliamo, a voce bassa, ci annusiamo e ci mandiamo a quel paese. Abbiamo un rapporto di sopportazione e di profonda curiosità; i tanti personaggi del romanzo, anche quelli precari che compaiono per brevi passi, non si tirano mai indietro: decidono loro quando e per quanto esserci. Li accolgo, non li giudico, sono agito dai loro umori, e quando esagerano, li cestino. È un gioco di equilibri, tutto qui.

G.G.

Udito: Bianca ricordava la prima volta, il suono del mare che sentì lungo la strada, si diceva della musica: la sorella di Mimmo, Chiara, si è incaponita con Bach, e forse non è un caso che il romanzo sembra seguire una geometrica progressione che ripete, capitolo per capitolo, uno schema fluido alternando passato e presente, sogno e realtà, visione e materia. Il viaggio nella mente di Rita, nella nebbia che lascia intravedere barlumi di nostalgia e di speranza, è un pellegrinaggio, quasi, una laica preghiera in nome di un padre la cui assenza è pressante. C’è del desiderio in questa scrittura che sgorga dal nulla e al nulla fluisce: Io ti ascoltavo piantarci sempre un nuovo seme come nell’orto. L’ho coltivato negli anni al tuo posto. Tutto il passato monta e straripa in un racconto, tanto da non sapere più da dove sia passato veramente, leggera malinconia. Eppure non mancano i suoni di crasse risate, le giravolte comiche, non tanto ironiche, non c’è la fredda distanza, ma l’impatto con le cose: o ci si fa male o si ride: Sei inchiodato a terra. La musica è un’architettura purissima, sganciati, Mimmo. Senti qui. Ci sono queste voci che si inseguono, dappertutto c’è questa armonia ad incastri. Ecco, l’ha detto, l’ha scritto. Parla di sé e della scrittura, Mele, per bocca e per corpo dell’Altro. Si ode il desiderio, nella mancanza del Padre, nella sua mancanza. E la madre è questa. Il mare. Era il tuo desiderio a reclamarti. Il dolore solletica il desiderio. È bene dire che non v’è psicologismo, sebbene ci sia la dottoressa che prova a pescare nella testa di Rita, madre di Mimmo. Non vi sono derive psicoanalitiche, sebbene il viaggio interiore di Mimmo abbia il senso di un percorso catartico, liberatorio. S’incastra bene quel viaggio allucinato compiuto da Noodles, che in qualche modo richiama la figura di Enzo: Uscito di prigione, passava a prendermi con il suo bolide. Per lui ero il genio senza soldi, un fallito di talento, il mare a Mimmo, Enzo glielo vorrebbe regalare con tutti i pesci dentro. Il rumore del mare, il mare è un deliquio di luna e pensieri. Si avvertono il ritmo, la calma e la bonaccia, la tempesta e l’affanno: Poi mi sono seduto al chiosco sul mare, c’era ancora il jukebox, un cimelio d’arredo. Come hai imbastito i riferimenti musicali in questa sinfonia scritta? C’è sempre il mare-madre: Bianca ricordava la prima volta, il suono del mare che sentì lungo la strada. Le sembrava che il cielo bevesse a una fontana: il tuo romanzo è una conchiglia accostata all’orecchio per udire una visione antica nei nostri giorni. C’è un legame tra la tua scrittura, la tua poesia, e il suono del mare?

P.M.: I riferimenti musicali non sono mai ponderati a tavolino, fluiscono con la loro naturalezza, non so neppure io perché. Potrei dirti che sono omaggi involontari, figli dell’educazione musicale, di una certa sensibilità all’ascolto. O magari frutto di una sintonia esistenziale con alcuni musicisti, oppure è una necessità estetica ed espressiva allo stesso tempo, come nel cinema. Come dire: ora tralascia le parole, quelle scritte, dette, messe in scena, e rimettiti ai suoni, vai e perditi, altrove. Il suono del mare, poi. Il legame con la scrittura c’è, certo. Come flusso, onde su onde, frequenze, come per la voce. Giacché, appunto, intendo la scrittura come un’affabulazione nel vuoto, tra corpi distanti che si cercano, o tra corpi supposti, desiderati, e perciò ancora più necessari. Il ritmo, ecco, è una faccenda seria quando leggi.

G.G.

Odorato: La cucina custodisce un odore perenne, un accordo tra spezie, legno, tepore, e la nota di fondo del pane. Nella cucina della tua scrittura ci sono le saggezze e i dosaggi che aggiustano i malesseri di una civiltà che ha del tutto dimenticato la sapienza contadina. Ravviso una vena civile che pare pasoliniana. Non è casuale il riferimento alla morte di Renata Fonte, per la sua lotta contro la cementificazione di Porto Selvaggio: Renata lottò sino all’ultimo rantolo perché tutto, qui, restasse in natura. Senza stupro edilizio, con le sprofondate, le grotte, la casa del vecchio marinaio. C’è un impegno civile da cui non può prescindere la scrittura quando desidera di essere letteratura e non mero intrattenimento. Non che debordi nella polemica forzata e retorica, anzi! La verità della letteratura è più penetrante che qualsivoglia propaganda politica (la politica attuale sembra ormai una perpetua réclame in una dissocietà spettacolare). L’odore dei gelsomini e della terra tra le unghie e le rughe delle donne, al tempo in cui il caporale di turno le sfruttava e le violava. Salento, il sud. Il sud è dappertutto in Italia. Il romanzo è anche metaforico, mi pare: non è criminalità altro che abuso e distruzione della natura, financo della natura umana. Odore di terra riarsa, secca. Odore di santità laica, aspra, alla Grotowski: che ruolo ti riservi, come scrittore, come poeta, e come attore, nella denuncia sociale. Credi che la letteratura possa salvare il salvabile?

P.M.: La letteratura non partecipa alle elezioni e per sua fortuna non ha partiti. Ciò le permette di guardare in faccia il potere e di essergli contro. Se possa salvare il salvabile, mi chiedi. Che dirti? Posso solo risponderti che Camus, per esempio, o Lorca, Celine, Pasolini e chissà chi altro che ora mi sfugge, mi hanno suggerito sempre da che parte non stare, e questa è già una denuncia, un’inquietudine permanente. Voglio aggiungerti un piccolo dettaglio: talvolta, devo dire spesso anzi, sento parlare di “incanto” a proposito di ciò che scrivo. Riferito probabilmente agli scenari naturali e umani sviluppati nei romanzi, così come nelle poesie o nel teatro. Ecco, questo “incanto” presunto, in realtà è una denuncia. Del perduto, di ciò che abbiamo finito col non vedere, sentire, accogliere più, è una mancanza, questo “incanto”, un tirare il collo alla banalità del decorativo.

G.G.

Gusto: Tu, Rita, preparavi il brodo con le lische di merluzzo e tanti aromi per dargli un sapore. E pare questa la ricetta di un romanzo perfetto: sapore. Sapere: «Non mi piace, la gallina mi fa sensu».

«Se lo dici con quella faccia fa sensu pure a me».

«Papà mio non vuole che parli in dialetto, così quando esco recupero» dissi.

Di fronte alle parole che ci fanno babbare, stupire di quel che in fondo è quotidiano, non si deve far altro che abbandonarci. lasciarci ammaliare, come dalle pietre barocche delle chiese di Otranto. Leggere questo romanzo è anche degustare lentamente le parole, il sapore del gelato: Titina prese l’abitudine di dividere lo spumone con te, oppure di prendere il caffè allo stesso posto sotto la tettoia, il sapore del liquore del tempo, le gassose con limone. Le assonanze e certi giri di frase come giri di accordo di una chitarra gitana. Di pesche e cerase. Il dialetto nel tuo romanzo ha un gusto particolare, è l’abito adatto a certi sintagmi, a certe visioni. Forse non tutto è traducibile. L’amore, a esempio, non è traducibile. Lo racconti senza quasi nominarlo. Disperato, è un sentimento che oltrepassa i corpi. È un sentimento che pare liberare e anche stringere in un assedio. Amore per la tua lingua, ammesso che ce ne abbiamo una. Raccontaci come hai armonizzato dialetto e italiano e perché. E che rapporto hai con i luoghi cui hai dato il sapore inedito della riscoperta.

P.M.: Anche qui, la necessità di far fluire la natura autentica di un personaggio e di un luogo, ti indirizzano ad una ricerca elementare, quella cioè di lasciarli in vita con la loro, di vita. Il dialetto quindi, abbracciato all’italiano, certo; se tu provi a metterti da parte come autore e ad accogliere il mondo che pretendi di raccontare, allora il dialetto è il metro dell’immediato, del legame di sangue anche con gli elementi, del sarcasmo salvavita. Al quale riservi la stessa cura dello scrivere in italiano, perché ovviamente il dialetto non è sciatteria né cabaret, lo devi armonizzare con la storia che racconti, nei dialoghi e nelle notazioni monologanti, nelle descrizioni più narrative e nei sipari di umanità varia. Quanto al rapporto con i luoghi che racconto, lo vivo con il senso della scoperta, dello stupore, e della rabbia per le continue occasioni mancate. È una partita a tennis, questo rapporto, talvolta morbido, elegante, sobrio, da riscaldamento, e poi teso, di nervi, di testa, di scambi al volo e poi subito di fondo, ad oltranza.

«Le parole sono gusci di uova nella terra delle rose, fanno crescere i fiori. Lo diceva il mio professore al liceo».

G.G.: Ti va di raccontaci un po’ di cose intorno alla creazione del tuo romanzo?

Dove scrivi, dove cammini quando ti riposi tra una sessione di scrittura e l’altra?

P.M.: Nel mio studio, al computer. Nei tempi di riposo cammino in tondo nella sala grande o nel giardino, su e giù anche lì, poi mi siedo a terra e allora mi riposo sul serio.

G.G.: In quale città o paese è nato il tuo ultimo libro, in che stanza, in che bar?

P.M.: È nato nel paese in cui vivo, in campagna, sul divano o in cucina, come pure nel bar solito al tavolino, e nelle strade di ogni giorno.

G.G.: Sei mancino\a o destrorso\a? passeggi? in bici, in auto, osservi alberi?

P.M.: Destrorso. Passeggio a piedi, e in auto. Sì, osservo molto gli alberi. O meglio, li sento, devo sentirli. Il verde mi è vitale, i natali svizzeri non sono casuali.

G.G.: Scruti cornicioni, affondi lo sguardo nel cielo, segui le onde del suono e dell’acqua?

P.M.: Ti rispondo sì all’intera domanda. Soprattutto li sento: il volo di una tortora o di un falchetto mi è più prezioso del cielo stesso. È quel volo che ti informa sullo stato del cielo.

G.G.: Quali sono i rumori della città e quali i silenzi delle vaste campagne?

P.M.: Frequento raramente la città, preferisco la distanza, per farmela desiderare, o attraversare nel ricordo con i sensi, come Bologna per esempio, o Ginevra. Il rumore della città è la voglia di ritornarsene a casa, dell’uscita a termine, delle auto e dei passi che mirano innanzitutto al silenzio e alla pace del rientro. In campagna il silenzio lo hai già e sei più attento ai sibili e ai rumori, ti catturano le correnti, i fruscii. Sai, spesso ho la sensazione che il mare ti faccia visita tra gli alberi e le piante. Quando tira un certo vento, senti il mare dietro la porta che ondeggia là nel verde. È un mare tutto immaginario, sta in aria. E poi ci sono gli echi della trebbia in lontananza o così vicini, scandiscono le stagioni. Insomma, è un silenzio sempre al lavoro.

G.G.: Bevi?

P.M.: Solo di sera.

G.G.: Fumi?

P.M.: Ho smesso, dopo decenni di disonorevole carriera. Ora svapo, tabacchi aromatizzati.

G.G.: Quanto pesi?

P.M.: Non possiedo una bilancia. Poco comunque.

G.G.: Scrivi dopo cena, prima di pranzo?

P.M.: Tutto il giorno può andare bene, non oltre le 9 di sera.

G.G.: Quando?

P.M.: Può accadere sempre, ma mai di sera, tantomeno di notte. Mai scritto una virgola oltre il buio, semmai correggo, questo sì.

G.G.: La tua è scrittura di spostamento, di stasi, di spazio, del corpo?

P.M.: Credo di spazio, di aria.

La luna adesso, Lupo editore, 2018.