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Alessandro Morbidelli. I figli dei chiodi

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Strano ibrido questo romanzo di Morbidelli. In parte formazione, in parte decostruzione. Due linee temporali che si muovono alternandosi: millenovecentottantanove / duemiladiciotto, tre punti di vista diversi ma complementari, due famiglie agli antipodi e un intreccio che si sviluppa per contrasti: Cosimo e Mina, figli dei padroni, Sergio, Carlino, Rosa, genesi degli oppressi.

«Gli occhi di papà, quando si accendono, sono come braci. Intorno anneriscono, e in mezzo ci sta il fuoco. Don Vito Campani, mio padre di cui tutti hanno paura tranne il Drago, cammina avanti e indietro per la sala, illuminato dalla luce azzurrognola del televisore a cui ha tolto il volume. Dietro di lui vedo mamma che se ne sta rannicchiata su una sedia a fumare: anche fossimo vicine, i suoi occhi sarebbero invece spenti. Lei è la cenere che fuma, fiamma morta.»

Famiglie-prigioni i cui destini paiono scritti nel proprio albero genealogico e le esistenze feudali legate alla medesima croce. Una croce i cui chiodi sono il marchio dell’appartenenza a una malavita distante dalle forme più note ai più: niente Camorra o ‘Ndrangheta, quella che succhia linfa al territorio garganico è una dinastia malavitosa dalla ferocia più subdola, destrutturata, primitiva. Una maledizione che riporta la famiglia al branco, i rapporti alle faide, che fagocita le dinastie deboli e l’innocenza dei reietti. Tocca crescere alla svelta in questi spazi ampi e desolati, lo sanno bene i protagonisti di questa epopea dell’innocenza precocemente strappata che impariamo a conoscere fin da quando dormono ancora negli stessi letti, lo sa bene il lettore, a cui bastano poche, ficcanti, pagine introduttive per fiutare l’aria che tira in quelle lande.

Si diceva poco sopra di un libro che respira nei contrasti, di alternanze topografiche e atmosfere: il sole a picco nella Puglia urbanisticamente atrofizzata di fine ‘90 contrapposta nel giro di un capitolo a una Milano notturna, iperattiva, tutta affaccendata nel suo pot-pourri di rituali per non soccombere ai ritmi fagocitanti di cui è schiava. Sempre di fame, ancor più di sete, si torna a parlare: gole arse dal bisogno di un riscatto del sangue che si trascina nei decenni e nei chilometri, che toglie il sonno muove le redini fino all’androne di un fatiscente condominio.

Sarà qui, infatti, calpestando i medesimi gradini, che Cosimo incrocerà il destino di Sandra e del piccolo Giacomo. Madre vittima di violenza morale e domestica, donna di carattere ma anche profondissima stanchezza, che ha dovuto accantonare il sogno della danza per crescere un ragazzino dalla spiccata sensibilità all’interno di un nucleo familiare i cui debiti e scadenze hanno la priorità sui sentimenti.

Nella metropoli desaturata il bisogno di riscatto muta di forma ma la voragine resta esigente di tributi. Cosimo, oggi, è un Léon contemporaneo la cui sete di rivalsa, negli anni, l’ha portato a farsi capo di un clan clemente solo al cospetto dell’amico Sergio. Unico testimone di quell’innocenza precocemente strappata che inaspettatamente ora ritorna, scompigliando le carte, negli occhi quel bambino abbandonato ai suoi silenzi, le cui mani non reggono chiodi ma dubbi altrettanto pericolosi.

«Credo che la violenza sia un tuono che non ti aspetti. Per un attimo pensi che possa cascarti pure un fulmine vicino, poi ti ricordi che i fulmini partono prima, che il rombo arriva dopo. Così deve essere per tutte le cose che si schiantano. Deve iniziare da una scintilla in alto, da un posto dove tutto è sempre perfetto. Dove a volte, però, si addensano le nubi.»

Morbidelli è un narratore consapevole e uno scrittore capace: i suoi figli dei chiodi non sono anime semplici da gestire, tanto meno da raccontare ma nella naturalezza con cui viene sviscerata questa trinità del riscatto lo sforzo dietro le quinte: lo si evince da una prosa sempre asciutta, perfettamente ritmata e bilanciata, tra fasi introspettive e squarci dinamici all’interno di esistenze credibili e ambientazioni agli antipodi che di questa distanza guadagnano in fascinazione. Cosimo, Mina, Sergio, Carlino, Rosa e poi Sandra e il piccolo Giacomo acquisiscono spessore nel procedere di una narrazione mai pesante né banale, in cui tutto si sviluppa con cognizione, irrobustendo la spina dorsale di una storia cruda di una violenza a tratti inspiegabile eppure così intrinseca nel DNA umano.

Diversi personaggi e piani narrativi sovrapposti non sono semplici da trattare, qualsiasi editor potrebbe confermarlo/sconsigliarlo eppure qui l’autore compie una scelta ancor più rischiosa scegliendo l’adozione una prima persona alternata nei tre protagonisti a imbastire una cattedrale di vite a cui sarebbe bastato un perno troppo stretto o troppo leso per far crollare tutto l’impianto.

«Il mio regno, dove tutto fila liscio e tutto resta in equilibrio, ha bisogno di questa forza oscura e tremante, che mi vive dentro, a volte sotto pelle, manifestandosi come mille milioni di cuori di bestia che battono all’unisono, altre come una ragnatela di fiamma e di brace, a incenerire ogni mia singola goccia di sangue, rendendomi simile a un diavolo, un diavolo che governa e gestisce.»

Diavolo nelle viscere, equilibrio nella forma dunque, se mi si chiedesse di riassumere l’epopea in esame in poche parole, con l’augurio che da questa emorragia di esistenze si possa tornare un’ultima volta -per l’ultima volta- agli “occhi buoni” di quel ragazzino primigenio che troppo ha visto e troppo in fretta s’è smarrito.

Che l’invito alla lettura di quest’opera granitica possa dunque essere l’occasione di tracciare una linea oltre la fiction e una promessa dopo le fiamme, perché nulla di tutto questo abbia a ripetersi al di fuori della carta.

Stefano Bonazzi

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I figli dei chiodi

Alessandro Morbidelli

Vallecchi

18,00 euro — 328 pagine

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