Capolavori? No, grazie! Canoni? Abbiamo già dato!

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E’ stato pubblicato sul Giornale un lungo articolo di Pierfrancesco Borgia che, prendendo spunto dalla pubblicazione in Francia di A propos des chefs-d’oevre (Grasset) di Charles Dantzig, prova, secondo una formula-calco ahimè ben nota ed utilizzatissima dalla stampa specializzata italiota, a replicare il meccanismo, chiedendo a una serie di nuovi autori nostrani di killerare a loro volta grandi del passato. Dantzig, dalla sua, fa fuori calibri da novanta, come Corneille, o Céline. Gli italiani saranno capaci di fare altrettanto? Nulla di nuovo sotto il sole, direte, se non che il tutto a me ha fatto un’impressione strana e inquietante: più del solito, intendo. Se non altro per due ragioni, una attinente all’autore francese, l’altra riferita ai nostri prosatori. Intanto fa specie la definizione di capolavoro adottata da Dantzig:  «Per capolavoro letterario intenderei quel libro verso il quale non esistono più obiezioni». Mon Dieu! E’ una definizione ben bizzarra di capolavoro. Intanto perché la letteratura e l’arte in generale sono campi in cui esiste sempre un’obiezione, per buona fortuna. Il contrario sarebbe, oltre che impossibile, orribile. Persino alla Commedia è possibile avanzare obiezioni, lo si è fatto, si fa e si rifarà. Chi avesse perso memoria potrebbe rileggere un geniale pamphlet di Gombrowicz intitolato Su Dante. O più semplicemente rivolgersi al Petrarca. O al Croce. Un canone è sempre un’ideologia, è un prodotto ‘storico’, ce n’è sempre almeno un altro da opporgli, se non altro perché, per dirla con Frank Zappa: without deviation from the norm, progress is not possible. Dunque, quale sarebbe la novità? Non è un gioco un po’ troppo facile quello di far sensazione infrangendo norme, in realtà, inesistenti? Non bastava già Bloom con il suo delirante Canone? Dovevamo sorbirci anche Dantzig, con il suo Anti-Canone? Ma di questo non parla l’articolista, né ciò sembra interessare granché gli autori italiani intervenuti. Borgia, peraltro, ci mette del suo e nell’articolo tratta come se fossero sinonimi le parole ‘capolavoro’ e ‘classico’, che evidentemente non lo sono. Ci sono capolavori assoluti, assolutamente inadatti a far da ‘classico’. Uno per tutti: La Cognizione del dolore di Gadda.

Poi ci sono gli autori italiani, che si prestano volentieri al gioco (che, come abbiamo visto, è un gioco truccato). Per carità, lo scandalo non sta nelle bocciature proposte: ce n’è per tutti da Svevo a Pasolini, da D’Annunzio a Dostojevski, da Keruac a Franzen, e via così. Una nuova generazione di autori, però, non nasce, se prima non uccide i suoi padri. Magari ci si aspetterebbe da costoro che assassinassero con più cura, progettando il ‘diverso’, e non è sempre questo il caso, ma certo in una risposta necessariamente stringata, come quella di un’intervista, spazio per far questo non ce n’è. Ergo, sorge spontanea la domanda: ma i nostri nuovi scrittori devono proprio rispondere a qualsiasi domanda sia loro fatta? Anche se è evidentemente insensata, malposta? O potrebbero farne a meno, mettendo in conto che, in fondo, non è sempre necessario essere ‘presenti’ in ogni caso e a qualsiasi costo? Perché il risultato, cui loro – volenti o nolenti – contribuiscono, non è quello di una riflessione letteraria, di uno stimolo all’approfondimento, ma di un puro e irrelato esercizio di gusto: tra le tante merci del supermarket letterario loro bocciano questo, o quel prodotto, diciamo così, leader. Senza nemmeno spiegarci bene perché. Tutto qua. I gusti sono gusti, d’altra parte e – si sa – non si discutono. Proprio per questo hanno sempre poco a che fare con l’arte e con il giudizio estetico. Magari sarebbe stato più interessante domandare loro quali autori sono stati ingiustamente dimenticati: chissà, forse qualcuno si sarebbe accorto, che so, di Danilo Kiš,  o dello splendido ungherese Kosztolàni, appena pubblicato da Mimesis, del nostro Lombardi, di Pizzuto, della splendida prosa di Cacciatore. Invece il risultato paradossale (ma assolutamente previsto, dal punto di vista ‘comunicativo’) è che si è parlato dei soliti noti (buoni o cattivi che siano) da parte dei soliti ignoti (buoni o cattivi che siano anche loro) che tentano di diventare noti (o meno ignoti, o ancora più noti, notissimi, noterrimi!) parlando male di chi almeno alla notorietà (che con i valori letterari a volte non stabilisce alcuna relazione) è arrivato da tempo. Assolutamente italiano, commenterebbero a Parigi. Loro almeno, per liberarsi dei padri, ci scrivono su un intero libro e non sperano affatto di cavarsela semplicemente rispondendo alle domande del Giornale.

Qui l’articolo originale.

Nella foto: Danilo Kis