Chiara Fenoglio. Leopardi moralista

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Genio disilluso, poeta altissimo, Leopardi ambì con le sue opere anche a elaborare una propria proposta di morale, fragile, non organica, in contraddizione forse tra verità incontrovertibile e pietas, frutto certo di un’incessante maturazione di pensiero durata un’esistenza intera.

Essenziali in questo percorso sono alcuni suoi incontri con altri autori che Chiara Fenoglio, già autrice di Un infinito che non comprendiamo. Leopardi e l’apologetica cattolica del XVIII e XIX secolo (Dell’Orso, 2007, premio Tarquinia-Cardarelli) identifica in letture dichiarate da Leopardi stesso come imprescindibili.

In questo prezioso volumetto pubblicato da Marsilio, Leopardi moralista, Fenoglio ripercorre con cura l’evoluzione e l’apparente, a tratti, retrocedere della morale leopardiana da cui, scrive, non dobbiamo aspettarci indicazioni di vita pratica bensì un punto di vista sulle cose e sul mondo.

La prima fase della produzione di Leopardi si caratterizza dalla consapevolezza amara che il sommo possibile della felicità, nelle sue stesse parole, si identifica nel minor possibile sentimento: un privilegio, questo, che è appannaggio di una condizione selvaggia, primitiva, a cui, gli è ben chiaro, l’uomo non potrà più tornare.

Già avviato sulla strada del disincanto, alla teoria del piacere, ormai nel pieno della sua crisi, suggerisce una teoria dell’occupazione, scrive Fenoglio, nel lasciarsi coinvolgere nella maggior somma possibile di attività, nell’azione obnubilante, che occupi e riempia le sviluppate facoltà e la vita dell’animo: una posizione questa che, sottolinea l’autrice, seppur àncora di salvezza dall’abisso della noia e dell’infelicità, finisce per sottrarre speranze e progettualità alla vita, che risulta così ristretta al solo presente.

E dalla quale, perso ogni principio di virtù, già traspare, in filigrana, il profondo sentimento di reale vanità di ogni cosa.

Una morale di superficie, labile e transitoria non potrà bastare a Leopardi, che necessita l’identificazione di una forma di vita che si faccia degna, che sopravviva alla strage delle illusioni, pur mantenendosi compresa e compressa dentro i limiti materialistici della verità.

Leopardi nel suo eremo, nella solitudine popolata di libri, non cerca conforto ma confronto, scrive Fenoglio, ed è come se con alcuni autori intessesse una sorta di straordinario dialogo immaginato.

La lettura di Montesquieu lo spinge a riflettere sulla visione sostanzialmente negativa della storia intesa come corruzione, morte organica e perdita secca, scrive l’autrice, che aprono la strada alla composizione della Canzone Ad Angelo Mai fino alla Ginestra, metafora della distruzione, […] metafora di ciò che annulla, come scrisse Emanuele Severino.

Fondamentale per Leopardi anche l’incontro con le parole di Mme De Lambert, regina del suo salon letterario di una Parigi lontana nello spazio e nel tempo, ma da cui il poeta trae consiglio per un tentativo di superamento del contrasto tra ragione e sentimento, tematica da lui profondamente sentita e di una morale non individuale, conchiusa, ma tesa a un bene comune, alla politesse, a un’umana preparazione alla carità.

Meno nota è l’influenza sul poeta da padre Segneri, dalle cui prediche, svela Fenoglio in pagine di straordinario interesse, Leopardi attinse parte dell’immaginario. Dal gesuita come dagli altri non derivò, tuttavia, una morale compiuta, chiosa l’autrice, ma degli exempla, degli emblemi che […], rifiutando qualsiasi ripiegamento romantico su di sé, pone a servizio di un potente sogno di rinnovamento etico e civile: idea fondante, in ultima analisi, di un tentativo massimo di mantenersi saldi a bellezza e verità.

Anna Vallerugo

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Chiara Fenoglio è ricercatrice in Letteratura italiana all’Università degli Studi di Torino. Ha scritto tra le altre opere La divina interferenza. La critica dei poeti nel Novecento (Gaffi, 2015, Premio Sertoli Salis). Ha curato l’edizione delle Lezioni manzoniane di Natalino Sapegno (Aragno, 2009) e Gli Strumenti umani di Vittorio Sereni (Il Saggiatore, 2018). Collabora a “Lettere italiane” e “La Lettura” del Corriere della Sera.