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Déclic. Intervista a Carlo Sperduti

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Nasce una nuova realtà editoriale: déclic. La loro prima pubblicazione è un’antologia intitolata L’ordine sostituito.

Ci sono racconti davvero singolari, in grado di suggerire nuove strade. Mi ha incuriosito subito questo progetto così ho contattato Carlo Sperduti che è una delle anime di questo corpo nuovo e le prime due domande che mi sono venute in mente sono state:

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Come ti è venuto in mente di diventare editore? E poi, perché déclic?

Buongiorno Pierangelo, e grazie a te per aver voluto dedicare questo spazio a déclic.
L’idea di fare l’editore mi è venuta in mente molti anni fa, quando ho iniziato a occuparmi di libri come autore, e lì è rimasta – nella mia mente, un po’ discosta – finché alcune circostanze – stavo per scrivere
aggravanti – non l’hanno riportata in primo piano. La molla decisiva è probabilmente scattata quando, a fine 2021, ho aperto un blog tuttora in attività, il multiperso, in cui ho iniziato a pubblicare testi brevi e brevissimi – molto spesso di natura sperimentale – di autrici e autori italiani. Nel giro di pochi mesi mi sono reso conto, per la quantità e la qualità dei contributi, che ci sarebbero state molte possibilità di espandere e trasformare anche in altro quel laboratorio di scritture. L’idea si è dapprima concretizzata in un’antologia pubblicata da pièdimosca, primo tassello di una collana di cui sono curatore, glossa, dedicata alle prose brevissime: sono usciti per ora altri sette titoli e nel 2024 ne usciranno altri cinque. Dalla collana all’idea di una mia casa editrice il passo è stato (relativamente) breve. Con déclic l’intenzione è quella di allargare i campi delineatisi con glossa e continuare a delinearne sempre di nuovi, per dare spazio a scritture sperimentali, ibride, di ricerca, in una parola altre rispetto alle proposte in circolazione, riportando il discorso sulle testualità e sulle possibilità del linguaggio, rivolgendo l’attenzione al qualcome prima che al qualcosa. Il nome déclic, questa parola analoga al nostro clic ma che in francese assume il senso figurato di rivelazione improvvisa, subitaneo cambiamento di visuale, idea inaspettata, epifania, sta a indicare sia il tipo di opere ricercate e il modus operandi del progetto, che idealmente procede concatenazioni di déclic, e dunque di cambiamenti di rotta e svolte; sia l’effetto che vorrebbe avere sui lettori: condensa in sei lettere i momenti estremi dell’iter testuale: ideazione e realizzazione da una parte, fruizione dall’altra. Inneschi e disinneschi letterari, interruttori.

Tu sei sia libraio che editore giusto?

Sì, esatto: sette anni fa ho aperto, insieme a Francesca Chiappalone, una piccola libreria nel centro storico di Perugia. Si chiama “Mannaggia – Libri da un altro mondo” e si occupa della promozione di editori indipendenti: attualmente sui nostri scaffali ce ne sono più di 150.
La libreria ha in comune con déclic molte cose, prima fra tutte l’insofferenza nei confronti della rigida classificazione in generi che il mercato editoriale continua a proporre, in aperto contrasto con la fluida e inafferrabile realtà letteraria (non parlo naturalmente di quei prodotti che sono concepiti a monte per rientrare nelle suddette classificazioni). I nostri scaffali sono ordinati per case editrici, senza alcuna gerarchia o divisione tematica o di genere. Il nostro modo di esistere – di déclic e di Mannaggia – non contempla la conferma di status quo: ne esige la continua messa in dubbio.
Sulla bandella de
L’ordine sostituito, il primo libro déclic, si legge: “Liberare le scritture, smantellare i tramezzi e le gabbie a scaffale: in libreria, in chi legge, in chi scrive, in chi vive.”

Ma è vero che i libri non si vendono?

In assoluto, no. Possono vendersi di meno in alcuni periodi, come in questo. Il problema non è il numero di libri venduti, a mio parere, ma la ripartizione della torta del prezzo di copertina, ridicolmente sbilanciato a favore della distribuzione, i cui meccanismi – mi riferisco soprattutto alla grande distribuzione – sono parte integrante e fondamentale causa, per come la vedo, dell’appiattimento della proposta cui ho accennato, e di conseguenza di un abbassamento progressivo dello spirito critico del lettore, che si concepisce e fortemente si vuole passivo – il paradosso di quest’idea in un campo che dovrebbe (condizionale d’obbligo) essere culturale/letterario è fin troppo evidente. E purtroppo, sempre più spesso, in questi meccanismi e in quest’appiattimento vengono risucchiati anche i piccoli editori indipendenti. Uno spirito maggiormente collaborativo – manca, è un fatto – tra librai, tra editori, e soprattutto tra librai e editori, potrebbe portare alla messa a punto di meccanismi alternativi che se portati a sistema, nell’ottica di una rete di rapporti diretti, gestiti orizzontalmente, aprirebbe nuove strade, più etiche e anche economicamente più convenienti. Ultimamente sono stati fatti alcuni tentativi in questa direzione, purtroppo arenatisi, per il momento, proprio a causa dell’incapacità di percepirsi come una collettività con obiettivi comuni da un lato, e dall’altro di mettere in discussione lo stato delle cose.

Dal vostro “manifesto” leggo che vi ponete in un’ottica “Trans-generica” e “post-generica”. Cosa significa?

Ricollegandomi a quanto detto sulla classificazione da scaffale – di libreria di catena, posso aggiungere – ritengo che essa non rispecchi in alcun modo i continui movimenti, smottamenti, intersezioni, dislocazioni, ibridazioni, riconfigurazioni della materia letteraria e che attualmente non sia né possibile né auspicabile – e chissà che non sia sempre stato così – tentare recinzioni di genere: queste classificazioni, almeno oggi, appartengono al mercato, non alla letteratura, e il fatto che a sinonimizzarsi siano oggi i termini mercato e editoria, e non editoria e letteratura, dovrebbe far scattare un enorme campanello d’allarme in chiunque abbia a cuore non solo i libri ma anche la salvaguardia del pensiero stesso. Con déclic mi oppongo quindi al mercato editoriale non perché io voglia negarlo – dal momento che i libri sono in vendita con tanto di ISBN sarebbe disonesto o almeno stupido fingere di non essere interessato a un mercato – ma perché propongo di trattarlo in altro modo, di dimostrare nel mio piccolo che si può vendere un prodotto che non si incanali in uno dei (pochi, ormai) solchi già tracciati. Un libro déclic non è necessariamente in prosa o in versi, non è necessariamente narrativa, saggistica, memoir, reportage: è un oggetto testuale non identificato e non identificabile che può passare attraverso più generi o che può prescindere del tutto dalla griglia concettuale del genere di appartenenza: è il motivo per cui in déclic non esistono collane. Ogni libro déclic, insomma, offre a suo modo un’alternativa agli standard di quel che oggi viene identificato come prodotto editoriale. E inizia a farlo sin dall’impianto visuale: l’illustratrice Resli Tale ha ideato un progetto basato su copertine tipografiche non interamente leggibili, o leggibili solo a patto di uno sguardo non superficiale o frettoloso. Le informazioni fondamentali si trovano solamente sul dorso, mentre in copertina non compare né il nome dell’autore né, in qualche caso, il titolo completo del libro (che può essere parziale o celato nell’immagine): anche le copertine déclic, dunque, come i suoi contenuti, si leggono in modo altro: questo perché déclic presuppone lettrici e lettori attivi, critici, partecipi e curiosi, e propone, appunto, scritture altre.

La vostra prima pubblicazione è un’antologia di testi molto particolari dal titolo “L’ordine sostituito” che suona come una dichiarazione d’intenti, che dici?

Lo è sicuramente. Il titolo – un gioco di parole in cui la sostituzione è sia il mezzo che il risultato – può essere letto come brevissimo manifesto déclic, a patto che lo si legga letteralmente: l’ordine sostituito e basta, non l’ordine sostituito da qualcos’altro, soprattutto non da un altro ordine: ricomparirebbe altrimenti, fatalmente, la c. L’ordine continuamente sostituito.

Come scegliete i testi da pubblicare? Avete un comitato editoriale?

Alcuni dei libri déclic – nel 2024 ne usciranno otto – sono entrati in catalogo su mio invito, mentre in altri casi si tratta di proposte spontanee: sul sito déclic (www.declicedizioni.it) si possono leggere le modalità di invio delle proposte editoriali. Da quanto ho detto finora ci si può fare un’idea piuttosto precisa, credo, dei criteri di selezione: per quanto buono io possa ritenere un libro, anche al di là dei miei gusti personali, se non è in qualche modo deviante non sarà un libro déclic.
La redazione, al momento, è piuttosto affollata: ci sono solo io.

Quali sono i prossimi progetti?

Colgo l’occasione per accennare alle prossime tre uscite:
Il 15 marzo uscirà SpuntiSunti del fantasiologo Massimo Gerardo Carrese, da poco in libreria con Il grande libro della fantasia (il Saggiatore). Gli SpuntiSunti sono brevi prose autobiografiche in cui la grammatica e la sintassi vengono smantellate insieme al senso comune, e il gusto per i paradossi, i numeri, gli anagrammi e le ripetizioni ossessive dà luogo a una serie di umoristiche epifanie.
Il 19 aprile uscirà
lasaga, libro di esordio di Francesca Perinelli: una raccolta di testi di ricerca che si muovono tra flarf, sought poem, cut-up, googlism e altre forme di scrittura non assertiva, mettendo in scena una rarefazione del senso che somiglia molto al nostro mondo attuale.
Il 24 maggio arriveranno i racconti di
Bosco, firmati dal giovane emergente Antonio Vangone, un autore sempre in equilibrio sul filo teso al confine tra reale e fantastico, sorprendente e poliedrico sperimentatore di forme.

Grazie.

Pierangelo Consoli

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