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Demetrio Paolin e Dario Voltolini anteprima. Il bisogno e la necessità e Sedici passeggiate con Kuma

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Demetrio Paolin ha pubblicato diversi romanzi: Il mio nome è Legione (2009), Conforme alla gloria (finalista allo Strega del 2016), Anatomia di un profeta (2021), i saggi Una tragedia negata. Il racconto degli anni di piombo nella narrativa italiana (2008) e Non fate troppi pettegolezzi (2014) e diversi studi critici su Primo Levi.

Con Il bisogno e la necessità, (Tetra 2023, pp. 87, € 4,00), Demetrio Paolin ci introduce nella vita di Antonio Silieri, un uomo comune con famiglia, impegnato in un lavoro sindacale all’interno del quale si richiama a una figura storica come quella di Luigi Macario. La sua esistenza scorre tranquilla, nella normalità, tra le gioie familiari e le sfide quotidiane dei figli che crescono.

Tutto sembra in equilibrio, fino a quando una lettera dall’Agenzia delle Entrate, una semplice cartella esattoriale, sconvolge la sua realtà scatenando l’ira della moglie descritta come una delle erinni: “le erinni ti divorano il fegato, ti mangiano le interiora, ti dilaniano e lasciano a pezzi per i boschi, per le colline, così che di te non rimanga nulla. Le erinni non amano l’annullamento totale, che sarebbe consolatorio infine, ma fanno in modo che una cosa di te rimanga; del tuo corpo disfatto e lacerato deve rimanere visibile e vivente la colpa, la colpa sia per sempre, ogni colpa, quale che sia, come che sia, deve rimanere in eterno”.

Così sotto gli occhi di Antonio, il velo dell’ordinario si squarcia, rivelando un mondo fatto di bisogni e necessità.

Demetrio Paolin, con uno stile scorrevole, essenziale e a volte poetico, ci accompagna in un viaggio nell’animo umano tra impulsi morali e tentazioni, alla scoperta della profondità dell’esistenza.

SEDICI PASSEGGIATE CON KUMA (di Dario Voltolini)

Dario Voltolini è autore di racconti, romanzi, volumi illustrati, radiodrammi, testi di canzoni e libretti per il teatro. È docente presso la Scuola Holden di cui è stato anche direttore didattico. Fra i suoi libri ricordiamo: Una intuizione metropolitana (1990), Rincorse (1994), Forme d’onda (1996), 10 (2000), Primaverile (2001). Nel 2003 ha pubblicato I confini di Torino, un ritratto inedito e affascinante della città in cui vive, cui sono seguiti Sotto i cieli d’Italia (2004, firmato insieme a Giulio Mozzi), Le scimmie sono inavvertitamente uscite dalla gabbia (2006), Foravía (2010) e Pacific Palisades (2017). Ricordiamo i libretti Mosorrofa o dell’ottimismo (1993) e Tempi burrascosi (2008, interpretato da Elio), entrambi musicati da Nicola Campogrande, e il testo della canzone per L’Orage Queste ferite sono verdi (2013, vincitrice della XXIII edizione di Musicultura).

In Sedici passeggiate con Kuma, (Tetra 2023, pp. 107, € 4,00) Dario Voltolini rende omaggio a Umberto Eco. Kuma, un Akita Inu dal pelo arancione, è il compagno di lunghe passeggiate e conversazioni senza confini, in totale libertà: -“Kuma, sentimi bene, senti qua: “La totalità dei pensieri veri è un’immagine del mondo”, mi hai capito?”; -“Kuma, lo sai che “La filosofia è il proprio tempo appreso con il pensiero?”; “Ascoltami, Kuma, medita. Quando un maschio alfa dice a un altro maschio di tirare fuori le palle è quasi sempre per poterlo castrare meglio”.

Kuma, il fedele compagno, ascolta, osserva, senza poter rivelare i segreti condivisi dal narratore col quale interagisce con gesti e sguardi anche durante gli incontri con altre persone.

Voltolini ci guida in un percorso narrativo spesso divagante e a tratti walseriano, intervallando voli pindarici a ritratti di vita quotidiana.

In un affresco contemporaneo, Voltolini dipinge la bellezza dell’interazione tra uomo e cane, regalando al lettore un’esperienza unica.

Carlo Tortarolo

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IL BISOGNO E LA NECESSITÀ

Demetrio Paolin

Il fumo della sigaretta quando esce dalla sua bocca si condensa in una nuvolaglia compatta, ognuno dei fumatori del piccolo balcone al secondo piano della sede sindacale, in centro a Torino, ha davanti a sé un bozzolo di fumo concreto, quasi che si possa con un cricco del dito allontanarlo dal volto. Antonio osserva quella nube; potrebbe essere l’anima oppure se l’anima non esistesse, cosa potrebbe essere quella fumaglia davanti a lui, che ingombra la visuale sul niente di una via, larga giusto da far passare una macchina, con di fronte un palazzo, che quando non ha le persiane chiuse si possono indovinare i movimenti delle persone, come quello della donna, una colf probabilmente, che pulisce una stanza passando l’aspirapolvere? Antonio cerca di annotarsi mentalmente che questa sera DEVE mettere in ordine, domani Arturo e Beatrice vengono a mangiare la pizza e lui vuole che trovino la casa come si deve, e non tutta quella merda che in queste settimane si è accumulata. L’incontro con l’Agenzia delle entrate è stato pessimo. Lei mi conferma queste mancanze?, gli ha domandato l’impiegato; Certo, aveva detto lui, confermo, vorrei però spiegare. Le spiegazioni, aveva detto l’impiegato, potrà farle in una memoria qualora non voglia pagare e scelga un’azione penale, lei vuole fare un’azione penale?, aveva continuato l’uomo, scrivendo al pc e non guardando Antonio in faccia, le frasi si formavano sullo schermo dal riverbero degli occhiali. No, aveva detto Antonio, non intendo fare un’azione penale, perché sono consapevole del mio errore, mi chiedevo se quindi fosse possibile, vista l’ammissione…; Le potremo fare una rateizzazione da settantadue mesi, che è il massimo, ma i soldi che deve dare allo Stato, lo Stato li pretende. Quindi, aveva ripreso Antonio, ammettere la propria colpa non cambia nulla. L’ammissione della colpa… – l’impiegato (erano separati da una semplice scrivania in legno truciolato, una distanza prettamente fisica, mentre l’abisso della legge, della giustizia, del Minosse che condanna è qualcosa che Antonio stenta a comprendere. Quell’impiegato non lo guardava come si guarda un uomo distrutto, disfatto, ingrassato visibilmente, la faccia grigia e la barba mal tagliata con piccole ferite lungo il viso, che rassomigliano a un pollo mezzo spennato, ma lo osserva come un insieme di codici, cifre, posizioni aperte, tassi di morosità, ravvedimento onerosi) aveva continuato – … signor Silieri, non modifica la sostanza dell’ammanco erariale, ora grazie alla sua parola sappiamo che non c’è dolo, ma l’ammanco, il vuoto nelle casse erariali è uguale, con o senza colpa.

Antonio contempla la piccola palla di fumo e rivede il riflesso degli occhi sottili dell’impiegato: la colpa non modifica il danno, colpa&danno non sono in nessun modo legati, la colpa è tutta sua, l’impiegato gliel’ha donata, la colpa gli fluttua davanti, brilla come un fuoco fatuo poco prima di sparire nell’atmosfera e lasciargli la visuale limpida: ognuno di loro nel balconcino ha la sua colpa davanti; Antonio dà due lunghi tiri alla sigaretta, la punta diventa rossa: la mia colpa è mia, la colpa mi appartiene, la mia colpa non è il mio male, il mio male sarà lontano da me; io sono la mia colpa, ma io non sono il mio male, il mio male sono settantadue F24 precompilati che debbo pagare una volta al mese all’Agenzia delle entrate, la mia colpa è dentro, così dentro che non uscirà più, mi libererò dal male, me ne libererò lentamente, e altrettanto la colpa prenderà possesso del mio dentro, uscirà il male ed entrerà la colpa, uscirà il peccato ed entreranno il castigo e la punizione, il tutto in settantadue comode e precompilate – con tanto di codici e data di scadenza – rate che debbo versare alla banca… non si preoccupi signor Silieri, le arriverà una mail qualche giorno prima del pagamento per ricordarle sempre la scadenza, il Fisco vuole essere amico del cittadino, così aveva detto l’impiegato; ora Antonio accoglie la colpa come la particola dell’ostia, si comunica con la sua colpa, la sua colpa entra dentro il suo corpo, staziona in lui; mio Dio liberami dal male, concedimi di essere libero dal male, Dio mio donami la colpa, fa’ che io viva con essa fino al giorno della mia morte.

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SEDICI PASSEGGIATE CON KUMA

di Dario Voltolini

«Non so come la pensi tu, ma io direi che, quanto a capire, capiamo. Cioè, se ci facciamo caso, ogni giorno ci porge una cosa da capire, spesso più di una, e noi – sebbene non sempre – la capiamo. Purtroppo più capiamo qualcosa più vediamo che non stiamo capendo niente del resto: un resto che è grande, che diventa sempre più grande a mano a mano che ne capiamo dei pezzi. Mi capisci, Kuma?».

Kuma si ferma. Sembra non voler procedere nella direzione che stavamo percorrendo insieme. Si pianta, mette il culo per terra e non si muove più. Allora gli propongo una direzione diversa, ma lui niente. Allora una direzione ancora diversa. Niente. Piantato.

Mi avvicino a lui, lo accarezzo, gli dico «Kuma, da qualche parte dobbiamo andare». Sento che si addolcisce, prendiamo di là, accetta la cosa.

Semafori che diventano verdi, ma Kuma ha da fare, quindi perdiamo l’istante propizio e diventano rossi. Al verde successivo si va.

«Ieri per esempio cosa ho capito, secondo te?».

Kuma non mi degna di uno sguardo. La sua indole imperiale: oh come me la sbatte sotto il naso!

«Allora, te lo dico lo stesso. Ieri ho capito che la persona che hai davanti la vedi impastata insieme a tante altre cose, cioè: cosa hai capito di lei nel tempo, cosa prevedi che lei dica o faccia, come solitamente si muove nello spazio, quali risposte ti ha dato a precedenti domande o sollecitazioni, ciò che ritieni sia corretto o temibile aspettarsi da lei. Dopodiché la persona fa o dice o non fa o non dice quello che ti aspettavi. Allora le strade sono almeno due. La prima è sentirsi offeso (ma come? Come ti permetti di prendermi così in contropiede?), la seconda è godere dello stupore che quel comportamento ti imprime. Mi segui?».

Kuma mi guarda, ma in modo distratto. Non sono sicuro che mi guardi negli occhi come io sto facendo con lui. Ho il sospetto che mi guardi un po’ di sbieco, cioè sì vedendomi, ma non proprio come il centro del suo campo visivo. Guardando, per esemplificare, un punto non lontano dai miei occhi, un poco deviato. Come se fissasse, che ne so?, un pidocchio che si muove al margine della mia stempiatura sinistra. So che mi vede, ma non guarda me. Lo so perché mia madre faceva così con me, direi sempre – se non era distratta.

Quando in un crogiuolo fai sciogliere un metallo mettendogli dentro dei pezzi presi a caso, spuri, e questi cominciano magicamente a fondersi come fossero cera, si separano le impurità dal liquido rovente splendente, che confluisce in una polla purissima e specchiante, il resto lo chiamiamo “scorie”.

«Mi segui, Kuma?».

Per forza che mi segue, lo tiro con il guinzaglio e alla fine sono più pesante io.

Cammina dietro di me, segno di condiscendenza. Quando i suoi bisogni, i più concreti, si fanno urgenti, allora è lui che tira me.

«Ecco, ritornando al punto, ieri mi sono sentito offeso. Poi ci ho ripensato: l’offesa vera è pensare che la persona in questione debba essere come te l’aspetti. Cioè questo pensiero è un’offesa che tu fai alla persona, non che è lei che ha offeso te, mi capisci?».

Kuma guarda a terra, ma non c’è nulla. Annusa, ma non c’è nulla. Quindi solleva il testolone volpino e lupesco, mi mette il tartufo umido sulla mano, ne slingua un pochino il dorso pieno di macchie dell’età e poi torna a pensare ai fatti suoi.

È il suo “Ok, ho capito, giusto quello che dici”.

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