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Demian Planitzer.L’Homoteista. Per una riscrittura dell’Unico di Max Stirner

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Demian Planitzer, uno degli pseudonimi dietro cui si cela lo scrittore veronese (ma più tendente, per forma mentis, a quella Mitteleuropa che è d’uopo far principiare dal Trentino che verso le quasi Basse dove vive il sottoscritto) Damiano Cappellari, dopo Il giovane Hanno BuddenbrookLa parte mancante dei Buddenbrook di Thomas Mann (collana “Allo Scrittoio” delle milanesi Edizioni Albo Versorio, 2016) ed essersi occupato – prima e dopo – di tutt’altro (poesia dialettale veronese sotto altro pseudonimo e saggistica specifica d’ambito storico e numismatico firmata col proprio nome di battesimo), torna a trattare uno dei suoi terreni d’elezione, il mondo culturale germanico.

Protagonista di questo dialogo il misterioso filosofo bavarese Max Stirner (al secolo Johann Caspar Schmidt, 1806 – 1856): considerato alternativamente (o anche assieme) tra i precursori di una certa modalità psicoanalitica di intendere la filosofia e “fondatore” di una determinata forma di anarchismo; padre putativo di talune posizioni situazioniste ma anche reazionarie, controrivoluzionarie, addirittura (filo)fasciste, probabilmente ciò che più si avvicina alla vera essenza di Stirner è quanto riportato su di lui da Fritz Mauthner, filosofo e linguista ceco di lingua tedesca vissuto tra XIX e XX secolo, il quale vide nel pensatore di Bayreuth “un ribelle interiore apolitico”, in quanto le sue istanze (a)morali sempre vennero interpretate e poste in senso individuale, e non collettivo/comunitario/societario.

E infatti, Stirner è ricordato principalmente per il suo opus magnum L’Unico e la sua proprietà (Der Einzige und sein Eigentum, uscito in prima edizione a Lipsia nel 1844), dalle cui pagine sostiene quanto quei portati umani che rispondono ai nomi di ideologie e religioni altro non siano che un insieme di superstizioni nemiche naturali di ogni individuo che ambisca all’attributo di libero! Inimicizia sublimata nei confronti dell’istituto statale, qualsiasi forma specifica assuma, ma – in nome di quell’utilitarismo filosofico di cui pure Stirner è considerato tra i fondatori – di esso l’uomo è giusto si serva, ovviamente aggirandone il più possibile i regolamenti, per quanto ne abbisogni (posizione, quest’ultima, che fa cozzare drasticamente lo “stirnerismo” con qualsiasi posizione liberale con cui si sia provato a farlo andare d’accordo, insieme al marcato anticapitalismo del nostro, che sempre si dimostrò contrario a qualsiasi concezione socioeconomica del mondo di stampo borghese).

Demian Planitzer, prendendo le mosse dalla traduzione in italiano de L’Unico datata 1921 (Fratelli Bocca Editori, Torino) ma risalente ancora al 1902 per opera di Ettore Zoccoli, dà forma ad un vero e proprio dialogo, tra il platonico ed il peripatetico, tra due personaggi che di primo acchito sembrerebbero quanto di più distante l’uno dall’altro, ma la chiusa del testo ci sbugiarderà in merito: una Scimmia e un Nobile (iniziali maiuscole dell’autore). Il loro non è tanto un semplice ragionamento sui passi dell’Unico di volta in volta inseriti nella narrazione delle proprie vicende – evidenziati dalla scelta di un diverso carattere e da grassettature delle parti più impattanti – quanto la rivelazione di un sincero sentire o dissentire dalle posizioni colà espresse, rivelazioni che ci spingiamo a definire – perlomeno in buona parte – quelle dell’autore.

Dedicato al dottissimo Roberto Calasso, editore/ideatore di Adelphi scomparso il luglio di due anni fa che nel 1999 ebbe la numinosa idea di (ri)portare sugli scaffali delle librerie italiane L’Unico in nuova traduzione, Planitzer fa vergare in quarta di copertina del suo saggio una delle diverse esternazioni di Calasso su Stirner, precisamente quella che critica i silenzi di Nietzsche e Heidegger, se non nichilisti perlomeno teorici del nichilismo, su quell’autentico “grumo purissimo di nichilismo” che fu lo Schmidt. Posizione che fa il paio con quella, espressa sempre dall’editore, posta in calce alla prima edizione Adelphi dell’opus magnum stirneriano: “La vera ‘filosofia del martello’ che Nietzsche non sarebbe mai riuscito a praticare, perché troppo irrimediabilmente educato, si compie nelle brevi, tempestanti, offensive frasi che compongono l’Unico”; quindi dimenticanze sembrerebbe volute, non casuali.

Eppure, sempre in quarta, Demian fa apporre la principale massima stirneriana: “Io ho riposto la mia causa sul Nulla” e, in apertura di trattazione, all’interno di una più ampia citazione, troviamo un riferimento a quell’Io che “al pari di Dio” è “nulla per ogni altra cosa”, ma, per sé stesso è “tutto, l’Unico”! Quindi un Io che si fa nulla per riagganciarsi al tutto, o che si fa tutto per riconnettersi col nulla? È una delle questioni che, fortunatamente, questo saggio dialogico lascia aperte, insieme al significato stesso del termine/titolo “Homoteista” per il quale non ne viene indicato uno univoco.

Finissimo, poi, il riferimento al ritratto da parte del prefatore, non uno studioso di filosofia né un filosofo e forse proprio per questo così a suo agio nel rapportarsi con chi l’accademia l’ha sempre rifuggita: nemmeno qui viene esplicitato se si intenda o meno quello abbozzato a matita opera di Friedrich Engels (no, non è un curioso caso di omonimia, è proprio lui!) che rappresenta di fatto la principale e più famosa raffigurazione di Max Stirner, ma a me piace pensare di sì.

In definitiva, un testo essenziale (in senso propriamente alchemico) per la comprensione de L’Unico e la sua proprietà, poiché sia risolve gli innegabili dubbi che può causare la lettura dell’originale ma anche funge da ottimale trampolino di lancio per tuffarsi in quel mare che da lontano sembra torbido e la cui purezza può essere evinta soltanto una volta immersici.

Alberto De Marchi

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Demian Planitzer, “L’Homoteista – Per una riscrittura dell’Unico di Max Stirner”, Print Service Editore, 2022, 202 pagine, 15 euro

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