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Fatima Bhutto anteprima. I nuovi re del mondo

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Dal 7 Aprile è in libreria I nuovi re del mondo di Fatima Bhutto, Minimum Fax, 2023, pp. 224, € 18,00, tradotto da Chiara Veltri.

Il libro racconta il vasto movimento culturale che sta emergendo al di là del mondo occidentale. Un movimento globale nella sua portata e nel suo fascino che è la più grande sfida mai stata lanciata a Hollywood, a McDonald’s e ai blue jeans.

Questo è un libro sui nuovi arbitri della cultura di massa provenienti dall’Oriente che hanno creato una nuova cultura pop globale che può essere facilmente consumata, soprattutto dai molti milioni di persone che si sono affacciate tardi al mondo moderno e che stanno ancora affrontando le sue sfide schiaccianti.

Include un’intervista con Shah Rukh Khan, la star del cinema più popolare al mondo.

Il libro di Bhutto è un importante dispaccio di un nuovo ordine multipolare che si sta formando sotto i nostri occhi. È il primo libro che esplora le molteplici sfide al declino del soft power americano in particolare Bollywood, le soap turche e il K-Pop.

Una prospettiva preziosa sul mondo che cambia.

Carlo Tortarolo

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Il confine tra Corea del Nord e del Sud è uno dei più militarizzati del mondo, presidiato da eserciti pronti a entrare in battaglia. Mine antiuomo, posti di guardia con soldati armati e recinti elettrificati circondano la Zona Demilitarizzata (zdc). La Corea del Nord ha avviato infiltrazioni e lanciato incursioni e raid, ma la Corea del Sud l’ha terrorizzata con un’arma unica nel suo genere: il K-pop.

Entrambi i paesi hanno installato altoparlanti lungo i 240 chilometri della zona cuscinetto, ma quelli della Corea del Sud sono tecnologicamente più avanzati e si sentono fino a dieci chilometri di distanza di giorno e ventiquattro di notte. Nel 2015, quando la Corea del Nord ha dichiarato di aver testato una bomba a idrogeno, la Corea del Sud ha sparato gli altoparlanti a tutto volume. «Abbiamo selezionato una varietà di recenti successi pop per aumentare l’interesse», ha annunciato un funzionario del Ministero della Difesa, aggiungendo che la musica, tra cui «Bang Bang Bang» dei Big Bang e «Let Us Just Love» delle Apink, non era pensata per irritare i nordcoreani, ma per stimolare il loro interesse verso il «cool coreano». La Corea del Nord l’ha definita «una dichiarazione di guerra» e ha minacciato di far saltare in aria tutti gli altoparlanti.

Il K-pop ha il potere unico di minacciare l’apocalisse sulla penisola asiatica e allo stesso tempo di incoraggiare iniziative di pace tra Nord e Sud, tecnicamente ancora in guerra da quando il conflitto del 1950 si è concluso con un cessate il fuoco e non con un trattato di pace. Alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali di Pyeongchang, il Nord e il Sud hanno marciato sotto un’unica bandiera al ritmo vivace e spumeggiante del K-pop. Nell’aprile del 2018, Kim Jong Un è stato il primo leader del Nord ad assistere a un concerto K-pop e ha dichiarato di essere stato «profondamente toccato» dall’esperienza.

Ma, prima della diplomazia del K-pop, è stata la hallyu, o Onda Coreana, a esondare al di là dei confini della Corea del Sud, espandendosi con precisione militare. Nell’ultimo decennio, la parte meridionale della penisola è stata riconosciuta come il primo paese non occidentale capace di «esportare in modo significativo ogni sua forma di espressione culturale» in tutto il mondo. Già nel 2008, il valore delle esportazioni culturali coreane superava quello delle importazioni. I film coreani concorrevano a Cannes, i K-drama venivano doppiati in lingue indigene come il guaraní e hanno ottenuto l’86 per cento di share in Iran, mentre i K-videogame hanno portato al paese entrate che superano del 1200 per cento quelle del K-pop (e le vendite globali del K-pop ammontano a cinque miliardi di dollari all’anno).

A differenza della cultura pop indiana e turca, quella coreana è uno specchietto per le allodole. Per molti aspetti, la K-culture è poco più di una rielaborazione della cultura americana. Dire che la Corea del Sud è americanizzata è un eufemismo. La residenza del presidente si chiama Casa Blu, i servizi segreti kcia, il fast food nazionale è pollo fritto e birra, nei raduni elettorali si gioca a basket, e tuttora per le strade immacolate di Itaewon a Seul si incrociano marines con i capelli rasati che escono dalla base per prendere un frappuccino.

Alle orecchie dei profani, il K-pop sembra musica già sentita e, forse, già vagamente apprezzata. È un genere descritto come pop «post-disco»-dance-bubblegum-sfornatormentoni, il tipo di musica che si potrebbe mettere durante un interrogatorio per indurre i sospettati a parlare, se non fosse che è davvero fastidiosamente allegra e orecchiabile. Il fatto che sia cantata in una lingua straniera non impedisce a chi la ascolta di canticchiarla, dato che il coreano, come l’inglese, è una lingua con una struttura sillabica e non presenta le forti intonazioni e gli accenti del mandarino o del giapponese. Il settore è stato costruito dal basso da un gruppo di astuti opportunisti, con uno sguardo fortemente orientato verso il mondo, assicurandosi quindi che – anche se le progressioni armoniche del K-pop sono più veloci di quelle del pop in inglese (cosa che lo rende più ballabile) – nelle canzoni ci fosse una strategica spolverata di frasi in inglese per dare soddisfazione agli ascoltatori. I miliardi di fan che ballavano galoppando al suono di «Gangnam Style» forse non si sono accorti che la canzone ha solo due versi in inglese: «Hey sexy lady» e «Gangnam Style».

Grazie alla connettività globale, il K-pop non conosce confini. Nel 2016, i video di K-pop, noti per la produzione eccellente e le coreografie precisissime e molto cool, sono stati guardati ventiquattro miliardi di volte su YouTube, e l’80 per cento delle visualizzazioni proveniva da zone esterne alla Corea del Sud. Nella top ten dei video che hanno totalizzato il maggior numero di visualizzazioni in ventiquattr’ore su YouTube, ci sono sei gruppi K-pop. Nel 2012, com’è noto, YouTube è stato costretto ad aggiornare il suo contatore di view quando «Gangnam Style» è diventato il primo video nella storia a ottenere più di un miliardo di visualizzazioni. Spotify e Apple Music hanno canali di K-pop – più di un quarto degli stream di K-pop su Spotify nel 2017 proveniva dal Nordamerica – e ad Abu Dhabi, Città del Messico e Parigi si sono tenute K-Cons, o convention di K-pop, che hanno registrato il tutto esaurito.

A maggio del 2018, i bts, conosciuti anche come Bangtan Boys – il nome sta per Bangtan Sonyeondan (ovvero «boy-scout a prova di proiettile», anche se di recente hanno modificato il significato dell’acronimo in Beyond the Scene, «dietro le quinte») – sono stati il primo gruppo K-pop ad arrivare in vetta alla classifica americana dei singoli, la Billboard Hot 100. I sette membri della boy band, già le celebrità menzionate più spesso su Twitter nel 2017, nonché detentori del Guinness dei Primati per il maggior numero di interazioni sul social network, hanno pubblicato Love Yourself: Tear, il primo album in una lingua diversa dall’inglese ad arrivare primo nelle classifiche americane in dodici anni. Aggiungiamo anche che i bts hanno cominciato il 2018 in cima alle classifiche di iTunes in oltre sessantacinque paesi, poco più di un terzo del mondo. Sono stati anche la prima band K-pop a partecipare all’assemblea generale delle Nazioni Unite e si sono aggiudicati il premio di Billboard come Top Social Artist, battendo Justin Bieber.

«Ci stiamo preparando per quello che sarà il più grande mercato del mondo», ha dichiarato Lee Soo Man, fondatore di sm Entertainment e titano dell’industria, quasi dieci anni fa. «E l’obiettivo è produrre le star più grandi del mondo».

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Fatima Bhutto

Nuovi re del mondo. Corrispondenze da Bollywood, dal dizi e dal k-pop

Traduzione di Chiara Veltri

© Fatima Bhutto, 2019

© minimum fax, 2023

Tutti i diritti riservati

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