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Fifty-fifty. Sant’Aram nel Regno di Marte. Intervista a Ezio Sinigaglia

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Ezio Sinigaglia ci racconta Fifty-fifty – Sant’Aram nel Regno di Marte evidenziando come narrare è atto che non può concepirsi del tutto a priori e la storia, con le sue invenzioni, si dà facendosi, producendosi, scrivendosi. La stesura del romanzo, però, non è indipendente dal mondo fuori della scrittura, dal corpo nel mondo dello scrittore. Il romanzo si fa leggere, e suona, anche. Sinigaglia evita ogni autocensura ed è critico nei confronti del panorama italiano in cui, ahinoi, la censura, per vari motivi, è spesso palpabile. La scrittura, per l’autore, è un mestiere ma soprattutto una necessità. L’urgenza del presente, però, non esclude il lavoro della memoria…

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Genesi e desiderio del tuo libro. Quando scrivi godi?

La genesi di Fifty-fifty (parlo naturalmente dell’opera nel suo insieme) è, sotto un certo punto di vista, semplicissima. Avevo riflettuto a lungo sul tema dell’amato che si concede interamente nella sfera affettivo-sentimentale ma si ritrae rigorosamente in quella erotico-carnale. E a forza di rifletterci ho pensato di scriverne, ideando una storia a due facce, con un terzo personaggio che irrompe all’improvviso dal passato a sconvolgere tutti i giochi. Ma si capisce subito che questo filo di narrazione è ben sottile e insignificante se paragonato al romanzo così come appare oggi nelle due parti che lo costituiscono e nella sua complessità e ricchezza di temi. Come dico sempre, le idee buone, quelle che danno vita e forma a un’opera narrativa, non vengono prima, ma durante la scrittura. Perciò sì, devo dire che per me scrivere è sempre stato un piacere ineguagliabile, un piacere che si fa lentamente e cresce pian piano fino a invadere di sé interi anni. Ricordo ancora i quasi quattro anni di stesura del mio primo romanzo, Il pantarèi, come un periodo di felicità ultraterrena. La più sublime delle felicità, perché era la prima volta che la provavo.

Un estratto dal libro che è risultato più difficile o particolarmente importante. Perché?

Credo che l’ultimo capitolo, “Due gocce d’acqua”, il quinto di Sant’Aram nel Regno di Marte e il decimo del romanzo nel suo insieme, sia stato il più difficile da scrivere. Questo sia per ragioni biografiche (erano passati parecchi anni, tutti assai turbolenti, da quando avevo scritto il penultimo) sia per ragioni narrative e strutturali. Dovevo innanzitutto ritrovare la voce che da tanto tempo taceva, nascondendo le tracce delle conseguenti cuciture e saldature, e poi inventare un modo efficace per chiudere tutti i conti, come si fa nei gialli, lasciando al contempo aperto il conto più importante, quello della storia fra Aram e Fifì. L’idea dell’indovinello mi ha indicato una via intermedia fra l’illuminazione dello svelamento e l’oscurità del mistero. Una soluzione solo apparente, perfetta per le mie esigenze.

Se non fosse scrittura, cosa potrebbe essere il tuo libro?

Ogni cosa che ho scritto e che scrivo vorrei che fosse soprattutto musica.

Che rapporto hai con la censura?

Ho sempre pensato che la censura più efficace, quella che veramente tarpa le ali dell’artista, sia l’autocensura. La censura vera, quella che opera nei paesi totalitari o – limitatamente ad alcuni temi – in certi paesi sedicenti democratici, può agire come un vincolo da aggirare, un po’ come le regole astruse che si davano gli scrittori dell’Oulipo: scrivere un romanzo in francese senza mai usare la lettera E. Vincoli come questi possono esaltare l’inventiva dello scrittore. E la stessa cosa può accadere con i vincoli imposti dalla censura, che possono dar vita a creazioni geniali: citerò un solo caso, quello del Maestro e Margherita di Bulgakov. Oggi in Italia la censura è qualcosa di indiretto e vago, ma ben percepibile: se non ti adegui ai desiderata dell’editoria mainstream, resterai uno scrittore marginale, noto a pochi e condannato a vendere poche centinaia di copie. Chi vi si adegua pratica appunto una forma di autocensura. E si tarpa le ali. Io preferisco spalancarle e cercare di volare. C’è poi un altro tipo di autocensura, che si esercita sopra il materiale autobiografico, da Giulio Cesare a Chateaubriand fino al genere, oggi assai praticato, della cosiddetta autofiction. Nei casi più lievi questa censura del proprio passato agisce attenuando qui, drammatizzando là e più in generale esagerando un po’ ovunque, nell’ingrandire come nel rimpicciolire. Nei casi più gravi, invece, esercita una totale soppressione di alcuni aspetti della propria personalità. Anche da questo tipo di autocensura ho sempre cercato di tenermi lontano, come credo dimostri l’unica mia opera dichiaratamente autobiografica, Sillabario all’incontrario, che è anche l’ultima finora pubblicata. Resta sempre, è chiaro e – penso – inevitabile, il potere edulcorante della memoria, per non dire di quello mitizzante e trasfigurante della letteratura.

Per te scrivere è un mestiere o un modo di contestare lo status quo?

Sono profondamente convinto che chi, come me, scrive perché spinto da una necessità, da una forza cui non può resistere, sia sempre mosso da un’indignazione o quanto meno da una insoddisfazione nei confronti del mondo in cui è caduto alla nascita. Perciò direi che scrivere per me è “un modo di contestare lo status quo”. Questo non esclude però che sia anche “un mestiere”, che occorre imparare prima di cominciare ad usarlo a scopo di contestazione. Un mestiere bellissimo, ma tutt’altro che facile.

Gianluca Garrapa

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Ezio Sinigaglia, Fifty-fifty – Sant’Aram nel Regno di Marte, Terrarossa edizioni, 2022, collana Sperimentali

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