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Giovanni Bitetto. Sacro niente

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C’è un lavorio sotterraneo in questo nuovo testo di Giovanni Bitetto che rimanda al gesto già presente nel titolo dell’opera prima. Quello stesso scavare, incessante, che qui si compie nelle confessioni degli imploranti, dei devoti, di coloro che nel conforto (e confronto) con una statua di marmo dalle sembianze umane riescono a trarre la pace degli sconfitti.

Niente fantasmi con cui redimersi a questo giro, bensì una scultura di Padre Pio, che dal suo piedistallo scruta i funerali celebrati nella camera ardente della villa in cui è stata depositata. Santo, benedicente, figura onnisciente che nel secondo romanzo dello scrittore barese si fa protagonista, uditore, raccordo immobile di storie che si susseguono nel moto circoscritto di un confessionale protratto a voce bassa.

Un santo, eh? Bell’affare dice lui, nell’osservare impotente quel succedersi di deposizioni ai piedi del suo altarino kitsch. Santo, quindi? Dove risiede dunque il miracolo? Si domandano i bisognosi, provinciali peccatori richiedenti asilo in una terra che di santi ne ha sfornati più delle processioni. Eccolo dunque apparire, il Sacro (rigorosamente maiuscolo), colui che ascolta chiunque, colui che accoglie i volti afflitti tra le sue mani ferite, senza dare giudizi, senza remore, solamente per assolvere, dare conforto nel suo silente assenso, ciò che ci si aspetta da un’icona.

Ci si ritrova quindi nei pressi di una camera che arde e in questo luogo di lutto si avverte un moto di rancore primitivo che si muove oltre le fiamme, è lo sconforto per le empietà compiute, è la rabbia per le ingiustizie subite e tutto ciò contrasta con un cinismo dai tratti amaramente ironici che solo una penna abile quanto quella dell’autore saprebbe trattare con tale garbo: sono le voci degli “addetti ai lavori”: gli autisti, i faccendieri, coloro che trasportano il feretro senza proferir parola eppure vedono, e sanno, ogni cosa. Nelle parole di Bitetto il senso di liberazione dopo aver ammesso il fattaccio non porta con sé la pace sperata, nel mentre l’autista del carro funebre si bea delle salme trasportate dal paese ed è in questo continuo gioco di alternanze tra sacro e profano che il romanzo trova il suo granitico equilibrio.

La prosa fitta, elegante nella forma e uniformata nell’esposizione delle singole voci, rimanda al flusso di coscienza che a sua volta rimanda concettualmente alle striature della materia, alla consistenza del basamento, ad un bisogno di stabilità e conforto.

Che si tratti di un padre afflitto per aver accantonato la voce del figlio in favore della sua figura di politico da paesuccio, di un ragazzo reo di aver ammazzato il cane dello zio dopo un travaglio di ingiustizie, oppure ancora, di un professore di filosofia scagliato in battaglia contro i dogmi del suo mentore, di un autista, di un barbiere, della donna intrufolatasi di soppiatto al funerale del suo amante, o un’anziana signora in cerca della grazia per la nipote maltrattata, poco importa, pare già di riconoscerli tutti: i volti dei peccatori che hanno varcato il limite. Ordinati e composti, senza un nome ma una mansione, ora attendono in fila, sofferenti, fintamente composti, ai piedi della statua feticcio, tutta roccia e coloranti.

Nella giostra dei bistrattati di Bitetto non si salva nessuno, neppure il padrone, colui che del Santo ne sfrutta solo l’aura contando le banconote che si accumulano dopo il rito mentre il figlio, chino sul marmo, rimuove le impronte, lucida la materia e nell’umiltà di quel rituale sembra esser l’unico in grado di biasimarlo, diventando a sua volta confessore.

Il Santo ne è cosciente, di questa materia è fatto e nient’altro. Mero prodotto di una catena di produzione. Moltiplicato, diffuso, scalato nei formati più disparati e distribuito nei luoghi più lontani. Opera di un uomo che, come lui, nelle epoche si è modellato, adattato, evoluto, ha preso coscienza e si è eretto, ha innalzato torri e cattedrali, «ha smesso di camminare con rispetto, ha iniziato a calpestare».

È in questo carillon del supplizio, credenti o meno, che si rischia di accettare anche l’assurdità di una statua senziente, mentre il reo soffre e finge nello spazio di un paragrafo, mentre il figlio sgobba e suda pur sapendo che il suo gesto non sarà sufficiente a riservargli un posto in paradiso, mentre le fasi del lutto si alternano e l’unica sacralità concessa si compie nell’accettazione.

Un romanzo dunque che è una fotografia lucida sullo stato delle cose e che, a mio avviso, si compie nell’unico miracolo possibile: far interrogare padri e figli sulle medesime domande.

Stefano Bonazzi

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Sacro niente

Giovanni Bitetto

Voland

18,00 euro — 256 pagine

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