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Giuliana Facchini anteprima. No borders

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Tornano i quattro giovani protagonisti di Borders, romanzo YA di ambientazione sci-fi, uscito a fine 2022 e vincitore del premio “Rodari” 2022 e del premio “Libro aperto” 2023.

Tocca ora a No borders (Sinnos, pagg.346 €16,00), da oggi in libreria, portare avanti le avventure di Alcott, Dickens, Lindgren e Verne, dei loro amici e dei nemici, e preparare il terreno a un possibile terzo volume.

L’idea è nelle intenzioni dell’autrice, Giulia Facchini. «Fin dall’inizio avevo tutti gli appunti organizzati per continuare a raccontare quel che accade ai protagonisti dopo Borders» ci dice. «E ci sono già appunti per un terzo volume. Certe storie nascono per essere lunghe e corpose».

La saga risulta ambientata in un futuro non molto lontano. Siamo infatti nel 2079, su un globo terracqueo colpito dalla Grande Malattia del 2029 che ha avvelenato i terreni, facendo scomparire piante e frutti e non solo.

Questo è accaduto almeno a Magnolia, megalopoli tecnologicamente avanzatissima in cui gli esseri umani sono in seguito riusciti a debellare malattie e fame grazie a protocolli rigidissimi.

Attorno a essa è sorto un muro che la difende dall’esterno; al di fuori del perimetro, un deserto di cemento fa da coperchio a una terra non più coltivabile.

È Magnolia a essere il vero coprotagonista della saga. I quattro ragazzi che portano i nomi di altrettanti scrittori, hanno vissuto in lei, nella sua baraccopoli, subendo le regole di chi comanda. Lì sono stati accolti dalla quasi centenaria Olmo. Ed è lei ad averli educati nel comprendere e amare sia agricoltura che libri, due cose bandite dallo spazio della megalopoli.

Quando sono stati scoperti, i quattro hanno deciso di fuggire dalla città attraversando lo sterminato deserto di cemento, decisi a trovare il deposito in cui sarebbero raccolti tutti i semi del mondo ubicato su île de Pierre. Vogliono piantarli nel corpo di cemento di Magnolia, cambiandone così il volto, sovvertirne il governo. Insomma, fare una vera e propria rivoluzione preannunciandola con ciclostilati e pamphlet.

In No borders Facchini racconta il ritorno dei nostri a Magnolia, dopo aver trovato il deposito dei semi, dopo aver capito che esistono altre comunità, le quali vivono in maniera diametralmente opposta a Magnolia, persino coltivando e allevando. Una di queste è Parcé, che alcuni dei ragazzi vogliono aiutare.

I cinquanta capitoli attraverso cui si sviluppa No borders raccontano le conseguenze del ritorno nella megalopoli e gettano le premesse per quanto potrebbe avvenire in una prossima terza puntata.

Come in Borders, alcuni dei capitoli sono raccontati in prima persona dalle voci dei protagonisti. In questo modo l’autrice approfondisce il loro pensiero, le loro decisioni.

E sempre sulla scia dell’altro romanzo, anche qui la storia è narrata al presente. Un espediente utile a portare il lettore subito all’interno della storia. Il racconto “in presa diretta” fa sentire ‑ a tratti ‑ come dentro una sceneggiatura già pronta per essere fissata su di un supporto video.

Ma la motivazione dell’uso del presente, potrebbe essere tutt’altra. L’autrice infatti afferma di aver «scelto di provare a far parlare solo la narrazione», a tutti gli effetti «il modo più difficile» nella gestione della materia narrativa.

Restano immutati anche i temi, primo fra tutti la denuncia ambientalista e poi la necessità di creare forti legami amicali e sentimentali per poter portare a compimento una idea. In No borders si fa inoltre più presente il desiderio di cambiamento e la spinta ad attuarlo.

Sopra ogni cosa però si innalza l’enorme potere delle storie, capace da sempre di aprire le porte del futuro per immaginarlo e attuarlo.

Sergio Rotino

 

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Il capannone nella città vecchia è grande, spoglio e freddo. Non ha mai avuto un arredamento consono, ma tutto quello spazio a Lindgren, Alcott, Dickens e Verne non è mai sembrato vuoto. Ci erano state fatte riunioni, giochi e si era certamente riempito di personaggi immaginari.

Ci aveva abitato una civetta e Olmo stessa ripeteva di essere ingombrante.

Ora ospita una specie di tipografia, tale e quale come si sarebbe potuta trovare fino alla prima metà del ventesimo secolo, in parecchie rivoluzioni di idee o cospirazioni partigiane. Nell’aria c’è odore di sudore e d’inchiostro.

Ash ha usato diversi tipi di solvente riuscendo a far tornare utile della vecchia china. Il ragazzo ha comprato una cera, comunemente usata per rendere scorrevoli le cerniere lampo, e adesso la stende su un foglio sintetico leggerissimo per creare la prima matrice.

Il connubio presente-passato funziona e la macchina da scrivere imprime le lettere con chiarezza su quello strato ceroso.

Lindgren e Lara trascrivono l’intero racconto su quattro matrici che agganciate ai rulli inchiostrati del ciclostile riproducono sulla carta decine e decine di copie.

Ovunque sono impilati fogli di carta, bottiglie di liquido nero, residui di cibo, tazze vuote, vecchie maglie di lana ripescate dalle scatole per scaldarsi e ovunque i caratteri scuri del racconto stesi sulla pagina bianca ad asciugare.

Ne stampano fino a che terminano fogli e colore. È tutto materiale introvabile a Magnolia, eccetto, ovviamente, quello ripescato nella discarica.

Ash può trattenersi solo di notte per non far notare la sua assenza; quindi, dopo qualche giorno senza mai riposare, crolla spesso addormentato su uno dei letti per poi scappare via all’alba. Ma l’attività va avanti anche quando lui non c’è.

Ci vuole quasi una settimana per fare il grosso del lavoro. Una settimana nella quale Lindgren e Dickens sanno di non essere passati inosservati nella città vecchia.

Agli abitanti di quella parte della megalopoli e ai tanti occhi che tra i vicoli e le pareti di lamiera avvistano Ash già al secondo passaggio dalla discarica al pannello, non può sfuggire il fatto che il capannone sia di nuovo abitato, anche se clandestinamente.

Magnolia ha messo da parte il pensiero di Olmo e dei suoi figli adottivi, ma nella città vecchia non può succedere. Se l’anziana è sparita, non lo è il suo nome sussurrato nelle baracche più spesso di quanto si dovrebbe: Ah, se ci fosse Olmo! Ci vorrebbe la vecchia Olmo. Oppure: Chissà cosa direbbe Olmo di questo o di quello.

E se la scorbutica Lindgren, il pallido Verne delle stalle, Alcott il sognatore, ma soprattutto il più affascinante Dickens se ne sono andati, è solo per tornare. Lo sanno tutti.

Quindi, appena quelli ricompaiono, nella città vecchia lo capiscono subito anche se, per pudore o per prudenza, nessuno va a bussare alla porta del capannone.

La curiosità di conoscere cosa ci sia alla fine del deserto di cemento cresce e Dickens sa che il suo pubblico lo attende, ma lo lascia spasimare. E solo quando il ciclostile viene richiuso e ai pamphlet manca l’ultimo ritocco, decide che è arrivato il tempo di agire.

«Credo che sia il momento di passare alla seconda fase del nostro piano, Lind», dice alla sorella mentre sono seduti attorno alla tavola con ognuno davanti a sé una copia di quei due fogli piegati a quaderno e il sacchetto dei semi in mezzo.

«Sono d’accordo», risponde quella. Prende un seme e lo incolla alla fine della stampa del racconto. Poi guarda il risultato: «Mi pare perfetto!».

Usa una colla alimentare che adoperava anche Olmo; si scioglie con una lacrima d’acqua e intanto tiene al sicuro e nutre il suo carico prezioso.

«Quale sarebbe la seconda fase? Io voglio uscire», si lamenta Lara.

«Per ora esco solo io».

«Eh no!», salta in piedi l’altra.

«Portatela dietro, Dickens», sibila Lindgren.

«Ecco, sì. E dove andiamo?».

«Lind, io vado a lavarmi. Non posso presentarmi così. Vado alle docce pubbliche vicino allo svuotatoio e dirò ad Ash di portarmi qualche vestito. Poi comincerò a darmi da fare. I fratelli Chiodi, stamattina, hanno infilato un biglietto sotto la porta per chiedere se avessimo bisogno di qualcosa. Loro sentono tutto e ripetono tutto».

Il ragazzo si alza e muove dei passi nel capannone come se lo aiutassero a pensare.

«Questo è il segnale che gli abitanti della città vecchia sono pronti e che i nostri pamphlet possono viaggiare velocemente ovunque. Ogni baracca, catapecchia e stamberga ne avrà una copia nel giro di dodici ore», dice.

Poi Dickens indietreggia e si rivolge a entrambe le ragazze come fosse una prova generale.

«Mi farò aiutare da Roman e Teo, so di poterli convincere a distribuire i pamphlet nelle fabbriche mentre io mi occuperò dei quartieri del centro della megalopoli. C’è una ragazza che si chiama Edna, la conosco bene, e so che dopo aver letto il racconto vorrà distribuirlo ai suoi amici. Lei è molto popolare e dalle sue parti sono affamati di novità. Poi ci sono i circoli sportivi e ricreativi, le sale comuni di ritrovo, i centri per il benessere del corpo: posso arrivare ovunque con i miei amici che fanno le pulizie. Basta avere ragazze e ragazzi nei posti giusti».

Quindi nel concludere mette maggiore enfasi nelle sue parole, le sceglie con cura cercando nella memoria quelle dei racconti della madre: «Leggere sulla carta non è più abituale e rimane un po’ faticoso sulle prime, ma poi la carta porosa e le lettere imperfette, accendono la curiosità; del racconto si discuterà per giorni in famiglia o sul posto di lavoro. E quel piccolo seme incollato sulla pagina diventerà ricercatissimo. È facile nasconderlo, impossibile che te lo trovino e te lo sequestrino. Diventerà una moda averlo, ma ce ne sono solo cinquemila quindi sono preziosi. Dunque: la storia di uno scrittore del passato è il bacio che sveglierà Rosaspina dalla sua vita addormentata. I pamphlet attraverseranno i rovi e Magnolia aprirà gli occhi e comincerà a leggere romanzi e a piantare semi!»

Dickens ha i capelli biondi che gli fremono sulle spalle e gli occhi che immaginano già accadere quello che sta descrivendo. È stanco, sporco, vestito di stracci, eppure è il principe delle fiabe di sempre e fa un inchino.

Lara ride e batte le mani.

Lindgren fissa il fratello che è capace di farla sorridere e piangere insieme, scuote il capo ed esclama: «Sei il solito scemo, Dick!», ma lo sguardo le scivola sulla poltrona che era di Olmo. Ricaccia indietro le lacrime e incolla un seme sul foglio successivo.

Soffia sopra perché asciughi in fretta e, mantenendo il pamphlet aperto, sbircia con soddisfazione il titolo che lei stessa ha impresso sulla matrice: «I sette messaggeri, racconto di Dino Buzzati (1906-1972, Italia, Europa)».

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