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Impressioni di prosa poetica tratte dalle opere di mio cugino Piero Manzoni

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1) L’arcaico svilupparsi di linee innalza la pianura in cui siamo nati. Le geometrie si stemperano sollevate o compresse dal materno dubbio della terra. Ecco il salire verso una fenditura poi il viluppo di onde, di raggi, di antiche energie che portano ad ascoltare i passi sulla collina di carne… su di una breve vita, trapassata da una provocazione pensata e giocata. Dall’oscuro un architrave sfumato apre l’ennesima porta verso un cosmo che aspetta il balzo. Tenda come fiato d’aria, uovo come tenda della ragione, la quale deambula e sparge luce al di sopra e al di sotto di sé. La verticalità annulla il labirinto di poveri elementi assemblati. È un assoluto ancestrale che determina le strutture e il bianco paesaggio. Templi e ancora porte… architravi che generano l’assenza dell’uomo. Un pendolo, o filo a piombo, determina l’equilibrio del rappresentato. Di quel pendolo il segnare tracciati immaginari di un possibile inchiostro chilometrico, a rotoli, a custodie, a biblioteche ormai bruciate. Sta sospeso l’ago della bussola su di una collina decorata dalla mossa parete. Quella collina è anche pagliaio e di nuovo aria e di nuovo abitazione di un popolo che ha come concetto la geometria e come poesia la colata di lava e di zolfo sulla carta. Ora le piante architettoniche fluttuano e si scambiano messaggi in un antico dialetto lombardo poi delle Romagne. È tutta una tensione di orecchi il darsi a questa pittura assente, perché il monte sacro attende la processione dei sacerdoti nucleari. Ma ancora l’uomo, volutamente, manca all’appuntamento. Ogni impressione è lasciata allo scorrere del tempo e della storia. Non mi resta che decifrare quei libri immacolati che mi daranno il codice di entrata. Infine è la scala che domina o sempre il desiderio di verticale fuga dal volgare. La macchia… lo scuro bitume è tagliato da piani: non sono altro che i gradini che ci porteranno a sacrificare la carne per accettare lo spirito e quel donarsi. Lievità, delicatezza, dolcezza il tratto del pennello che suggella il testamento del dopo esplosione alienante. Ognuno di noi lascia una casa edificata e in essa, ognuno di noi, fa accomodare la sua voce originaria. Non urlerò più! Mi sentirai nel bisbiglio delle ore. La liturgia è stata (in questo modo) celebrata.

2)Un’altra civiltà è passata prima di noi. Un’altra civiltà passerà dopo noi. In arte, sempre un fine, poi, di nuovo, l’apertura al domani. Esiste, forse, una possibile crepa che getti lo sguardo oltre le nubi, oltre il blu di Klein, per giungere al bianco universale? Sulla tavola il pane dà sfoggio del suo candore. La bocca è pronta a divorare quei sassi di polvere e acqua. La massa entra nel labirinto e riporta ciò che è mentale alla virtù della materia. Inutile sfidare quel che all’uomo è vietato… anche il coraggio non può nulla nei confronti dell’ergersi della natura gessosa e della tela raggrinzata. In essa dorme il nostro cuore, e di quello dirà alle generazioni future. Si danno profilo i continenti, ma in centro al loro allargarsi è sempre la fenditura che invoglia lo scienziato a dire sul movimento e sulla distanza. Qua e là il blocco abbandona il suo stato millenario per raggiungere il desiderio di tagliarsi, per dirsi partecipi alla celebrazione che fu anche di Fontana. Forse una rosa, forse un prisma, comunque la morbidezza e la geometria, giunto dal cielo l’ordine, vanno a incontrarsi. Morbido e definito, curvo e rettilineo smettono di avere un valore nella solitudine. Solo insieme, l’opera, può dirsi conclusa o conclamata. Il bianco caolino e il nero bitume raggiungono, così, il grigio della prima soluzione. L’aria è sempre più rarefatta. Anche il respiro si ferma a rispetto di questo pur tragico percorso esistenziale. La mano va e carezza ciò che a terra giace, mentre scruta ciò che a parete assume riflesso e staticità immacolata. Ho dentro di me e non in spalla il fulgore del trascorrere di tutte le epoche. L’essere il tabernacolo dell’opera nonché l’essere il custode di un azzerare non può aumentare i giorni del nostro stare, della nostra venuta e del nostro andare. Bacio dove la possibilità viene ancora rappresentata e abbraccio l’idea di un mondo in cui solo le parole che viaggiano nel vento e il silenzio che domina la lapide possono dirsi padroni dello sterco inscatolato. Non possiedo più nulla, quel che avevo è stato donato e ora sono nudo, come quando uscii dal ventre di mia madre e come quando giacerò al di là della pietra che mi darà un nome, un cognome e una data. Su di essa la scritta: “ L’uomo è sparito, non rimane che il suo fare”. Metafisico l’inganno? Di certo, salita la scala, oltrepassata la porta, l’ombra di ciò che fu fisico non può essere che risultanza. Tutto c’è e tutto viene cancellato. Non bisogna mai illudersi di poter superare la forma che la bocca proietta nello spazio siderale. Insegui solo la parola, e, sangue mio, lasciati andare.

 

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