Nostra signora della voce

Home / Quella voce fuori dal coro / Nostra signora della voce

Fu la grande peste del 1348, che infuriò in tutta Europa e che rese la morte un fenomeno familiare, a dare l’avvio a un tema iconografico come La danza macabra. Quale corona a tale rappresentazione ecco riapparire nel lessico medioevale il Memento mori (letteralmente: Ricordati che devi morire) che traeva origine da una particolare usanza tipica della Roma Imperiale. Quando un generale rientrava nella città dopo un trionfo bellico e, sfilando nelle strade raccoglieva gli onori che gli venivano tributati dalla folla, correva il rischio di essere sopraffatto dalla superbia e dalle smanie di grandezza. Per evitare che ciò accadesse, un servo dei più umili veniva incaricato di ricordare all’autore dell’impresa, tramite quel motto, la sua natura umana.

Ispirandomi agli affreschi del XV sec. presenti nell’Oratorio dei Disciplini di Clusone, in val Seriana, in provincia di Bergamo, là dove la mia famiglia, nell’antichità, ha avuto origine, ho dato vita a questo insieme poetico in cui il tema della morte recupera la sua dimensione grottesca. Nel registro mediano di quelle preziose pitture murali bergamasche domina La danza macabra. Gli scheletri ballano con personaggi di vario rango tra cui una donna con uno specchio, simbolo della vanità, un membro della Confraternita dei Disciplini, con l’abito della regola e il flagello, un contadino, un oste, un soldato, un mercante, con la sacca dei soldi, un uomo di lettere, un magistrato.

Come si è detto il soggetto di quei dipinti ha la funzione di Memento mori e, rispetto a rappresentazioni maggiormente apocalittiche e cupe diffuse in quell’epoca, esprime una visione più individualistica della morte e talvolta anche una certa ironia nei confronti delle gerarchie sociali d’allora. (GRM)

 
1] “Carezzami la nuca
e cerca, in essa,
l’essenza utile per ammaliarla.”
Di solito appare in un angolo del soffitto
oppure dentro al camino
quando la fiamma lambisce i segni
che danno profilo a un’immagine.
Le dita frugano la carne
dei nervi fanno una trama
ché la sua voce si leghi al corpo
come il pescespada
affronta lo sperone della nave.
 
2] Spesso ho visto donne scendere
dal piano di sopra
portare frutta e pane
per poi chiederti in cambio l’anima.
La signora non fa doni
se non quello di sussurrarti come ti chiami.
Tua madre e tuo padre ti hanno dato un nome
mentre il cordone veniva tagliato.
È sempre di un rasoio che infine parliamo
leggero o forte, ma mai traumatico.
Ecco, ora la signora cammina sul tavolo,
danza e poi cammina, e danza ancora,
come in un affresco medioevale.
Lei suona il violino, come fa anche il diavolo,
o a volte la tromba, o anche due mandibole
di somaro.
 
3] “Cerca in me quel che hai in te!”
… questo è l’ordine che sventola
davanti alle schiere di un esercito d’amanti.
Puoi giocartela con lei, oppure
cingerti in amplesso
bisbigliandole all’orecchio come gli antichi
le sacrificavano galletti e rane.
Io le parlo in latino, poi in greco, poi in ebraico.
Dipingo la pelle dei miei figli
a volte la incido
così che accettino quella donna scheletrica
che penzola dal lampadario.
 
4] “Con la Bibbia cuciti un vestito
poi di quelle pergamene fatti una giacca,
indossa a giorni l’Esodo e a mesi
il Cantico dei Cantici
ma non leggerti addosso
fai leggere gli altri!”
Mia zia stendeva le carte
erano per la signora
ché lei, avesse una parvenza d’umano.
Fare le carte alla morte
è prerogativa di chi, con la morte,
ha stretto un patto.
C’era un pittore che “scriveva” non quadri
ma rivelazioni arcane.
Il mistero dell’arte sta nel tracciare una linea
per poi leggerne il significato.
Un tempo lo chiamavano l’uomo dell’affetto,
in altri paesi era l’ambulante con la scimmia in spalla,
a Napoli era chi guidava il carro coi pennacchi neri
e i cavalli in pompa magna.
Ora egli è il malnato, che con la signora
vuole copulare.
 
5] Alla signora piacciono i concertini
mentre le nuvole affondano le campagne.
Falcia e rifalcia e rifalcia,
lei saltella col suo passo asmatico
da putrida baldracca di Romagna.
Le nebbie della mia terra,
quei canali,
i pioppi, le golene del fiume Eridano
sono i luoghi delle sue vacanze.
Una notte la vedemmo passare su di un ponte,
al tramonto era su di un albero di marasche,
l’alba del massacro entrò nella Bastiglia
assoldata dal popolo, per prendere la vita
di scagnozzi e tiranni.
6] “Calmati – mi soffiava – dormi bambino mio
non è tutto freddo ciò che appare bianco e levigato.”
La signora mi porgeva le mammelle vizze,
pretendeva che le succhiassi
e che raggiungessi l’orgasmo
appeso ai quei sacchi vani.
Di lei si disse che cuciva le vele ai pirati
poi, che macabra, fischiasse ai marinai…
di lei si disse, ma mai nessuno è tornato
per raccontarlo.
7] È più morte la vecchiaia della morte
sosteneva Alessandro Magno.
Scocco la freccia poi rompo l’arco.
“Quanto sangue si versa in una vita
per rifare il tetto alla casa?”
Pum, pum, pum pum pum…
Oscar suona il tamburo e non vuole più crescere.
Quando prendo da dietro la mia donna
il mare si spalanca e io, Mosè,
porto le mie schiere oltre i monti,
in quelle terre che mi furono donate.
La signora, a volte,
si arrampica sul palo della cuccagna
e raccoglie salami, prosciutti, formaggi e crani.
È la festa della settima porta
quella che non ha inizio né fine
e neppure sostanza.
Sì, ve lo posso giurare,
l’hanno vista anche a Varsavia… là,
come fanciulla strappata al destino,
vendeva fiori ai passanti.
Quanta bellezza nel disegnare croci
e nel compilare liste di finti preti e bancari
pronti a dirsi onesti, per poi, davanti a lei,
piangere e tremare.
8] Quando la mia donna mi monta
come una cavalla bretone
io mi allargo
e prendo il suo cuore, lo succhio,
poi lo do ai cani.
Cibarsi di un’apocalisse
è come spargere il seme
su di un campo di papaveri.
Il pittore scrive e descrive
ma l’uomo che ha la gobba sulle spalle
si tocca i testicoli
e non lo incita affatto (perché vada avanti).
A Londra, la signora, arrivò su di una barca.
Quel giorno aveva il collo da struzzo
e code di volpi con gioielli attaccati.
A lei si diedero in pegno le chitarre
ma il respiro divenne corto
per le 100 sigarette fumate.
L’associazione d’immagini e parole
non ne può descrive la caparbia tenacia.
Lei va, poi torna, poi va.
Pum, pum, pum pum pum…
così il tamburo di Oscar
mai smette di rullare.
 
9] Partii come un razzo verso il cosmo.
Ero un fuoco d’artificio confezionato dai gialli.
“Che splendore frammentarsi in mille cascate di luce!”
Ma la festa della signora non dà tregua,
non si può riflettere su quello che si è stati.
Quando presi la mia donna da sopra
la voce divenne il nostro sudore e lo strazio.
Un figlio al figlio al figlio non può che vincerla
in un singulto che consola noi virus umani.
Il falegname ballava un tip-tap
assieme a un cadavere… (o forse a Lazzaro?)
Non so se fosse lui il ballerino nero,
oppure se fosse lui che aveva inchiodato
i tacchi delle scarpe.
La voce non può che uscire dalle mani
quindi giunge ai piedi
per farli muovere al ritmo di una suonata
della Louisiana .
Nei crocicchi dimora l’angelo caduto,
e con lui scendi a patti,
invece la signora ti aspetta nei bordelli,
in essi ti fa entrare,
ti fa scegliere la più esperta,
te la fa toccare,
con lei sali in camera e
alla vista della natura
non puoi che cedere al collasso.
Dormo, sogno e dormo,
il mio pene vorrebbe batterla,
ma la tenutaria del lupanare (scaltra)
ti fa pagare in anticipo
così non la puoi fregare.
 
10] “Che pelle liscia, che curve, che seno hai
amore mio!”
Questa è l’antica ballata della carne e dello sfascio.
L’opera ti porta avanti e paga la morte senza denaro.
Cresce nella sua vergogna, ma anche
nel suo stendere il braccio verso un guadagno.
“ Che sia nella superbia l’unica risposta che la signora
decide di accettare?”
A Messico City la videro camminare sul filo,
acrobata di un circo che si chiama:
Del Campo Santo.
Sulle tombe il piccolo minatore cieco si masturbava.
Un giorno lo presero le guardie
e la sua eccitazione divenne
la stanza di una clinica per visionari.
 
11] Scrivere o dipingere di ciò che sarà
mette in congiunzione il regno dei vivi
col regno di chi è stato.
“ Mia nonna esorcizzava il pianto
tirando fuori dalla sabbia tutti gli asparagi
che l’anno prima aveva seminato.”
Il ripetersi di un gesto, di un canto, di una prassi
concede una proroga al comprendersi mortali.
Monto su di un asino egiziano,
passo a fianco delle oasi, vado oltre il deserto
e là trovo il mio sapere infranto.
Il sonno, la veglia e il sonno,
quando lei mi presenterà il conto
cosa mi darà di rimando una volta pagato?
Ho scoperto l’America, ho violato il mio satellite,
salto i fossi e accendo la lampada
ma da sempre mi domando: chi sarà colui
che si ricorderà di me
tramite una semplice foto, su di una lapide?
 
12] Quando la signora mi succhia l’energia rimasta
gli angeli scendono dal piano di sopra, non bussano,
entrano di prepotenza, si gettano fra noi,
e, da entrambi, pretendono di essere saziati.
“Che sia inutile dimenarsi
o cercare una distrazione casta?”
Volo, lei vola, noi voliamo
ben saldi sulla groppa di un talismano.
Di nuovo la x e la y… l’alpha e l’omega
scolpite all’interno di un cappello da sacrestano.
Quanti pensieri, quante riflessioni, quanti filosofi
per chiamare “la dea non dio” prima del pasto.
La signora è voce, è rombo di tuono, è respiro
su di uno spartito che fluttua, nel vento del rimpianto.
 
13 ] Sia sempre con noi la voce piena d’accordo,
l’albero maestro, il veliero fantasma del predicatore.
Io che ho sfidato la balena di Achab
non posso che negarvi la benedizione.
“Sei forse tu che mi darai risposta?”
Per quanto la possa attendere
la mia corteccia si piegherà nell’ustione.
Non ho paura. Lei non ha paura. Finalmente
l’amplesso è raggiunto e il domani
sarà una rosa avvinghiata alle nostre gambe.
A Palermo mangiammo assieme
e lei spazzò via tutte le mie mogli e le rivali
per dirsi madre di ogni vanità e di un bastardo…
ma sempre in un altrove astratto
e (aggiungerei) più che amorale.
Nulla del nulla del nulla avrà uno scopo.
Forse l’amo per questo…
come un pescatore siciliano
può amare la camera della morte
in cui arpiona il tonno più anziano.
“Sai di cosa sto parlando?
Hai inteso quale sia l’unica ragione del lutto?
Ti sei mai chiesto chi io sia e chi lei fosse
nel giardino dell’Eden o nella grotta di Bomarzo?”
La risposta sta nel tuo labbro inferiore,
in uno sguardo fugace, dietro la spalla destra,
sempre quando il cavaliere va solo
e può sguainare la spada e chiamarsi
principe della notte, o pirata
oppure santo.
14] La morte non è altro che una gran puttana.
Non vorresti cederle, ma ti prende
con promesse e inganni.
In effetti l’andare con lei
è come decidere per la verità più semplice:
quella naturale.
Complicarsi la vita con domande
non fa che aumentare il danno
e caricarsi d’inutili gravami.
Per comunicare con la signora
bastano 7 parole e una domanda:
“Nella tariffa sono compresi
anche gli asciugamani?”
 
15] La voce della signora è una fra le tante,
ma la cerco, per tirare coriandoli e castagne.
“Ti sei accorto che spesso non piangiamo gli amici
per il merito che li ha accompagnati,
ma per in nostro bisogno e per la buona opinione
che avevano del nostro animo?”
La sua voce si alza egoista, come se il carnevale
durasse tutto l’anno.
Passategli i dolci di marzapane e la cassata
ché non dica che la veglia
non sia stata consumata.
Una sera d’inverno
la scorgemmo camminare sull’argine;
un pomeriggio d’estate fu lei, con la corrente,
a portar via il figlio dell’ortolano
e la sua morosa, mentre stavano a fare il bagno.
La voce della signora li aveva incantati
e quei corpi, poi furono ritrovati
arenati sulla spiaggia, con l’anello da sposi
cucito ai loro nasi.
 
16] Spesso parlo con la sua voce,
a volte richiamo a noi chi ci ha lasciato.
Il prodigio dei colombi si avvera due volte l’anno:
quando depongono le uova e quando
beccano il grano, disputandoselo
con le gazze.
Mi dicono uomo d’incantamenti,
raccolgo erbe, le faccio macerare con l’alcool.
La signora mi gira al largo… a non meno
di 50 passi, perché io so come tenerla lontana…
io so come negarle il bacio.
Mai ho ceduto al suo desiderio d’amore,
mai mi sono commosso per la solitudine
che rende grigio il suo manto,
conosco chi è, e quale il suo destino
da toccare con le mani il fuoco
e da lavarle col ghiaccio.
Lei narra che la vita è letame,
ma non ci casco, curo i miei colombi
e ammaestro le gazze, ché mi portino
la luce degli astri
e quel domani.
 
17] Con la morte non puoi che fottere,
non ti concedi… e non ti concede altro.
Beato San Francesco che la volle sorella
e amata.
Beato lui, e quel suo esorcismo
così alto.
Sputava amaro Gavino il sardo:
Sa consientia est qu’et i su cori-cori,
quie lu timet et quie non. ..
La coscienza è come il solletico,
c’è chi lo teme e chi no.
Mai congiungerti alla morte
col senso di colpa in petto,
lei ne approfitterà
per godere in solitaria
lasciandoti alla masturbazione
dell’incompleto…
dell’impotente…
di chi non ha altro che testa
e del corpo si dimentica
come della bara.
18] Lei parla, e parla ancora,
senza dire niente.
O forse non dice,
e tu t’inventi la sua voce
per non sentirti solo.
Perché morire in silenzio è atroce.
Infatti crepare senza Verbo
è come nascere senza religione.
A parlà de cül e de mèrda l’anima la se consèrva…
sì, a scherzare di culo e merda si mantiene lo spirito
e il dire del popolo culla ogni fine e l’incerto.
“La vera solitudine è in un luogo
che esiste per sé e che per noi
non ha traccia né suono;
dove estranei siamo,
come a volte
in questo mondo.”
 
19] Che sia la vita già morte
e la morte vita?
Quello di Salerno, che era soldato con me,
diceva ridendo:
O puorco miettence ‘a sciassa, sempe ‘a coda ‘nce pare…
anche se fai indossare al maiale un abito
la coda si vedrà sempre sbucare.
Nulla può sembrare altro,
neppure la morte, comunque la vesti,
o la immagini, per liberartene
o conquistarla.