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Jean-Claude Van Rijckeghem anteprima. Testa di ferro

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Cambiare identità, travestirsi così sembrare qualcun altro, così da essere qualcun altro, e farlo per una ragione che guida i propositi del personaggio lungo il corso della narrazione.

La narrativa ha sempre frequentato questo topos. Lo potremmo definire a ragion veduta un suo elemento cardine. Grazie a esso ci si spinge verso l’avventura, verso un doppio mondo inesplorato: quello delle ragioni della storia e quello delle ragioni del personaggio.

Forse ai giorni nostri risulta un modo di raccontare scontato, visto la nostra immersione in quello che indichiamo come gender fluid.

Fa però piacere che lo scrittore belga Jean-Claude van Rijckenghem abbia usato travestitismo e trasformismo come elementi centrali del suo Testa di ferro (pagg. 448, € 18,90), romanzo YA di ambientazione storica pubblicato in Italia dalla casa editrice Camelozampa.

Da oggi in libreria per la traduzione di Olga Amagliani, Testa di ferro è ambientato nel 1808 e combina fra loro romanzo di avventura, romanzo di formazione ed esplorazione della non conformità di genere.

Prendendo come sfondo le vicende europee di inizio Ottocento che insanguinano il continente van Rijckenghem scrive una storia imperniata su Constance Host, una ragazza appena diciottenne che sente la sua cittadina, Gand, starle stretta per vari motivi legati alle regole sociali.

Una prigione, quella delle regole sociali, cui fa resistenza opponendo prima un carattere “non conforme”, poi attuando la fuga.

Questa è l’unica modalità che le permette di realizzare se stessa sovvertendo completamente il dettato che le si impone come donna: andare sposa, fare dei figli, restare in casa.

La netta differenza di Testa di ferro con altre storie che percorrono strade similari è data dalla scrittura.

Quella di Van Rijckeghem è al contempo scorrevolissima e crudele, capace di passare da momenti altamente tragici ad altri più lievi, quasi comici.

Una scrittura che non sembra tanto vicina a quanto crediamo debba essere quella per futuri esseri umani adulti, eppure lo è. Per essenzialità e onestà di visione.

Non concede sconti, non edulcora, offre un retrogusto dickensiano nel tratteggio dei personaggi e nell’uso dei dialoghi capace di far lievitare gli avvenimenti, di rendere concretamente rilevanti il carattere e le decisioni prese da ogni attore del racconto.

Un esempio fra i tanti la si trova verso la fine del romanzo, quando l’autore mette in scena quello che dovrebbe essere l’ospedale da campo non risparmiando nulla dell’orrore di quella situazione, mai esondando nei territori gratuiti del gore.

Detto questo, è Constance (da tutti chiamata Stans) la vera protagonista del romanzo, anche se la sua voce si alterna abbastanza equamente nei trentatré capitoli di cui è composto il romanzo con quella del coprotagonista, il fratello quattordicenne Pier.

Resta il fatto che Testa di ferro è essenzialmente Stans. Per varie ragioni che potremmo dire concatenate.

Prima di tutto è lei che, fuggendo dal matrimonio con lo strozzino Lieven Goeminne, deciso da suo padre finito in bancarotta, muove la storia rende la storia meno statica. Sempre lei, fuggendo travestita da uomo e andando ad arruolarsi sotto falso nome nell’esercito napoleonico, le imprime una svolta inusitata.

Stans infatti diventa un fante della quattordicesima armata napoleonica, uno fra tanti: perfettamente mimetizzato nell’ammasso di carne da cannone che è la truppa dei soldati semplici.

Lo fa prendendo a prestito vestiti e identità di Binus Serlippens, un ragazzo suo amico oltre che il vero coscritto. Lo salva da una esperienza che lo avrebbe annientato e diventa uomo. Cambia la sua identità salvando lui e dando una chance a se stessa. La più assurda, ma forse l’unica possibile a far venire fuori quanto ha dentro di sé permettendogli di realizzarsi.

Il lettore vedrà i mutamenti avvicendarsi in Stans durante l’anno passato dalla ragazza a guerreggiare fra Belgio, Francia e Germania. Anno che sarà pieno di colpi di scena, di guerre, di innamoramenti.

Se non ci fosse lei, non ci sarebbe storia né tema, non ci sarebbe romanzo.

Altra ragione la troviamo proprio in “testa di ferro”, che è come Stans viene chiamata da un certo punto in avanti. Si tratta di un soprannome, acquisito dopo un duello alla pistola in cui viene ferita alla testa.

È lui che sancisce definitivamente il carattere indomito del personaggio, la sua volontà all’autodeterminazione. In buona parte è lui che detta l’ingresso definitivo della protagonista nel mondo degli uomini. I suoi commilitoni, affibbiandole questo nomignolo, portano Stans a essere definitivamente uno di loro. Anche quando scopriranno di avere una giovane donna nella truppa, questo non cambierà nulla nel loro atteggiamento.

Pier, il fratello minore, è invece lo specchio di Stans.

Dove lei arrischia, si mostra impetuosa, lui è timido, impacciato, irrisolto. Quando la famiglia cade in disgrazia per la fuga della sorella, il suo unico desiderio è confessare che gli manca lo studio. Vorrebbe che la sua famiglia riprendesse ad avere l’agio di cui godeva in precedenza per studiare. Tutto il resto è per lui fonte di sofferenza. Così, per riavere indietro la sua vita, accetta la proposta fatta da Goeminne di andare fuori nel mondo alla ricerca di Stans e riportarla a casa.

Personaggio quanto mai dickensiano, Pier viene gettato fuori da ogni certezza malgrado se medesimo. Ma questo non gli farà che bene, perché quella certa grettezza che si può leggere in lui si trasformerà in una espansione continua della propria coscienza, del conoscere se stesso e il valore degli affetti.

In effetti, sia Stans che Pier maturano lungo l’arco della storia, si trasformano, “si fanno uomini” entrambi. Passano lentamente da un sentimento di disprezzo reciproco al rispetto e alla stima che li dichiara fratelli.

La loro evoluzione si percepisce anche attraverso l’espediente usato da Van Rijckeghem di farli parlare direttamente.

Nel romanzo abbiamo perciò  due narratori che di capitolo in capitolo si passano il testimone, prendendo alternativamente la parola: Stans e Pier. Tutto fa capo al loro punto di vista, alla loro esperienza “sul campo”.

In questo modo Testa di ferro apre ancora di più la focale sul carattere dei personaggi, su quello che li trasforma e li rende più umani.

Al di là del fondale storico su cui si appoggia la vicenda, Testa di ferro risulta essere alla fine un romanzo sulle relazioni, quelle familiari e quelle amicali, e sulla necessità di capire l’altro vedendolo come fosse parte di noi. Un vecchio adagio, valido ancor di più nel nostro odierno quotidiano.

Sergio Rotino

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Alcuni ragazzi fanno la pipì contro un muretto. Io me la tengo.

Per me, fare la pipì è un problema. Nelle soste a metà mattina o nel pomeriggio, quando i gendarmi fumano la pipa, i ragazzi fanno i loro bisogni ai bordi della strada, mentre io vado un po’ più in là e mi accuccio di nascosto dietro qualche cespuglio. Finora nessuno ha detto niente, ma io ho paura di essere scoperta. Ad Arras trovo un soffietto strappato in cima a un mucchio di spazzatura.

Sul soffietto c’è ancora il tubo di legno da dove veniva pompata l’aria. Quella sera, servendomi del tubo del soffietto, riesco a fare pipì in piedi contro un albero. Sogghigno come un diavolo in un convento di giovani suore. Non riesco a levarmelo dalla faccia, quel sorriso. Intingo il mio pezzo di pane nella minestra di ortiche e castagne e scoppio di contentezza. Uno dei miei compagni di viaggio mi chiede perché sono tanto allegra. Non posso certo dirgli che sono fiera di me stessa perché ho pisciato contro un albero con un pisello di legno, così rispondo che non vedo l’ora di vedere Parigi. Non dicono tutti che Parigi è il centro del mondo? Non ospita i ponti più grandiosi, i negozi più belli e delle case alte come cattedrali? I miei compagni di viaggio scrollano le spalle. A loro non interessa neanche un po’ vedere Parigi. Sentono la mancanza dei loro maiali, del sanguinaccio e delle cipolle fritte.

«Io sono già stato a Parigi» dice all’improvviso De Soudan il Taciturno.

«E? Ti è piaciuta?» chiedo.

L’innamorato della Veldstraat fa spallucce.

«Ci sono belle ragazze?» chiede il cordaio con le vesciche ai piedi.

«Bah, sì» risponde De Soudan senza entusiasmo. «Portano i capelli corti, sono magre e vanno in giro con il collo e le spalle scoperti, spruzzati di farina per farli sembrare più bianchi. E si tingono le labbra e le guance di rosso».

«Perché?» chiede il cordaio.

«Be’, l’Imperatore espone nel suo museo dipinti e statue italiani. E le donne di Parigi vogliono avere l’aspetto delle antiche Romane. Ecco perché si colorano la bocca e le guance di rosso. Si mettono perfino degli abiti lunghi, con un nastro stretto intorno alla vita, e dei sandali ai piedi».

De Soudan taglia un altro pezzo della sua salsiccia e se lo mette in bocca. Noi proviamo a immaginarci le donne di Parigi.

«Cosa sono i sandali?» chiede il cordaio.

 

Il pomeriggio del sesto giorno arriviamo in un forte a circa dieci miglia da Parigi.

Il forte è un edificio rettangolare di quattro piani, eppure è troppo piccolo per accogliere tutte le reclute, per cui davanti all’ingresso e ai lati della strada sono state montate file intere di baracche con tetti di vimini e paglia.

Ci presentiamo nel cortile del forte, dove due uomini ispezionano i nostri documenti e poi ci spediscono

in una sala dove dobbiamo ritirare l’uniforme. Nella sala sono appese bandiere che devono essere sopravvissute a più di una battaglia, perché sono piene di strappi e fori di proiettile.

Un soldato dai capelli grigi mi squadra da capo a piedi. Non ha più il braccio sinistro, deve averlo lasciato in battaglia. L’uomo grida ai suoi colleghi che gli si è presentato davanti un altro moccioso,

al che i suoi compagni, tutti soldati di una certa età che distribuiscono uniformi da un lungo tavolo,

mi guardano e sghignazzano.

«Questo è davvero un poppante» dice un uomo con una benda sull’occhio.

Io non rido insieme a loro. Non ho marciato duecento miglia per farmi prendere in giro.

«Attento a non spezzarti un polso la prima volta che spari con il moschetto» dice l’uomo, e sbatte sul tavolo un pacco di vestiti. Due paia di pantaloni, una giacca, un paio di camicie, cinture e ghette.

«Certo, signore» dico.

«Caporale!» sbraita lui. «E ricordati che la giacca dell’uniforme non va lavata, non deve assolutamente perdere colore. Puoi spazzolare l’uniforme, e togliere le macchie con un po’ di tabacco. I pantaloni, la camicia e i finimenti li puoi immergere in acqua saponata con un po’ di gesso».

Aggiunge uno sciaccò e due paia di scarpe.

«Ho tre misure di scarpe, e questa è la più piccola» spiega.

Io annuisco e vorrei dire che mio padre, ai suoi tempi, faceva scarpe di molte più misure, ma mi rendo conto che mi conviene tenere la bocca chiusa.

Non oso quasi toccare lo sciaccò. Il copricapo di feltro e pelle assomiglia al tubo di una stufa con davanti una visiera. È un affare alto e rigido, e ha una targhetta con il numero quattordici. Una nappa rossa in cima dà il tocco di grazia.

Il Caporale Braccio Sinistro mi avvolge il polso con il pollice e l’indice, scrollando la testa.

«Se tu hai vent’anni, l’Imperatore è mio zio» dice.

«Se l’Imperatore è vostro zio» rispondo «non siete di certo il suo nipote preferito».

I suoi compagni scoppiano a ridere, ma il Caporale Braccio Sinistro non è divertito.

«Cosa ci fai ancora qui?» grida. «Va’ a cambiarti».

Io mi volto, ma non sono preparata per lo spettacolo che mi trovo davanti. Tutti i miei compagni di viaggio si stanno spogliando. Sono circondata da uomini nudi. Il vecchio caporale ripete l’ordine «Va’ a cambiarti!» indicando i suoi bottoni come se io non capissi il francese.

«Certo, signore» dico, e mi trovo davanti Jefke De Soudan. Si sta togliendo i pantaloni bianchi che ha appena provato.

«Questi pantaloni mi vanno stretti» si lamenta, e torna mezzo nudo verso il tavolo, con il suo aristocratico batacchio che ondeggia allegramente di qua e di là. Io abbasso gli occhi e mi sento arrossire. Esco dalla sala e cerco febbrilmente un posto per cambiarmi. Un posto libero da sguardi maschili. Solo che nel forte ci sono più soldati che formiche su una zuccheriera. Ovunque tintinnano le sciabole appese alle cinture o gli speroni sugli stivali. Poi vedo una scala di pietra che conduce alle cantine e mi ci infilo. In questa cantina è buio pesto e l’unico rumore è il ticchettio di qualche goccia d’acqua. Mi spoglio. Indosso i pantaloni dell’infanteria, ma non mi vanno bene.

Maledizione, penso, mi tocca pure andare a cambiarli. Poi però mi accorgo che ho messo i pantaloni al contrario. Scoppio a ridere. Mi infilo i pantaloni nel modo giusto e spingo un calzino nel punto dove un uomo ha il suo coso. Ispeziono il pezzo di stoffa che mi avvolge il seno e gli dico di stare al suo posto. Mi metto la giacchetta e vedo che i bottoni sono a destra dell’occhiello invece che a sinistra. Chiudo la giacca.

Risalgo le scale in uniforme. Quando sono di nuovo alla luce, guardo il mio panciotto blu scuro con i risvolti bianchi. Gli occhielli sono bordati di giallo. I miei pantaloni sono bianchi e le ghette che mi arrivano fin sopra il ginocchio sono nere. E guarda che spalline: sono di un rosso fiammante. Uno specchio, grida una voce nella mia testa, date uno specchio a questo bel fante. Ovviamente, però, non ci sono specchi. Non ho modo di ammirarmi. Mi metto lo sciaccò stringendo la cinghietta sotto il mento. Guardami, esclama la voce nella mia testa, sono nell’esercito dell’Imperatore.

Jefke De Soudan sta trafficando con la cintura.

«E? Come mi sta?» gli chiedo. Devo trattenermi per non fare una piroetta davanti a lui.

«Sì» dice senza guardarmi. Mi chiede di aiutarlo un attimo con la bandoliera, perché non sa bene come si incrocia sul petto. Lo aiuto. Dalla cintura penzola una cartucciera e c’è un passante con una sciabola.

Borbotta un breve ringraziamento

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