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Johnny Cash anteprima. L’autobiografia

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Arriva oggi nelle librerie L’autobiografia di Johnny Cash, pubblicata da Baldini+Castoldi con la traduzione di Eleonora Aspesi. Uno dei più grandi interpreti della musica e della canzone americana, entrato nella storia anche per aver venduto oltre novanta milioni di dischi durante la sua carriera e scomparso ormai venti anni fa, in questo libro racconta la sua vita: dagli anni della gioventù in Arkansas all’affermazione come una delle più luminose superstar. Dalla Nashiville capitale del country alla lotta contro la dipendenza da anfetamine, fino all’incontro con la futura moglie June. Tra grandi concerti e trionfi, momenti di solitudine e cadute vertiginose, il racconto autobiografico del Man in Black del country si dipana attraverso tutte le tappe fondamentali della vita di Cash ma, allo stesso tempo, diventa anche una straordinaria narrazione dell’America che così bene aveva saputo trasporre nelle sue canzoni.

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Ho una casa che mi porta ovunque voglio andare, confortevole e accogliente come un nido, che mi permette di addormentarmi tra le montagne e risvegliarmi nel bel mezzo della pianura: se non l’aveste capito, sto parlando del mio autobus. Amo viaggiarci. Ce l’ho da molti anni, ed è diventato sempre più comodo, forse grazie a tutte le cose che nel tempo ci abbiamo aggiunto. È un mezzo affidabile e sicuro. In ben diciassette anni di onorato servizio, a parte una sostituzione del motore, non ci ha mai dato problemi, e ci ha condotti in lungo e in largo tra Stati Uniti e Canada senza mai lasciarci a piedi. Lo abbiamo ribattezzato Unità Uno. Lo considero una vera e propria casa. Quando sono costretto a prendere un aereo, la vista del mio vecchio MCI nero che mi aspetta appena fuori dall’aeroporto mi sembra un miraggio.

Per me è sinonimo di sicurezza, famiglia, solitudine. È il bozzolo in cui mi rinchiudo per ritrovare la pace. Ho il mio posto preciso a bordo, più o meno a metà, la zona migliore. Mi piace starmene seduto a leggere il giornale o un libro su una panca del tavolo, che assomiglia a uno di quei tavolini da diner americano. Io e June siamo lettori voraci, ci piace leggere generi diversi, dalla Bibbia ai romanzi pulp. Quando ho sonno, la zona si trasforma facilmente in un letto, e tutti i comfort sono a portata di mano: bagno, frigorifero, cucina, macchina del caffè, impianto stereo e video e poltrone per il resto del gruppo. Le tende ai finestrini mi permettono di tagliarmi fuori dal mondo o di guardarlo scorrere via veloce al nostro passaggio. Un acchiappasogni indiano e una croce di Santa Brigida mi proteggono dai pericoli che non posso prevedere. I ritmi della vita in strada sono così scontati da essere familiari. È da quarant’anni che sono in tour, e se volete sapere cos’è cambiato secondo me in questi anni sarò sincero. L’unica differenza è che nel 1957 c’era molta meno scelta nei menù dei fast food. Per il resto le cose non sono cambiate molto.

Giusto per darvi un’idea di quali siano le cose importanti quando si è costantemente «on the road». Puoi viaggiare con mezzi sempre più comodi e veloci (se riesci a vendere un buon numero di biglietti per i tuoi concerti), ma le domande di base che scandiscono il viaggio sono sempre le solite: «Dove siamo? Chi ha finito il cibo? Dov’è che suoniamo stasera? Quanto manca alla prossima tappa?» Mi diverte pensare che ancora oggi i giovani musicisti scoprano cosa voglia dire tutto questo, come un rito di iniziazione che in realtà, se tutto va bene, farà parte della loro vita almeno per una bella fetta del XXI secolo. Sono stato in tour così a lungo, in questi anni, che posso svegliarmi all’improvviso mentre siamo in giro per gli Stati Uniti, e mi basta uno sguardo dal finestrino per riuscire a indicare sulla cartina dove siamo esattamente, con giusto un margine d’errore di otto chilometri. Qualcuno mi ha detto che ho un talento per queste cose, un po’ come per il fatto che mi basta ascoltare una sola volta una canzone per ricordarla a memoria, anche se nel frattempo sono passati venti o trent’anni. Non credo che si possa chiamare talento, sono solo anni e anni di esperienza sulle spalle.

Come dice I’ve Been Everywhere, una delle mie canzoni, sono stato ovunque, e non una volta sola. Oggi siamo in Oregon, ci allontaniamo da Portland verso sud, attraversando boschi verdi e carichi di nebbia in direzione delle colline e delle ampie vallate del Nord della California. Oggi ho la mente altrove.

Non riesco a capire cosa non funziona tra me e la band quando suoniamo dal vivo Rusty Cage, la canzone dei Soundgarden che ho inciso per l’album «Unchained», un brano che in un certo senso riassume la storia della mia vita. Mi è venuto in mente Pete Barnhill, un amico di quando avevo tredici anni. Pete viveva a circa cinque chilometri da casa mia, vicino al fosso dove ero andato a pescare il giorno in cui mio fratello Jack si era fatto male. Aveva una chitarra, una vecchia Gibson acustica. Soffriva di quella che allora veniva chiamata paralisi infantile, e che adesso chiamiamo poliomielite, che lo aveva reso zoppo e gli aveva causato una parziale atrofia del braccio destro.

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