L’Ilva di Mellone

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Aveva tredici anni, Angelo Mellone, quando rimase orfano di padre – il padre era un dirigente dell’Italsider di Taranto, e si ammalò di leucemia. Oggi Mellone, che è una delle intelligenze più vive e appassionate della cultura italiana di destra, è il massimo difensore dell’Ilva, dei suoi operai, dell’industria dell’acciaio, dell’orgoglio industriale e operaio di Taranto. Eppure, per quella fabbrica e in quella fabbrica, Mellone ha perso il padre, e perdere un padre a tredici anni è una caduta da cui non ci si rialza mai più – al di là delle apparenze. Sono anni che questo scrittore e intellettuale di acuminata intelligenza difende l’Ilva di Taranto, e io mi chiedo perché non la odi, quella fabbrica, visto che quella fabbrica ha portato l’inferno a casa sua e nella sua psiche. La risposta è che Mellone crede ancora nella civiltà del lavoro, nella potenza industriale di un Paese avanzato, nell’emancipazione delle classi popolari attraverso la volontà e il sacrificio. In lui c’è orgoglio e romanticismo, pragmatismo e difesa della tradizione della Taranto moderna. Tra tutti gli scrittori tarantini che conosco – a esclusione del compianto Alessandro Leogrande, la cui voce manca ancora di più proprio in questo passaggio difficile dell’Ilva – Mellone è in assoluto quello che si sta esponendo con più coraggio contro la chiusura, e lo fa quotidianamente, in solitudine, a mani nude, spesso aggredito, poiché a Taranto, e non solo a Taranto, tutti la vogliono chiusa, quella fabbrica, perché non ne possono più di malattie e di morte. Leggo il suo ultimo romanzo, “Fino alla fine”, che sta riscuotendo grande attenzione in ogni dove, e capisco che i tarantini sono profondamente segnati da questa fabbrica, sia nel bene che nel male, e che è parte della loro identità. E mi domando: cosa ne sarà di Taranto se l’Ilva chiuderà? Cosa faranno i circa diecimila operai che vi lavorano? E cosa diventerà l’anima di Taranto senza questa grande fabbrica che ha reso la città pugliese perno cruciale del sistema industriale meridionale, italiano ed europeo? Mellone sa che senza quella fabbrica Taranto vivrà anni, forse decenni, di impoverimento economico e sociale, di sbandamenti, di marginalità. L’Ilva uccide pure, è vero – perché per troppi decenni non si è voluto affrontare il problema della sua contiguità con la città; ma Mellone – che, ripeto, si è visto uccidere il padre proprio in quella fabbrica – sa bene che senza quella fabbrica la città potrebbe morire di un veleno più subdolo ancora, ovvero d’inedia e di disoccupazione. Quando un padre di famiglia non trova lavoro nel fiore dei suoi anni, spesso il veleno che ha in corpo è peggiore dei veleni che escono dagli altiforni dell’Ilva. Forse intellettuali come me e Mellone sono troppo legati alla cultura industriale dell’Ottocento – il grande secolo dell’emancipazione delle classi subalterne occidentali – ma, francamente, come credere a chi offre risposte vaghe e poco concrete a centinaia di migliaia di disoccupati? E allora voglio stare a fianco a questo figlio romantico di Taranto, perché credo anch’io nel lavoro che dà dignità e libertà, credo nell’orgoglio di una città che regge un pezzo di economia del Paese, credo nella tecnologia che rende l’industria meno inquinante. Quando uno scrittore ha la forza di stare da solo contro tutti, allora vuol dire che ha qualcosa di grande che gli brucia dentro e, a prescindere da come la si pensi, bisogna ascoltare le parole che dice, e ammirare “fino alla fine” la sua battaglia. Il fuoco di Mellone sull’Ilva di Taranto è un fuoco grande, una gigantesca resa dei conti con la sua storia personale e con il senso profondo del destino occidentale.