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Matteo Righetto anteprima. La stanza delle mele

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Quello che si propone attraverso la lettura de La stanza delle mele, nuovo splendido romanzo di Matteo Righetto dato alle stampe da Feltrinelli, è – prima di tutto – un saggio di scrittura: la forma perfettamente lavorata, il significante dà magnificamente corpo a una storia definibile come avvincente, termine da prendere in considerazione dal punto di vista del suo etimo più profondo.

La storia costruita da Righetto, infatti, prende le mosse nell’estate del 1954, e ha per protagonista il giovane Giacomo Nef, che vive con i nonni paterni insieme ai due fratelli, sul Col di Lana, nelle Dolomiti. Giacomo, su cui aleggia il sospetto di essere nato da una relazione extraconiugale della madre, è trattato duramente dal nonno, che lo punisce per qualsiasi motivo, rinchiudendolo a chiave nella stanza delle mele, dove trascorre il tempo a sognare ad occhi aperti e a intagliare il legno.

Poi, un giorno, mentre si sta avvicinando uno spaventoso temporale, il nonno lo manda nel Bosch Negher a cercare una roncola lasciata lì durante il lavoro del mattino. Lì, nel bosco, il ragazzo farà un terribile “incontro”, e al mistero legato a quell’incontro dedicherà tutta la vita cercando di risolverlo. La storia, intessuta di rimandi alla vita del piccolo paese montano, alle tradizioni antiche e a riti che affondano le loro radici nella notte dei tempi e alle credenze magiche, funziona come un elettrico richiamo di Pan in sottotesto.

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Continuò a correre in direzione di Ciamplò, verso i ruderi del castello di Andraz, e in breve si avvicinò al Bosco Nero dove lui e suo nonno erano saliti per far legna e ramaglie, e dove avevano dimenticato la roncola.

Si fermò un istante per riprendere fiato, le mani sulle ginocchia. Osservò il cielo, tuoni e lampi si susseguivano facendosi ormai prossimi. Fissò le vette davanti a sé. Sognava di potercisi arrampicare, anche se suo nonno non gliel’avrebbe mai permesso perché diceva che scalare era una roba da stranieri, non da gente di montagna. Per il vecchio non aveva alcun senso salire per poi ridiscendere senza, in tutto ciò, averci guadagnato nulla, nemmeno una cresta di gallo. Giacomo non era d’accordo, e ogni giorno che Dio mandava sulla Terra, guardava le pareti di roccia con gli occhi colmi di desiderio. Il panorama da lassù doveva essere qualcosa di strepitoso, e si riprometteva che prima o poi ci sarebbe salito eccome.

Presto il Lagazuoi e la Tofana di Rozes vennero nascoste da una muraglia di nuvole e una nuova brezza prese a soffiare portando con sé l’odore della tempesta. In pochi istanti si fece vento, che iniziò a piegare i cimali della pecceta dentro la quale doveva incamminarsi. Affrettò il passo, penetrò la fitta selva ai margini della foresta vera e propria e tentò di individuare la zona dove il nonno aveva fatto gli ultimi lavori. Un fulmine lampeggiò sopra gli alberi piegati dal vento e poco dopo rimbombò il tuono. Per un attimo Giacomo ebbe paura di proseguire, ma poi strizzò gli occhi, non c’era nulla da temere. Un altro lampo, un altro rombo di tuono, seguiti da altri ancora, sempre più ravvicinati. Foglie e rami iniziarono a volare via, mulinando tra i fusti degli abeti rossi rinsecchiti di quel bosco oscuro. Improvvisamente a Giacomo venne in mente il punto esatto dove lui e suo nonno avevano fatto una pausa per legare le ramaglie adatte ad accendere la stufa.

Si ricordò che poco prima di mezzogiorno avevano caricato i fasci di legna sul carretto trainato da Ey de Net, il loro cavallo Avelignese, e infine erano scesi a Daghè. Sicuramente la roncola è rimasta lì, pensò. Con uno scatto risalì il ripido versante del sottobosco e quando per terra notò svolazzare trucioli e schegge di legna, tracce del loro passaggio mattutino, si rallegrò. Un nuovo lampo mostrò la foresta e subito dopo un tuono fece vibrare la terra sotto i suoi piedi. Poi un altro e altri ancora, sempre più forti. Un barbagianni gridò ripetutamente senza mai mostrarsi. Le prime, rade gocce di pioggia cominciarono a cadere dal cielo pesanti come ghiande. Giacomo avanzò nella penombra, abradendosi le braccia tra gli arbusti e i rami bassi degli abeti mossi dal vento, ma non staccò un istante gli occhi da terra per vedere se riusciva a scorgere quella maledetta roncola.

Il vento si fece impetuoso e la pioggia si tramutò in una grandinata. Giacomo brancolò nella penombra finché gli parve di vederla, qualche metro più a valle, con la sua lama ricurva. Sembrava proprio la roncola del nonno, anche se non poteva esserne certo perché sapeva bene che nel bosco molte cose sembrano ciò che non sono. Attento a non scivolare per via del terreno imbevuto d’acqua, scese di qualche passo e si portò più vicino. La grandine intanto picchiava il bosco come se volesse abbatterlo. Giacomo non si arrese. Si coprì la testa con le mani e proseguì verso il baluginare del metallo finché riconobbe il manico in legno di tasso. Sorrise. Poi con la coda dell’occhio notò uno strano movimento. Un fremito gli vibrò sottopelle. Gli occhi si mossero verso sinistra, attratti da una grande ombra. Rimase immobile sotto il bombardamento dei grani di ghiaccio che percuotevano gli alberi mentre il vento li piegava sempre più. Guardò meglio ma non capì che cosa fosse quella presenza enorme che oscillava a mezza altezza da una parte e dall’altra. Un bagliore rischiarò il bosco. Un attimo accecante.

Era un uomo impiccato.

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