Maurizio de Giovanni. Il concerto dei destini fragili

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Come ogni mattina, con passo rilassato mi appresto all’edicola di quartiere, uno di quei baracchini in ferro battuto, dipinti di vernice rossa come vuole la tradizione bolognese e con le colonnine attorcigliate che vogliono imitare le stazioni dei metrò parigini. Col Corriere oggi danno in omaggio Il concerto dei destini fragili di Maurizio de Giovanni. Il libro, della Media Group, è uno di quei tascabili con copertina di cartoncino arancione che si fa notare.

Leggero, al limite del peso piuma, con visite psicologiche più mainstream che reali, ci parla di come un dottore, un avvocato e una certa Svetlana abbiano affrontato i giorni di quarantena. Si tratta di tre racconti intrecciati dal filo della malattia e, prima ancora, della quarantena.

Esperienza comune vissuta in maniera diversa. Il medico, in prima linea nella terapia intensiva, preoccupato del suo ruolo imposto dall’affollamento dei corridoi del reparto, vive l’ansia di dover scegliere chi salvare, “giocando” con la sua morale e cozzando, nel mantra tipico del romanzo germanico ottocentesco, contro la sempre presente lotta tra Geist und Leben (tra anima e vita). L’avvocato è tribolato nei suoi disastri amorosi, benestante a tal punto da avere come preoccupazioni solo quella di trovare la droga e non pensare all’ex amante Simona, che dopo avere affrontato un percorso di redenzione, ha deciso di tornare dall’avvocato, ritrovandolo in punto di morte a causa dell’assunzione di sostanze durante un festino clandestino organizzato nel proprio appartamento per dimenticare lei, Simona. Svetlana invece è una ragazza madre, immigrata da non si sa quale paese del mondo. Gli indizi sembrerebbero portarla in Italia dall’est Europa. L’onomastica parla di lei, Tatiana, mentore che l’aiuterà a salvarsi, e di Vlad, suo convivente. Svetlana ha una figlia che sta ricevendo attenzioni poco gradite dal convivente della madre che, annoiato perché non può lavorare durante la quarantena, non sa come distrarsi. Ovviamente tanto l’avvocato, quanto Svetlana si ritroveranno nel corridoio dell’ospedale davanti al medico che dovrà scegliere chi salvare.

Si nota come le case editrici abbiano questa voglia di entrare nella storia che le porta a commissionare lavori che parlino della pandemia solo per poter dire “io c’ero”. Non parlo di questo nel particolare, ma molti sono i romanzi usciti in questi mesi che pare abbiano questa pretesa, rivelandosi, tuttavia, cronache lontane di sentimenti confusi in quanto coloro a cui vengono commissionati questi lavori non sanno vivere una quarantena fatta male, pretendendo di farla vivere ai personaggi delle loro storie. Non ho trovato Primo Levi che racconta dei campi di concentramento in queste pagine, ma ho visto la pretesa di volerlo imitare. Scontato dire che il risultato appare decisamente presuntuoso, per quanto, come in questo caso, i racconti siano molto ben scritti.

A livello onomastico, continua la sostituzione del nome proprio con il titolo professionale. Consuetudine a mio parere svilente. Non sappiamo i nomi del medico o dell’avvocato, ma sappiamo quelli di Svetlana (pare forse brutto chiamarla “inserviente” o “donna delle pulizie”), di sua figlia, in quanto non ancora professionista data la tenera età, e di Vlad. Vlad non si capisce se si chiami così per fare intendere al lettore che i tre personaggi del racconto di Svetlana vengano dalla Transilvania come il noto Vlad l’Impalatore o perché effettivamente il suo ruolo nella storia rammenta, a livello morale, quello del protagonista di storie e leggende romene. Sappiamo infine di Simona, l’amante dell’avvocato, di professione insegnante e madre di famiglia borghese. Quella stessa borghesia che sembrano ripudiare sia il medico, sia Svetlana sia l’avvocato. Per motivi diversi, beninteso, tuttavia il loro disprezzo, agli occhi di chi legge, è solo apparente, perché i comportamenti che hanno vertono verso quel tipo di mentalità.

Se si vuole scrivere un libro sulla quarantena, o lo si scriva in prima persona o si aspetti chi l’ha vissuta come vuol far credere questo tipo di narrazione, altrimenti il rischio è che il lettore percepisca molta distanza dalla realtà.

Lorenzo Bissolotti

Recensione a Il concerto dei destini fragili, di Maurizio de Giovanni, Media Group, 2020, euro 13.