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Mi piace raccontare la vergogna, la colpa e la paura. Intervista a Laura Scaramozzino

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Laura Scaramozzino (1976, Torino) svolge attività di editing, autrice di testi per podcast e coaching letterario. Ha partecipato ad antologie e pubblicato romanzi. Dastan verso il mare, Edizioni Piuma, è stato selezionato al Premio Internazionale di Como. Di recente pubblicazione è la novella J-Card, una distopia alimentare pubblicata dalla casa editrice di sola narrativa breve, 256 Edizioni. Suoi racconti appaiono, fra gli altri, su:, Quaerere, Sulla Quarta Corda, Clean Rivista, In fuga dalla bocciofila, Suite Italiana, Malgrado le mosche, Grande Kalma, Enne2, Narrandom, Pane e Scorpioni, Spore Rivista, Alkalina, Nabustorie, GELO rivista, Waste, Rivista Kairos.  Collabora con il blog Sdiario, fondato da Barbara Garlaschelli e diretto da Katia Colica. Ha ideato, per GELO rivista, la rubrica Vertigo, dedicata al perturbante. Sta lavorando a una raccolta di novelle e a un nuovo romanzo per ragazzi.

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Sei una valida autrice di racconti e romanzi, e – ovviamente – una grande lettrice: quanto vissuto della vita quotidiana finisce nelle tue storie, quanto pensiero immaginato resta fuori dalla pagina scritta?

 Innanzitutto ti ringrazio per l’intervista.

La vita quotidiana offre sempre ottimi spunti per la stesura di una storia, soprattutto per chi, come me, ama il perturbante e il surreale. Nelle pieghe del quotidiano si annida l’ombra, quella deformazione di ciò che è familiare e che ci crea disagio e sconcerto. Amo tutto ciò che rappresenta una distorsione. Fisso le crepe sui muri e mi convinco che lì si annidi l’unico spiraglio del reale. Che le scalfitture, le grinze e i nei disseminati sulla superficie del mondo, siano il materiale migliore per ogni mia storia. Non per niente, come avrai notato, racconto famiglie disfunzionali, gesti comuni che sfociano nel tragico e la corruzione della quiete domestica. L’ho fatto anche in J-Card, la mia novella.

Parto da situazioni comuni e le tendo allo spasmo, come fossero fatte di materia elastica. Difficilmente l’origine di un mio racconto prende avvio da un dato fuori dalla realtà.

Con la tua scrittura affronti (anche) gli aspetti più controversi delle relazioni umane, mettendo in scena tematiche e dinamiche complesse e al contempo avvincenti: per dirla breve, emerge dalla tua potente scrittura tutto il non detto che appartiene ai rapporti di superficie del mondo reale. Ammesso che esista – concretamente – una definizione utile di personaggio letterario credibile, qual è il corpo narrante che da scrittrice preferisci quando scrivi le tue storie?

Ti rispondo collegandomi alla domanda precedente. Ogni mia storia nasce dall’osservazione del mondo reale e dalle dinamiche relazionali esplorate nella loro complessità. Mi piace raccontare la vergogna, la colpa e la paura. Ciò che i personaggi vivono e palesano, lottando contro la repulsione e il terrore. Racconto protagonisti sull’orlo di un burrone. Attratti e al contempo respinti dalla vertigine del reale. Non per nulla, per la rivista letteraria GELO, curo una rubrica di racconti chiamata Vertigo. Per me la vertigine è ambiguità. Quella stessa ambiguità vissuta dai miei personaggi.

In J-Card, per esempio, Adele e Francesco sono due personaggi che vivono sull’orlo di un precipizio. Ciascuno, in un certo senso, prova ad allontanare l’altro dal bordo. Il risultato non è affatto scontato.

Quali sono gli autori classici da cui non vorresti mai separarti? Quali gli autori contemporanei viventi?

I classici sono tanti. Per citarne alcuni, direi: Franz Kafka, Dino Buzzati, Julio Cortázar, Cesare Pavese, Beppe Fenoglio, Leonardo Sciascia, Friedrich Dürrenmatt, Philip Dick, James G. Ballard e i tragici greci che adoro. Fra i contemporanei apprezzo molto Olivier Adam, A. M. Homes, le prime cose bellissime di Marco Lodoli e Maylis de Kerangal. Ma ce ne sono tantissimi.

Che rapporto hai con le serie tv, il cinema e i fumetti? E quali sono i tuoi autori preferiti di questi tre medium narrativi?

Direi che ho un ottimo rapporto, fumetti a parte che in effetti leggo meno.

Le serie tv mi piacciono molto. Ho una grande stima per Kurt Sutter, uno sceneggiatore di grande spessore che ha dato vita a una delle mie serie preferite: Sons of Anarchy, una sorta di Amleto contemporaneo, con atmosfere western, ambientato nel mondo di un gruppo di bikers fuori legge. Sutter, inoltre, dà un consiglio molto importante agli scrittori e che io seguo con grande convinzione. Secondo lo sceneggiatore, un bravo scrittore è quello che scrive ciò che non riesce a confessare nemmeno a se stesso e di cui si vergogna. Ciò che non lo fa dormire la notte. Per quello che riguarda il cinema, di cui sono molto appassionata, adoro David Lynch. Mulholland Drive è senz’altro il mio film preferito.

Ogni scrittore immagina un lettore ideale. O forse no. Per te esiste? Se sì, il tuo lettore ideale come è fatto?

Il mio lettore ideale è uno che non si cura di leggere solo ciò che è identificabile con un genere o un filone preciso. È curioso, trasversale e, perché no, anche coraggioso in quanto non teme di esplorare gli abissi che i miei personaggi incontrano sul loro cammino.

Come impieghi il tempo quotidiano dedicato alla scrittura delle tue storie?

Cerco di scrivere quasi tutti i giorni per almeno un paio d’ore. Non sempre ce la faccio, ma quando ho qualche scadenza, o sono sotto pressione, riesco a non essere troppo dispersiva e a scrivere con metodo e costanza.

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