Monica Pezzella. Binari

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Binari è il romanzo di esordio di Monica Pezzella, che fra le altre cose è traduttrice e fondatrice della rivista “Sulla quarta corda” oltre a collaborare con varie case editrici, uscito nel 2020 per Terra Rossa edizioni nella collana “Sperimentali”. La trama è semplice e indaga la storia d’amore tra Ale e Marcel e si snoda in quattro sezioni temporali che viaggiano come un treno e la storia è proprio questa «struttura di un treno con testa e coda smontabili e intercambiabili a seconda della direzione». La Voce narrante è davvero una presenza extracorporea, voce del pensiero, «deve dirsi la verità, questa Voce», e del sentire stesso della scrittura che fuoriesce da sé e a sé rientra: «dopo questo breve inciso torniamo alla narrazione». Binari è un romanzo che evoca i fraseggi di Marcel Proust. E non è azzardato accostare il taglio di questa scrittura a quella di René Crevel de La morte difficile, e se non sono questi i riferimenti di Pezzella, di certo c’è una teoria di maestri e maestre nel suo percorso letterario, e non solo, nei cui confronti l’autrice si è posta in ascolto a farci capire che «imitare è il solo modo per imparare, come accade in natura». Eppure Binari ha un colore in più rispetto allo stile monotonico, per quanto mirabile arabesco massimalista dei due francesi, una sfumatura che fa dello stile di Pezzella lo specchio del desiderio, la sua imprevedibilità soggettiva: in certi frammenti la scrittura rispetta la linea tradizionale normopunteggiata, in altri momenti lunghi fraseggi privi di interpunzione e dall’ampio respiro dicono il desiderio dei corpi, il corpo della scrittura anche: «Ale aspetta alle sue spalle mentre lei fa girare la chiave nella serratura e poi tira su le tapparelle e apre le finestre e nella successione dal buio alla luce osserva l’ombra del divano cadere nell’atrio sopra l’ombra della libreria l’ombra del tavolo sul divano l’ombra del piano della cucina sul tavolo l’ombra della finestra sul piano della cucina e infine la vecchia dopo». Questo composito imprevisto ha di certo guidato le immagini a emergere dall’inconscio di chi legge. La musica, poi – «Marcel si sarebbe accorto che era Brahms e non Shostakovich appena chiusa la porta di casa» – alimenta scene primarie e ambienti, colloca il sentire in un altrove che sono i nostri retropensieri onirici, musica che è pure noise, quel rumore da disordine ordinato: «Nella vasca Marcel immerge la testa sott’acqua apre gli occhi la schiuma in superficie gli fa vedere bianco e quando riemerge sente uno strepitio un frinire forte pensa sarà la schiuma che brontola nelle orecchie mentre si dissolve implode crepita ma subito dopo guarda». Un ruolo fondante ha, nel dispositivo di Binari, la metrica della musica e degli spostamenti. Suoni che fuoriescono dallo stropicciare di passi e stoffe, di attese dietro la porta, di squilli eterni nel vuoto telefonico della non risposta. Domande d’amore come linee interrotte e sentieri spezzati. Spiare, anche, le intenzioni recondite dell’altro. Il dispositivo di Pezzella evoca quella serratura di cui Lacan parla a proposito dell’ostensione del desiderio altrui colto nell’intimità del nascondiglio: «Qualcuno potrebbe aver voglia di spiare da quella serratura». Presente è l’occhio, non solo della Voce, improvviso l’illuminante sguardo degli abissi dentro la natura umana. Così lo sguardo è ascolto che ci approssima alla pittura surrealista e fantastica: «gli piacevano le illustrazioni e le tele di Stanislav Plutenko, Jacek Yerka, Albert Birkle, qualcosa delle fiabe nei libri d’infanzia qualcosa dei film alla televisione qualcosa della storia umana qualcosa dell’immaginazione umana, e guidandogli il dito della mano poggiata». E sempre la postura cromatica mi appare in quel bacio attraverso il cotone: «come ha fatto a capire? si domanda quando Marcel afferra la camicia che lui gli ha appena tolto e gli avviluppa la faccia e si solleva a baciarlo attraverso il cotone e mentre gli bacia la fronte e gli occhi gli preme la mano sulla bocca in un gesto talmente repentino»: in questo passaggio ravviso Gli amanti, il dipinto di René Magritte del 1928, una sorta di sua inconsapevole ecfrasi. Occhio, ancora, che la narrazione colloca sinestetico, materico e umbratile al tempo medesimo sul fondo dei muri – e infondo Binari è pure storia di muri: «la sera i listelli si proiettavano sul muro della camera con dentro le impressioni dell’arbusto e dei fiori a cornucopia che oscillavano nel fiato dell’aria salmastra». Il romanzo è di sole 78 pagine, ma denso non essendo eccessivo. Nel mondo di Pezzella esiste quella completezza che satura ma non soffoca, nella sofisticata storia ricamata attorno alla crudele tenerezza di un sentimento estremo c’è sempre quel passaggio, quel vuoto che fa agitare il desiderio a immaginarsi la storia di Ale continuare nello spazio oltre il libro appena finito di leggere poiché «nel vuoto c’è abbastanza spazio perché le cose ritornino», nel vuoto dei binari luccicanti che prima o poi un treno di persone tornerà a sferragliare, melanconico e ebbro di vita, allo stesso tempo, come è questo stupendo esordio di Monica Pezzella.

Gianluca Garrapa

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Monica Pezzella, Binari, Terra Rossa edizioni, 2021 – 13 euro

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