Benvenuto su Satisfiction   Click to listen highlighted text! Benvenuto su Satisfiction

Péter Nádas, Storie parallele

Home / Recensioni / Péter Nádas, Storie parallele

La verità era che nella sua mente tutto viveva nello stesso tempo,

e non riusciva affatto a dimenticare

Péter Nádas

Cade un nevischio lento all’inizio del primo dei tre volumi che compogono Storie parallele (Párhuzamos történetek, 2005), di Péter Nádas, appena pubblicato a ottobre da Bompiani, (pagine 544, euro 24), con la traduzione di Laura Sgarioto. Neve che poi lungo l’intero libro si trasforma in pioggia che fa da sottofondo alle vicende raccontate negli undici capitoli in cui è suddiviso questo primo, portentoso volume di un’opera che è stata paragonata a Guerra e pace. La guerra e pace ungherese del XX secolo, che Péter Nádas ha impiegato diciotto anni a scrivere. E nonostante noi in Italia dovremo aspettare ancora prima che le altre due parti siano tradotte –  Nel profondo della notte (Az éjszaka legmélyén) è atteso, sempre per Bompiani, nell’autunno del 2020, mentre Il respiro della libertà (A szabadság lélegzete) uscirà nel 2021 – l’impressione che si ha leggendo La regione muta (A néma tartomány) è che davvero questo sia un romanzo che riscrive daccapo le possibilità infinite della letteratura.

 

Ma qualsiasi cosa io possa dire, sarebbe comunque riduttiva perché qui non c’è trama e non c’è un centro. C’è il tentativo di afferrare un istante che però è continuamente dilatato e si sposta avanti e/o indietro nel tempo senza mai essere raggiunto. Potrei dire che la pioggia che cade equivale allo scrosciare di parole e frasi che cadono addosso ai personaggi, nelle loro menti, suscitando ricordi che a loro volta si mescolano a quanto stanno vivendo ora e adesso i personaggi stessi, sebbene non esista in questo libro un “ora e adesso”. E potrei anche dire che tutte queste parole e frasi e pagine servono in verità a farci sentire, in maniera glaciale e inappellabile, il silenzio della Storia. Come essa sia una macchina inarrestabile che maledice e costringe gli uomini al loro destino – campi di sterminio, strutture eugenetiche naziste, la brutale risposta autoritaria alla rivolta ungherese del 1956 – e come tutto ciò che avviene, avvenga in quella che Nádas ha chiamato, non a caso, La regione muta.

«Ancora nell’anno memorabile che vide il crollo del celebre Muro di Berlino, non lontano dalla statua di marmo ormai ingrigita della regina Luisa fu rinvenuto un cadavere. Questo accadde qualche giorno prima di Natale.»

Inizia così Storie parallele. Con l’incipit proprio di un thriller. Un incipit quasi banale, perché ecco subito apparire il ragazzo che ha ritrovato il corpo dell’uomo su una panchina ed ecco anche l’investigatore che l’interroga ed ecco i dubbi, i primi sospetti. Ma è una falsa pista. Occorreranno poche pagine affinché da questa scena parta una trama labirintica che attraversa la storia di molti europei nel tormentato periodo a cavallo della Seconda Guerra mondiale.

Döhring, giovane studente di filosofia e psicologia; Hans von Wolkenstein, figlio di una collaborazionista del regime tedesco; Ágost Lippy Lehar, figlio di un influente uomo d’affari ungherese; András Rott, affascinante e misterioso; Erna Démen, l’insofferente madre di Ágost; Gyöngyvér Mózes, cantante giovane e sensuale; Irma Sezemző, ex psicanalista e segretaria in un ambulatorio medico: sono soltanto alcuni dei personaggi che incontreremo. Loro, e la maniera in cui Péter Nádas li scolpisce sulla pagina focalizzandosi sui dettagli fisici ed emotivi. Sulle ripetizioni. Sulle migrazioni della narrazione, come se si duplicasse, specchiasse, i ricordi dell’uno nei ricordi dell’altro, senza che ci sia un apparente nesso logico ma, appunto, emotivo. Come se tutto accadesse in uno spazio che non è compreso né nel tempo della memoria né in quello dell’immaginazione. Un tempo emotivo e fisico, corporeo. Come se i personaggi (molti dei quali hanno una storia sessuale “parallela”, sono, cioè, potenzialmente e di fatto bisessuali) siano suscitati da un’entità altra e superiore che, esprimendosi attraverso un flusso di coscienza impersonale, dispiega, esamina, approfondisce, guarda dietro. Osserva gli episodi, la loro concatenazione, i personaggi, i grandi flussi narrativi e la loro interazione. Senza mai giudicare.

È come se Péter Nádas ci volesse dire che l’anima e la storia dei rapporti sociali e politici hanno pochissimi punti di contatto. Di rado entrano in relazione diretta e così finiscono con il procedere una accanto all’altra, scrivendo storie distinte. Perché a ogni istante bisogna per bene sviscerare il tutto, che è poi ciò che ognuno di noi fa in ogni istante della propria vita.

C’è un capitolo del romanzo che s’intitola Le nu fémmin en mouvement (Il nudo femminile in movimento) che è in questo senso emblematico. Emblematico di come l’intero libro sia costruito come fosse un generatore automatico di strutture e scene differenti che si congiungono e si allontanano senza sosta. Erna Démen e Gyöngyvér, rispettivamente la madre e l’amante di Ágost Lippy Lehar, sono in taxi. Stanno andando in ospedale. Sono sedute affianco, vicine. Si sfiorano. Ognuna è persa nei propri pensieri e intenti, eppure i corpi hanno continui sussulti, un linguaggio loro, una propria sensibilità e sembrano desiderarsi, intercettarsi. Un dialogo nel dialogo. C’è qui un richiamo sessuale fortissimo – come d’altronde in tutto il romanzo –, quasi “incestuoso”, e sebbene le due donne siano in movimento, giacché l’automobile procede avanti, è come se il tempo fosse in verità fermo. Fermo com’è fermo Ágost, immobile all’inizio del capitolo: in piedi, affacciato alla finestra, lui che non vuole andare in ospedale dal padre e che rimane a casa (e che in questa identica posizione era stato introdotto in un precedente capitolo). E mentre il taxi percorre le strade di Budapest e le due donne dialogano incuranti dell’autista che le ascolta, ecco che i pensieri di Erna Démen tornano a quando, giovane madre, dopo aver allattato il piccolo Ágost, si lasciò sedurre da una donna, anche lei madre di due figlie, con la quale ebbe un rapporto saffico. E questo ricordo s’innesta a un altro. Alla deportazione della sorella di Ágost, e la narrazione si fa allora falso movimento e il tempo lineare collassa. «Perché non si può restare fermi nell’attimo?» si domanda Erna in taxi. «Perché bisogna andarsene? Perché non si sa mai qual è l’attimo in cui restare fermi e dal quale non staccarsi per tutta la vita?».

Il capitolo è lungo sessantasei pagine e sembra rimandare al Nudo che scende le scale di Marcel Duchamp, alla scomposizione del movimento reso attraverso un quadro che è statico, mentre qui Nádas tenta un procedimento inverso: comprime all’inverosimile la narrazione, quasi a volerla congelare. Quasi a voler individuare un momento dal quale i ricordi possano poi procedere parallelamente, in automatico. E in generale quel momento sembrerebbe coincidere forse con la caduta del Muro di Berlino. Caduta che se da una parte ha unito e liberato due blocchi separati, dall’altra ha mostrato e reso evidente le differenze inconciliabili fra le persone. Come se ognuna seguisse una propria direzione intima e privata. Come se tutti noi fossimo psiche e corpi che compiono traiettorie insondabili qualora quelle stesse stesse traiettorie fossero continuamente spezzate. Spezzata e dilatata e compressa la linea di continuità della nostra vita altrimenti forse coerente.

Per capire se sia davvero così e dove tutte queste strutture e scene e segmenti narrativi e personaggi e corpi che praticano l’erotismo e l’autoerotismo andranno a incrociarsi e cosa ne sarà di loro, dovremo però purtroppo aspettare le prossime uscite dei due volumi mancanti. A meno che non decidessimo di leggere il romanzo in una delle lingue in cui è già stato tradotto per intero o non ci mettessimo nel frattempo a studiare l’ungherese.

 

Péter Nádas è nato a Budapest nel 1942 e vive con la moglie a Gombosszeg, in Ungheria. È annoverato tra i più importanti autori ungheresi, e le sue opere sono state paragonate a quelle di Proust, Joyce e Mann. Romanziere, commediografo, saggista e giornalista, dal 1969 ha deciso di dedicarsi solo alla scrittura. Tra i suoi titoli pubblicati in Italia, La Bibbia e altri racconti (2009), Fine di un romanzo familiare (2009), Minotauro (2010), Amore (2012) e Libro di memorie (2012).

 

Gianluca Minotti

Click to listen highlighted text!