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Remo Rapino anteprima. Fubbàll

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In un mondo pieno di ostacoli, dove il filo spinato sembrava stringere le giornate di tutti, c’erano persone che correvano allegre per sfuggire ai pensieri oppressivi.

Questa è l’umanità di Fubbàll (di Remo Rapino, Minimum fax 2023, pp. 148, € 16,00) che aveva conosciuto molte avversità e qualche momento di gloria, e ammirava le leggende di un tempo passato: Gigi Meroni, Gigi Riva, Nilton Santos.

In questo libro, Remo Rapino crea una composizione originale: piccole biografie di calciatori poco noti, stravaganti e anonimi.

Giocatori malinconici che non hanno mai vinto: “È andata così, ma non mi lamento, che qualcosa di buono e bello pure mi è riuscito, e poi lo sapevo dall’inizio che più di questo non potevo fare e l’ho fatto, più bene che male secondo me, e il fiatone non ce l’ho avuto mai”.

Una squadra di emarginati e sconfitti che non troverete in nessun campionato.

Eppure, ascoltando le loro storie, si può percepire la nostalgia per gli inizi, le illusioni, gli infortuni e gli scherzi del destino, le storie delle loro famiglie e i rari successi ottenuti.

C’è pure chi si lamenta per non essere mai stato espulso oppure chi amava il calcio ma non amava fare il calciatore.

Sono storie di altri tempi che sarebbe bello tornassero, in cui tra le persone c’era un rispetto reciproco e un modo di trattarsi da pari a pari, indipendentemente dallo status.

È la voce di ragazzi pieni di umanità che hanno vissuto il calcio con il cuore, mettendoci l’anima e lasciandosi andare.

Sono storie di ragazzi che ci hanno provato perché come diceva Roberto Baggio “I rigori li sbaglia solo chi ha il coraggio di tirarli”.

Carlo Tortarolo

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MILO

Tutto quello che so della vita, l’ho imparato dal calcio.

Albert Camus

Mio nonno era socialista. Mio padre era socialista. A me sembrava ancora poco e presi la decisione di essere comunista. Comunista e basta. Per qualche tempo è durata. Una mattina, dopo una brutta mala dormita, i capelli arruffati come un gatto sotto il temporale, la barba lunga che mi ombrava la faccia, davanti allo specchio, l’unico di casa tra l’altro, gli occhi gonfi e grifagni, la testa ha fatto un giro di giostra per conto suo, dallo specchio che mi guardava storto venne fuori un pensiero che lì per lì sembrava che non c’entrasse niente, ma alla fine mi sono detto che con una faccia così, da sottotetto di Parigi, pure comunista era poca cosa, allora diventai anarchico e basta, perché mi piaceva stare da solo, senza troppe complicazioni. Ma prima c’era il gioco del calcio, da ragazzo all’inizio e poi, con gli anni, da uomo, sempre e solo quello. Non è stata tutta colpa mia, però. Il fatto è che, da quando gattonavo appena, mio padre già mi portava al campo sportivo come una busta della spesa, sapete, come quelle di carta che si vedono nei film americani che uno esce da un supermarket e dalla busta viene sempre qualcosa fuori, non so, un ciuffo di verdura, una bottiglia di gin, un piumino per togliere la polvere. Gli americani son fatti così, amano far vedere le loro robe. All’inizio mi piacevano i colori delle divise, solo quelle guardavo, specie dei calciatori più veloci che erano così veloci che i colori delle maglie era come se restavano indietro a fare strisce nell’aria. Non m’interessava chi vinceva o chi perdeva, ero ancora innocente allora. Mio padre guardava le partite sempre da dietro la porta, in modo da poter incitare il portiere della sua squadra o dirne di terribili da far arrossire il più scafato dei camionisti. A me dispiaceva un poco, ché io pure avevo una mamma e una sorella, però mio padre mi diceva che così si doveva fare e mi diceva di farlo anch’io, perché una cosa era essere sportivo e un’altra tifoso, che gli sportivi, diceva, sono come i preti, danno ragione a tutti e tutti perdonano. Il tifoso no, il tifoso è un lupo che azzanna, diceva. E io, per non deluderlo, così facevo e non ho più smesso. Così è cominciata la storia. Da subito mi è piaciuto fare il portiere per vendicare tutti i portieri del mondo. Gli altri giocatori corrono, sono lontani, sentono e non sentono, ma il portiere no. Il portiere è lì, solo tra mille voci contro, sente – eccome se sente! – quando gli urlano, Oh portiere, portiere paperino, mentre tu pari tua madre fa un pompino, e non può farci niente, neanche farsi venire nuvole storte in testa né lacrime agli occhi, che poi rischierebbe di non vedere bene il pallone che arriva, di non calcolare giustamente le distanze, la sua voce gli serve per urlare indicazioni ai compagni che sbandano, mica per rispondere con gli interessi ai lupi che gli azzannano l’anima dalle curve. Il portiere è indifeso, solo nello spazio e nel tempo. Così a me sembrava che il ruolo del portiere fosse la scelta più coerente con quella dell’anarchia. Che a quelle cazzate che si vince o si perde sempre in undici o all’altra stronzata del pubblico come dodicesimo uomo in campo, io non ci ho mai creduto. Se vincevo io sentivo solo mia la vittoria, se perdevo uguale, solo mia la sconfitta, ero come uno di quei cristiani nel circo con di fronte un leone che ti viene addosso per sbranarti, non puoi star lì a dar retta alla gente che seduta comoda in tribuna parla e sparla e dice e giudica e tutto lei sa, tu a mani nude devi salvarti le palle, mors tua vita mea, una cosa semplice, niente di più niente di meno per continuare a vivere. Quando decisi che avrei fatto il portiere – però famoso, tanto per addolcire la pillola – e lo dissi a casa, aspettando per sicurezza la fine della cena, mio padre ci rimase un po’ male, mia madre, dopo aver capito che non parlavo di portineria d’albergo o di condominio, che per lei già era meglio, disse solo, Ma che lavoro è!? Mio padre si spiegò la scelta con la mia pigrizia, in parte era pure vero, ma la mattina dopo mi fece trovare sul letto un paio di guanti nuovi numero dodici, ché avevo le mani già grandi, il dorso nero e il palmo rosso, un biglietto con sopra scritto, Con quelle mani potevi fare solo il portiere o il carpentiere. Meglio il portiere, in bocca al lupo, papà. Avevo diciotto anni allora, già mi ero messo in mostra facendo tutta la trafila delle giovanili, ma nessuno sapeva dell’altra mia decisione, che avrei giocato solo con le squadre dalle maglie rossonere. Rosso e nero come la bandiera dell’anarchia. Ero pronto. Milo, il portiere e basta. Cominciai come secondo nella squadra della mia città, una quarta serie ben messa, campionato a salire di categoria, colori rossoneri naturalmente. Mio padre m’incoraggiò alla sua, Tutto ’sto casino per fare la riserva! Ma come non ci prendeva mai mi portò a suo modo fortuna. A metà campionato, in un derby molto sentito contro una squadra vicina, il nostro portiere fece una papera colossale. Una fialetta di tiro da lontano, la palla gli passò tra le mani e le gambe, perdemmo uno a zero. Negli spogliatoi per il nervoso avvertì gli sguardi dei compagni che lo trafiggevano in un silenzio pieno di bestemmie da scurire il cielo, allora, come per partecipare a quella condanna muta, dette un pugno sul muro, mano fratturata di brutto, e io, mettendo da parte tutte le mie anarchie pensai, Dio c’è. La conferma di una probabile presenza divina nel mondo venne la settimana dopo. Ultimo minuto. Tempo da stare in casa vicino al caminetto, bruciacchiando salsicce e calando vino rosso nella tazza. Sulla terra scendeva tutta l’acqua dell’universo, nuvole basse color prugna stanziavano sul campo nonostante soffiasse un vento di scirocco da scuotere barche e marinai sul largo alto del mare. Eravamo a un punto dalla capolista, uno squadrone di ricconi, che avevano tanti milioni per quanto erano coglioni. Con una vittoria si saliva di categoria e le cose stavano andando per il verso giusto fino a un minuto dalla fine, quando l’arbitro carogna va a inventarsi un rigore che non ci stava manco con tutta la fantasia del mondo, un miraggio o mazzetta sotto banco. Il loro centravanti, e capitano, era un tizio che sapeva il fatto suo, avendo giocato a buon livello in altre stagioni. È lui che va sul dischetto, pulisce il pallone dal fango, mi guarda con un sorrisetto da primo della classe, ha compassione per i miei anni, pensa che io stia tremando dentro come un passero senza nido. Lo guardo, ha una cicatrice tra mento e labbro, di certo una pedata presa da qualche stopper assassino, di quelli che non chiedono scusa, fingono un pentimento inesistente, poi si avvicinano alla vittima a terra e gli sussurrano all’orecchio, prima di allontanarsi ridendo, E che volevi un mazzo di fiori? Bella gente da starci alla larga ma il campo è quello che è, mica puoi uscire dai suoi confini. Sarebbe come uscire dalla vita. Quello spaccamele mi smircia da lontano, in undici metri tutto può succedere. Io dovevo ancora farmi le mie cicatrici, il mio volto era ancora liscio, qualche ombra di barba qua e là. Lui guarda un angolo della porta, alla mia destra, pensa che io pensi che tirerà verso il lato opposto, io invece penso il contrario, che tirerà proprio dove ha gettato lo sguardo. Trucco e contro trucco. È stato allora che l’ho fissato negli occhi e mi sono accorto di un tremolio sul mio labbro. Quando il tempo delle finzioni finì gli sguardi si mossero a specchio, l’uno nell’altro, fissi, come nell’ultima sfida di un film di Sergio Leone. Per un pugno di dollari, per un pugno di metri: quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, quello con la pistola è un uomo morto. Io avevo la pistola, ma ero anche Josey Wales, il texano dagli occhi di ghiaccio. Non è mai una perdita di tempo andare al cinema, può servire, nella vita. La pelle del mio nemico era olivastra, baffi neri che facevano tanto messicano, occhi neri, cattivi, non un lampo di dubbio; io occhi chiari, immobili, sarei stato un perfetto Clint Eastwood con un sigaretto tra le labbra. Mancava solo una tromba a far da colonna sonora. Tutta la vita era ancora in piedi, ancora la vita, quella che ti tocca, quella che viene e passa, un istante, un soffio, proprio come prima di un calcio di rigore, quando già tutto sembra finito mentre la festa finale è lì, bella, a un passo appena. Certo della sua esperienza, il vecchio marpione calciò forte a mezz’altezza, alla mia destra, il pianeta di cuoio, che puntava al mio cuore con una traiettoria ubriaca. Un silenzio che sapeva d’inverno tacitava l’aria e gli spalti del Campo delle Rose, ogni cosa restava nell’aria sospesa, chiusa nel giro ultimo dell’orologio, cuori compresi. Mentre mi tuffavo mi sembrò tutto possibile sotto il cielo, anche un mondo più giusto e più buono. Quando presi tra le mani forti quella faccia di luna bell’infangata mille cappelli volarono in alto, fino alle rondini, fino alle nuvole, un vento incredulo di voci lanciò in paradiso il mio nome con felicità rabbiosa. Milo divenne il nome di un angelo per caso disceso sulla terra. Io cercavo il volto di mio padre dietro la porta, lo intravidi per un attimo in un’accozzaglia di corpi felici, piangeva, ne sono ancora oggi sicuro, ma lui l’ha sempre negato. I ragazzi del quartiere vecchio, chissà perché detto «Cinese», impazzirono sull’erba come farfalle rosse e nere, videro con occhi stupiti l’esperto delantero scompigliarmi, con un tocco rapido, i capelli, a dirmi in un fiato di voce, per non farsi sentire, Bravo portiere. Mille volte, negli anni – che palle! – fra i tavoli di bar e cantine raccontarono quella storia, ogni volta con parole nuove, non si sapeva più, alla fine, se fosse stato solo mio quel volo magico o dell’universo intero. Qualcuno cominciò a chiamarmi il Gatto. A me non dispiaceva come soprannome, il gatto l’ho sempre immaginato un animale dall’indole anarchica, e poi un felino ben si addice al ruolo di portiere. Fu cammino in discesa da allora. Di rossonero in rossonero scorrazzavo su e giù per la penisola come un cavallo senza stalla e senza corda al collo. Come da bambino raccoglievo figurine, ma sull’album attaccavo solo le squadre con i miei colori, su quelli misuravo i miei passi. Neanche li consideravo i colori delle altre divise. Fissato davvero, tanto che sul comodino tenevo sempre una copia di Il rosso e il nero di Stendhal, lo leggevo e rileggevo ogni volta che potevo, lo portavo con me nei ritiri, nella borsa, lo sapevo che non c’entrava niente, ma io mi sentivo anche Julien Sorel, credevo che in quei colori ci fosse tutto il mistero del vivere, il rosso del sangue sulle ginocchia sbucciate, il rosso della passione, che mi cresceva sempre di più nel cuore, pure il colore giusto dell’amore, e poi il nero che ti salta allo sguardo dopo un gol preso, il nero del dolore e della morte, che è la fine di tutto, anche di tutti i colori del mondo. Anni belli comunque, anni che fanno memoria, diavolerie da portarsi appresso in ogni trasloco. Stagione fantastica quella del boemo, da toccare il cielo con un dito. Stagione da farsi il mazzo per tutta la settimana, attento a ogni particolare, ma la domenica tornavo ragazzo e mi divertivo, solo questo, mi divertivo come un pazzo fuori dal manicomio. Non so gli altri, non m’importava più di tanto.

Io ero Milo, il Gatto. Si vinceva si perdeva, era uguale, io ridevo lo stesso, pure se i compagni di squadra mi guardavano storto e qualcuno mi prendeva pure per scemo. Del boemo ricordo i silenzi, le parlate con gli occhi e nuvole di fumo di ms che lo avvolgevano proprio come fanno le nuvole con le cime delle montagne. Grande uomo il boemo, m’insegnò a giocare meglio con i piedi, a prevedere il futuro e capire il senso del gioco prima che si avverasse. Non resistevo molto in un posto, non perché ci stessi male, ma ero come un marinaio col vizio del mare che non riesce a star troppo appiccicato alla terraferma. Così andavo di porto in porto con bagaglio leggero, pure gli affetti erano come le onde, mi andava bene così, a mettere la testa a posto non ci pensavo proprio e oggi è troppo tardi per farlo, e poi a saperlo qual è il posto giusto per la testa. Così andavo, città grandi e di provincia, sul mare o sperse nelle pianure del Nord, vecchie e nuove. Ho preso molti treni, tanti altri li ho persi. Neanche mi accorsi di veleggiare verso i trenta, ma la giostra dei giorni gira continuamente, anche se te ne stai fermo sulla pedana, quella gira, va, si perde. Ogni paese cominciava a starmi stretto. Me ne accorsi quando alcuni compagni di squadra mi presentarono un tizio con i capelli unti di brillantina. Io non ho mai sopportato la brillantina, mi è sempre stata antipatica, una cosa contro natura, uno ci deve poter passare le dita tra i capelli, carezzarli sotto il sole, la pioggia li deve bagnare come fiori di un giardino, i capelli hanno bisogno di vento. Il vento ti fa sentire vivo. Si trattava di truccare una partita senza storia, ’na cosa normale, un errore qua e là, un rigore stupido, succede a volte, e una bella cifra da incassare a gioco fatto. Poi eravamo a metà classifica, campionato chiuso, però sai come va il mondo, un giorno toccherà a noi chiedere un favore e allora… Allora ho rivisto, con la mente che risaliva negli anni, una foto della mia famiglia. Sarà stato un giorno di festa, forse un compleanno di qualcuno, c’erano tutti e tutti sorridevano. Mio nonno era socialista. Mio padre era socialista. A me sembrava ancora poco e così avevo preso la decisione di essere comunista. Comunista e basta. Poi mi venne da pensare che pure comunista era poca cosa, allora ero diventato anarchico e là mi ero fermato. Poi portiere e basta. Il resto era fumo di pane caldo. Allora?, mi chiedevano. Il mio silenzio fu rotto dal rumore del pugno contro la porta dello spogliatoio, tutto calcolato, mano gonfia, ma niente di che, un po’ di recita e partita saltata, anzi tutte quelle che restavano. Giusto così: con un pugno era iniziata la storia e con un pugno si chiudeva. I conti tornavano. Era bello anche guardarle le partite, da dietro la porta naturalmente, che se ci fosse stato mio padre sarei stato davvero felice. Era tempo di cambiare aria, del resto non mancavano richieste. In quel pianeta strano dove avevo preso dimora sin da ragazzo le voci giravano, andavano e tornavano indietro come in un cerchio, anche se sapevo che non sempre il cerchio è rotondo. Si trattava solo di saper ascoltare e aspettare, e soltanto l’ascolto e l’attesa riempirono i miei giorni in quel periodo. Presi l’accortezza di tenere sempre la mano fasciata anche dopo che era guarita, come se quella fasciatura proteggesse la mia coscienza. La voce arrivò in un mattino di noia qualunque e sapeva di libertà nuova. I bagagli li feci la sera prima di partire, senza salutare, solo un biglietto di buona vita a quelli che restavano. Un mese dopo prendevo il treno per Nizza. Dalla Gare de Nice-Ville tirai dritto senza fermarmi un istante che fosse uno fino al Boulevard des Jardiniers, sede sociale del Nizza calcio. Mi aspettavano. Sono qui per rimettere la chiesa al centro del villaggio, Le gardien de but et ça suffit!, così mi presentai, senza far troppo caso alle facce stupite che mi guardavano, del resto, pensai, sapranno anche qui che i portieri sono tutti matti. Poi chiesi conferma che i colori sociali fossero il rosso e il nero. Il giorno dopo ero sul campo con i nuovi compagni, fui il primo ad arrivare, appena qualche parola di saluto, una stretta di mano, qualcuno già mi chiamava Macaronì. Furono anni dolci quelli di Nizza, si snodarono come acque quiete di un fiume in una vallata verde, con i pioppi in fila e in alto l’eleganza delle rondini. Nizza mi si aprì come una città dove era possibile coltivare la mia solitudine, ma pure un luogo dove ogni domanda trovava la sua risposta. La squadra, salvata all’ultimo momento da grossi problemi finanziari, ora si denominava Olympique Gymnaste Club de Nice Côte d’Azur e ricominciò a volare a giuste quote e pure io ci misi del mio. Dopo qualche tempo non mi chiamavano più Macaronì, ma semplicemente Milò, le gardien de but et ça suffit! E io ne ero felice. Nessuna pressione, il tempo lo gestivo con la massima libertà, niente ritiri, niente cene sociali, convenzioni sociali al minimo di contratto. Questi i patti e andavano bene a tutti. Appena potevo, me ne salivo a guardare il panorama dalla Colline du Château, il punto più alto della città. Guardavo soltanto, senza dire, senza fare, fumando una sigaretta ogni tanto, mentre gli occhi mi si riempivano di tetti, di lunghi viali alberati, di spiagge chiare e alla fine un golfo. Altre volte consumavo a passi lenti la Promenade des Anglais, un lungomare che sembrava non dovesse mai finire, mi facevo invisibile tra migliaia di persone seguendo minuto dopo minuto la calata del sole. La promenade non mi vedeva solo in due occasioni, durante il carnevale e il giorno della Battaglia dei fiori. Troppa confusione. Non davo mai le spalle alla spianata del mare, dietro di me saliva la città con le sue case di vetro, io sceglievo la visione costante dell’orizzonte, sedevo sulle chaises bleues e guardavo lontano allo stesso modo che durante la partita quando osservavo le azioni più distanti dalla mia porta, quasi fossi un altro, quasi non fosse quello il mio posto. La pioggia, invece, mi portava verso il 164 di Avenue des Arènes de Cimiez, lì mi perdevo tra le sale del Museo Matisse. Sentivo l’acqua bagnare le strade, gli alberi, il volo dei passeri. Sedevo davanti a una Natura morta con libri e candela, chiudevo gli occhi e vedevo tutte le edizioni, in tutte le lingue del mondo, di Il rosso e il nero di Stendhal che aspettavano solo di essere lette ancora una volta.

Mi accostavo alle Maisons à Fenouillet, chiudevo gli occhi e vedevo le case dove non avevo mai abitato, ripensavo alla mia vita randagia, la mia casa era sempre stata una camera d’albergo, avvertivo l’assenza di un posto solo mio, una casa con i tuoi mobili, i tuoi vestiti, la tua musica, i tuoi ricordi. Guardavo la Femme à l’ombrelle, chiudevo gli occhi e vedevo tutte le donne che mi avevano aspettato invano e tutte quelle che invano avevo negli anni cercato. La Tempête à Nice era ascolto, pioggia, schiume d’acqua, gabbiani, il sud, il vento. Chiudevo gli occhi e vedevo la Petit pianiste, li aprivo e la musica mi danzava intorno, chiudevo gli occhi e sentivo il quadro suonare. Chi sapeva mi prendeva in giro e per qualcuno divenni Milò Matisse. E pure questo era bello. Mi divertivo con i giornalisti quando mi chiedevano quale fosse la mia dote migliore e io che, con una voce che veniva da lontano, rispondevo, Il silenzio. Mica era poco, almeno così mi sembrava e i loro taccuini vuoti erano per me come una serie incredibile di parate decisive. A un certo punto nessuno mi chiedeva più niente, io chiudevo gli occhi e vedevo i colori di Matisse e tutti i giorni della mia vita, anche di quella a venire, tutti rigorosamente in rosso e nero. Imparai con gli anni ad amare quella città e sentivo in ogni fibra del mio corpo che anche lei mi amava di un amore fatto di silenzio e di passi lenti. A volte mi viene da pensare davvero che Nizza sia stata l’unica vera donna della mia esistenza, quella che non avevo trovato, forse, alla fine, nemmeno cercato. Ma mi andava bene anche questo. Un giorno venni a scoprire che esisteva un inno ufficiale di Nizza, «Nissa la bella», cantata solo in nizzardo, una lingua bastarda che incuriosiva un uomo di un altro Mediterraneo come ero io. Me la insegnò, parola per parola, un vecchio marinaio del porto e cominciai a cantarla prima di ogni incontro. M’accorsi che portava fortuna. Era un altro segreto di Milò, le gardien de but et ça suffit! Così i giorni scacciavano altri giorni. Quando mi accorsi che era troppa fatica seguire le traiettorie del pallone non ne feci un dramma. Lasciai un biglietto di saluti sulla panca dello spogliatoio e mi feci ombra, quasi non fossi mai esistito. Non vidi più una partita di calcio da allora e nessuno mi chiese di farlo, nessuno mi venne a cercare. Che gli altri avessero compreso la mia voglia di solitudine fu la mia più grande felicità e per tutti divenni Milò, le solitaire et ça suffit! Al mio paese, in quel periodo, tornai soltanto per i miei morti. Ripresi la via di casa che ero abbastanza avanti con gli anni ed era già secolo nuovo, ma il mio calendario non segnava né giorni né lune. Pochi mi ricordavano, ogni tanto qualcuno mi chiedeva, Ma tu non sei il Gatto?, e io facevo di sì con gli occhi e tiravo dritto, ma un poco di piacere mi veniva. Il sabato pomeriggio andavo a vedere le partite delle giovanili, mi mettevo dietro la porta, muto come un pesce nell’acquario. Senza osare una parola parlavo, tra me e me, ai giovani portieri, Esci ora, Resta in piedi, Chiudi lo specchio, Guarda a destra, Guarda a sinistra, Vai adesso, è tua. C’era un ragazzino alto come una pertica, non era male, solo ancora un poco acerbo nei movimenti. Ogni tanto si girava e mi guardava e mi pareva che si comportasse come se potesse ascoltarmi o volesse spararmi. Avrei voluto gridargli, Ragazzo, pensa solo a fare il portiere, il portiere e basta. Può bastare, per tutta una vita. Forse perché i suoi guanti erano di colore rosso e nero, forse perché anche lui, senza ancora saperlo, era come me, un portiere e basta. Quando i nostri sguardi si incrociavano gli sorridevo come può sorridere un padre a un figlio, l’idea di un sorriso come quando ti viene incontro la luce del giorno e tutto può ancora accadere.

Forse, è già accaduto. Se qualche Padrenostro che è nei cieli si ritrova di buzzo buono, a volte accade.

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da Remo Rapino Fubbàll

© Remo Rapino, 2023 

© minimum fax, 2023 

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