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Robert Stone anteprima. Dog Soldiers

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La conclusione follemente illuminata di un reduce: “«Non sappiamo cosa stiamo facendo» (…) «Questo è il principio che difendevamo in Vietnam. È per questo che siamo andati in guerra»”.

Lo sfogo di un guru hippie: “È un mondo di merda. Le persone sono contenitori vuoti e malleabili”.

Il mondo dell’eroina degli anni 70: “«La gente di qui, amico mio… Sono così marci dentro che gli crescono addosso i funghi». Marge ebbe l’impressione che si stesse rivolgendo a lei. «Entri in una stanza piena di questa gente, ti guardi attorno, e ne vedi alcuni che ne sono coperti. Ogni centimetro di pelle, coperto di funghi verdi. Altri magari ce l’hanno solo su metà della faccia. Altri su una mano. Oppure sparsi qua e là in attesa di crescere»”.

Dog Soldiers, capolavoro di Robert Stone, ora in libreria nella nuova traduzione di Dante Impieri (Minimum fax 2023, pp. 427, € 19,00) cattura perfettamente l’atmosfera underground dell’America degli anni Settanta, quando spacciatori dilettanti e hippy si scontravano con poliziotti approfittatori e killer professionisti, e il prezzo della sopravvivenza era pericolosamente alto.

Robert Stone è una delle voci più rappresentative del dopoguerra americano. Influenzato da Conrad e Hemingway, spesso associato anche al gruppo dei Merry Pranksters, Stone ha scritto otto romanzi, due raccolte di racconti e un memoir. Le sue opere gli sono valse una candidatura al pen/Faulkner Award, due al Premio Pulitzer e cinque al National Book Award, ottenuto nel 1975 con Dog Soldiers. Minimum fax pubblicherà anche A Hall of Mirrors, Damascus Gate e la raccolta di saggi The Eye You See With.

A Saigon, durante gli ultimi giorni della guerra del Vietnam, un giornalista da strapazzo di nome John Converse pensa di trovare azione e profitto facendosi coinvolgere in un grosso affare di droga. Ma, tornato negli Stati Uniti, le cose gli vanno terribilmente storte.

Il libro di Robert Stone è il romanzo in parte autobiografico di un uomo che è stato coinvolto nella controcultura, ha visto il Vietnam come giornalista e fa collegamenti ingegnosi, fantasiosi e terrificanti tra guerra, controcultura ed eroina. Dog Soldiers inizia a Saigon e termina nel deserto della California, vicino al confine con il Messico, a sud della Death Valley, teatro del nascondiglio della Manson Family e degli ultimi minuti del film di von Stroheim Greed.

In Dog Soldiers Stone si è occupato delle implicazioni delle conseguenze di quel decennio sul maschio americano ma anche delle libertà e del nichilismo seguiti alla rivoluzione sessuale e alla guerra del Vietnam.

Stone ha una buona prosa narrativa e una descrizione di alto livello, il suo libro fornisce esperienze reali – fisiche, mentali, morali, sociali, politiche. Non è un esteta o un esibizionista ma, come Bellow, è un vero romanziere americano.

Stone ha sintetizzato alla perfezione le miserie di una generazione che ha visto infrangersi i propri valori, prima travolti dall’onda scura della guerra e poi risucchiati dal suo riflusso.

E in questo panorama instabile affiora il bisogno di lottare per emergere o per difendere quel che si possiede: “se non hai mai combattuto con tutto te stesso per qualcosa che desideri, allora non sai niente della vita”.

Carlo Tortarolo

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«Da quant’è che non vedi Coley?»

Coley era uno spacciatore che lavorava anche per il trasporto marittimo militare e aveva smesso quando era caduto preda delle crisi paranoiche. Hicks mandò giù la birra e si picchiettò il dente con la punta del dito.

«Coley?»

«Lo conosci», disse Alex.

«Bevevate qui assieme».

«Ah già», disse Hicks, osservando Alex. «Certo. Coley».

«Dicono che è andato in Messico».

«Ah sì?»

«Dicono che c’è andato con un sacco di soldi, perché doveva comprare qualcosa per qualcuno, ma poi li ha spesi tutti».

«Se li è giocati tutti, eh?» «Li ha spesi per la figa. C’è gente davvero incazzata con lui».

Hicks stava per dire che anche lui si sarebbe incazzato se si fosse trattato dei suoi soldi, ma lasciò correre. Non aveva mai sentito Alex che parlava di trafficare droga.

Quando il disco nel jukebox finì, le ragazze scesero dalla gabbia e si avvolsero in vestaglie ricoperte di paillettes. Una di loro veniva dall’Est dell’India e aveva la pelle color caffelatte e i tratti somatici di un bramino; andò a sedersi a un tavolo nero in compagnia di quello che sembrava un dirigente un po’ stressato.

«Quel tizio è un pervertito», disse Alex guardandoli. «La lega e poi la mena. E a lei piace. Sono due pervertiti».

Hicks si alzò in piedi.

«Non le voglio sapere queste porcherie», disse. «Non me le raccontare».

Tornò alla cabina telefonica attraversando gruppetti di neri che bevevano.

Cristo, quanti ce n’è, pensò.

Cercò di camminare in modo da non far spostare nessuno, e di non doversi spostare per far passare qualcuno. Si mosse con cautela tra i clienti neri proiettando un atteggiamento amichevole, ma gli sembrava che gli leggessero nel pensiero. Era gente strana.

Quando fu dentro la cabina bloccò la porta con il piede e cominciò a sfogliare l’elenco telefonico. Non ricordava quando aveva deciso di chiamarla. Stava succedendo e basta.

Il secondo marito di Etsuko si chiamava Eligio Robles, odontotecnico. Quando aveva deciso di lasciare Hicks, Etsuko si era iscritta a un corso di odontotecnica, dopo anni di faticoso risparmio. Ormai parlava sufficientemente bene l’inglese. Il dottor Robles, un filippino, era stato il suo primo datore di lavoro.

Borbottando tra sé compose il numero del dottor Robles. Rispose lei.

«Konbanwa Etsuko? Shitsurei signora Robles-san».

«Ah, sei tu».

Gli sembrò di avere davanti agli occhi un’immagine vivida del volto di lei mentre cercava con calma di determinare la natura di quella telefonata.

«Come vanno le cose?»

«Bene. E a te?»

«Sono appena tornato dal Vietnam».

«E com’è stato?» Non che te ne freghi un cazzo, pensò Hicks.

«Un bordello, una merda».

Lei non disse niente, ma la linea telefonica sembrò trasmettere il suo fastidio per le parolacce. «Come sta il dottorino?»

«Non sono affari tuoi».

«Ho dei problemi ai denti. Pensi che me li possa risolvere?»

«Non fare lo stupido».

«È un dentista, no?»

Si tolse di nuovo il dente e lo posò sul fazzoletto.

«Fa maliscimo».

«Perché sei così stupido?», gli chiese lei. Una rabbia gelida, d’avorio. «Sei ubriaco».

«Eh sì». «Non mi fai ridere. Cerca di non infastidire chi è impegnato e non ti sta infastidendo».

Lui decise di farle una domanda stupida.

«Non ti manco, Etsuko? Tu mi manchi, certe volte».

Riuscì di nuovo a vederla chiaramente; aveva la bocca contratta, in preda a un leggero tremore per l’imbarazzo e il disgusto.

«Lasciami vivere», gli disse. «Smettila di chiamarmi».

«Cristo, è da un anno che non ti chiamo. Anzi, di più».

«Quando ricevo le tue chiamate», disse lei, «penso che stai diventando uno straccione alcolizzato. È un peccato per un uomo intelligente come te».

«Sei proprio una merda», disse Hicks.

Etsuko riattaccò.

«Tu essele cazzo di uomo interigente», gridò Hicks. L’inglese di Etsuko era migliorato molto. «Sei proprio una merda».

Mentre rovistava in cerca di un’altra moneta, una ragazza nera con un cappotto in finta pelle si avvicinò alla cabina. Hicks le sorrise assente, dimenticando lo spazio vuoto che aveva al posto del canino in alto a destra. La ragazza lo fissò e sollevò gli occhi, mostrando le sclere e battendo rapidamente le palpebre sulle iridi. Vattene affanculo. Quando la ragazza si allontanò, Hicks si trovò a fissare gli altri del suo gruppo, tre ragazzi coi cappotti in finta pelle e grossi berretti dalle tinte pastello. Non sembravano divertiti.

«Stronzo», si disse.

tratto da Dog Soldiers, traduzione di Dante Impieri

© Robert Stone, 1974 Published by arrangement with The Italian Literary Agency and Massie & McQuilkin Literary Agents

© minimum fax, 2023

Tutti i diritti riservati

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