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Scrivere vicino agli ultimi. Intervista a Marco Peluso

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Marco Peluso, allievo di Antonella Cilento, ha esordito nel 2013 pubblicando il romanzo Viola come un livido (Damster); è stato inoltre ideatore e autore dell’antologia Macerie (Les Flaneurs), e Bambini in pausa (Meligrana). Alcuni suoi racconti sono usciti sul quotidiano Roma. Ha scritto racconti per le riviste Retabloid, Nazione Indiana, Micorizze, Salmace, Gelo, Narrandom, Blam, Grado Zero, Enne2, Pulpette e Il nido di gazza. Ha partecipato alla sessantottesima edizione del premio Napoli con il romanzo Piciul (Linea edizioni). Editor e ghostwriter, collabora saltuariamente con le scuole di scrittura creativa Lalineascritta e Saper Scrivere.

Mario Schiavone

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Sei uno scrittore con diversi libri all’attivo, e lavori anche come consulente editoriale, eppure continui ad attingere (anche)dall’immaginario della vita di strada per le tue storie: quanta vita vissuta finisce nelle tue storie scritte, quanta tecnica drammaturgica – appresa nei tuoi anni di formazione – resta fuori rispetto all’istinto del narratore?

Credo molto nella trasfigurazione del vissuto personale. Ognuno ha un modo personale per scrivere, per me è fondamentale l’introspezione: scavare a fondo dentro di sé, che si tratti di episodi vissuti in modo diretto, intimamente, o eventi esterni, vissuti direttamente o indirettamente. Viene da sé che, non essendo io un borghese e vivendo spesso ai margini della società le mie storie trattano spesso di persone emarginate: i cosiddetti ultimi.

Per quanto concerne la formazione ricevuta da Antonella Cilento, non ha mai intralciato con l’istinto che conduce a scrivere, anzi, mi ha aiutato molto, in quanto Antonella non insegna solamente mere tecniche di scrittura: lei, prima di tutto, insegna a essere lettori attenti.

Ti sei occupato anche di attivismo culturale, provando a mettere in piedi alcune piccole biblioteche di quartiere. Ammesso che esista – concretamente – una definizione utile di agitatore culturale, che valore dai al tuo impegno profuso nella fondazione di luoghi di lettura condivisa?

Sì, circa tre anni fa, invogliato da un amico (anche lui scrittore) mi sono lanciato assieme a lui e altre ragazze e ragazzi a ristrutturare una biblioteca presente in un Bene Comune al centro storico di Napoli, l’Asilo, un luogo bellissimo a cui tengo tanto, nonostante le sue contradizioni. Da 400 libri siamo passati a 3000, tutti donati, anche dalla mia maestra, Antonella Cilento. Oggi la biblioteca ospita ogni giorno studenti e lavoratori ed è sede di attività artistiche e culturali.

L’entusiasmo di giovani ragazze e ragazzi mi ha subito contagiato. Purtroppo, come in ogni realtà che insegue l’orizzontalità, dunque un sistema egualitario e senza vertici, sorgono anche tante difficoltà quali individualismi e voglia di gestire gli altri; dinamiche che fanno parte della vita e contro cui si lotta ogni giorno. Ma sono fiducioso, i giovani sono il futuro e chi vuole controllarli non ha vita lunga in luoghi di sperimentazione artistica come l’Asilo.

Spero che presto si possa ampliare il prestito dei libri anche alle persone del quartiere e non solo a studenti e studentesse, perché quando ho iniziato a ricostruire questa biblioteca avevo nel cuore una sola immagine: Cosimo Piovasco di Rondò che cambia il cuore del brigante Gian dei Brughi grazie ai libri.

Quali sono gli autori classici da cui non vorresti mai separarti? Quali gli autori contemporanei viventi che senti a te più vicini?

Beh, ne sono tantissimi, in particolare tra gli autori classici amo Victor Hugo, Bulgakov, Dostoevskij, Dickens, Kafka e Arpino, ma ce ne sono tantii altri, tra questi come non menzionare anche il poco conosciuto Bruno Schulz, di cui abbiamo pochissimo. Riguardo ai contemporanei viventi, di sicuro non potrei fare a meno di Jean Baptiste Del Amo e di Hang Kang, ma rimpiango anche penne come quella di Antonio Franchini, che purtroppo ormai si dedica per lo più alla saggistica, anche se tra tutti mi sento di nominare quella che secondo me è stata la più grande scrittrice contemporanea, purtroppo scomparsa di recente: Marosia Castaldi.

Che rapporto hai con il cinema e i fumetti? E quali sono i tuoi autori preferiti di questi due medium narrativi?

Per quanto riguarda i fumetti ho una scarsa cultura. Mi piacciono, sì, ma le mie scarse finanze non mi permettono di acquistarne come vorrei. Sono stato un lettore vorace di Dylan Dog e di Tex, ma amo tantissimo fumetti più costosi come quelli della Marvel e della DC; in particolare mi affascinano gli antieroi come Batman o Wolverine.

Riguardo al cinema, non potrei viverne senza. Il mio film preferito è senza dubbio Il settimo sigillo di Ingmar Bergman. Faticherei a elencare tutti i film che adoro, dunque ne menziono solo alcuni: Leon e Nikita di Besson, ma anche il meno celebre Subway, con un bravissimo Lambert come protagonista; Frantic di Polanski e Taxi driver di Scorsese; pietre miliari come Blade Runner o capolavori sottovalutati come Bad Boys, con un giovanissimo Sean Peen o un altro film in cui è protagonista assieme al magnifico e camaleontico Gary Oldman, Stato di Grazia oppure L’orca assassina di Anderson con un commuovente Richard Harris o lo sperimentale Nel labirinto del fauno di del Toro. Adoro il cinema di Tarantino e reputo le sue sceneggiature siano capolavori, al pari di quella di un film per me feticcio, ossia Rocky. Insomma, ne sono troppi per elencare, non disdegno neppure i film Blockbuster come quelli della Marvel né le pellicole comiche: in particolare adoro i fratelli Coen e i Monty Python. Riguardo al cinema d’oggi, purtroppo lo reputo poco all’altezza rispetto a quello degli anni passati. Ogni tanto però ci sono piacevoli eccezioni, come Joker di Phillips o The Whale, con un sorprendente Brendan Fraser.

Quando gli scrittori non scrivono si occupano della vita quotidiana. O forse no. Per te esiste altro oltre alla scrittura e alla lettura di storie?

Esiste tanto, tantissimo, ed è giusto che sia così. A meno che uno non si chiami Georges Simenon, dubito degli scrittori troppo produttivi: scrivere e pubblicare un romanzo all’anno non è cosa semplice, figuriamoci pubblicarne anche di più. Non è una questione di tempo ma di rispetto e dedizione verso una singola opera.

Ovviamente è solo il mio pensiero e ci sono piacevoli eccezioni.

Un tempo scrivevo tantissimo e di getto, infatti ho rimosso quasi tutte le pubblicazioni effettuate prima di iniziare il mio percorso di studi con Antonella Cilento.

Io non saprei vivere senza i rapporti umani. Sono un solitario, sì, ma anche un “animale da palcoscenico”. Adoro vedere le persone che amo, passare tempo con loro, parlare con i giovanissimi. Inoltre, sempre all’Asilo, oltre a spendermi per la biblioteca e altre attività dello spazio mi adopero con passione e amore in un percorso di educativa territoriale rivolto a un gruppo di adolescenti del quartiere San Gaetano e di Forcella definiti da alcuni, di certo dai borghesi, “ragazzi di strada”.

Loro contano tantissimo per me, sono ragazzi speciali e gli voglio un grande bene. Forse un giorno scriverò qualcosa a riguardo.

Come organizzi la tua giornata da scrittore, quando hai delle storie da consegnare?

Non le organizzo e fortunatamente non ho mai storie da consegnare in base a una scadenza. Lavoro come ghostwriter ed editor e in questo caso, per quanto possibile, cerco di essere preciso con le scadenze, ma per la mia scrittura non ho regole né padroni: anche perché le scadenze arrivano solo quando diventi un “dipendente” di un grande editore, obbligato a sfornare un romanzo ogni anno; e per quanto io (ovviamente) spero di arrivare a un grande editore, non intendo minimamente diventare questo tipo di scrittore.

Scrivo ogni giorno, sì, che siano pensieri o testi per lavoro, ma oggi mi dedico alle mie cose solo quando ho tempo e sono davvero convinto di voler scrivere qualcosa di importante. Quando ne sento il bisogno, insomma.

Ultimamente, mi sono dedicato per lo più ai racconti, ma ho un romanzo “nel cassetto” da riprendere, oltre a quattro testi inediti di cui ancora non so cosa farne.

L’importante è scrivere ogni giorno, fossero anche pensieri, e leggere tanto e bene.

Quale monologo teatrale, poesia o racconto non scriveresti mai?

Bah, credo siano troppi per elencarli. Dai romanzi rosa o quelli adolescenziali fino ai gialli privi di un vero stampo letterario ma che vendono tanto. Esiste tanta cattiva narrativa e va detto. Non mi riferisco certo ai libri scritti dai VIP, che non hanno alcuna pretesa letteraria, al pari di un romanzo di Volo o di Moccia; il problema oggi, qui in Italia, sta in alcuni testi che si spacciano per alta letteratura quando invece, a conti fatti, nonostante i prestigiosi premi vinti non possono neppure sfiorare la grandezza de Il conte di Montecristo di Dumas, romanzo che nell’ottocento era semplice letteratura di intrattenimento.

Il dislivello è lampante.

Per capirci ed essere sincero, non scriverei mai Fedeltà di Missiroli, La più amata della Ciabatti, Magari domani resto di Marone o anche un City di un grande scrittore come Baricco che, purtroppo, nei propri testi mette meno che la metà del bravissimo scrittore che potrebbe essere.

Insomma, la lista è lunga. Non che io mi reputi migliore, semplicemente quel tipo di scrittura non fa per me, non mi rispecchia nella forma e nei contenuti.

Credo che oggi abbiamo perso la capacità di guardare la totalità del mondo, come i maestri della letteratura dell’ottocento. Siamo troppo concentrati su noi stessi e non nella maniera kafkiania, in cui il dramma individuale diventa sociale, bensì in un modo infantile che porta spesso chi scrive a sfociare nel vittimismo e nella celebrazione di se stesso, oppure in storie leggere che non ci scandalizzano, persino quando sono dolorose o cruente.

In fondo, alla fine della corsa del vivere quotidiano, tu perché scrivi?

Non lo so. Ci sono tante frasi fatte per rispondere a questa domanda, la prima riguarda il bisogno; poi ci sono quelli che sentono i personaggi parlare, a mo’ di possessione, o ancora chi dice che senza la scrittura morirebbe.

Io oggi, dopo un tumore a un polmone e un’operazione importante, posso dire di non saperlo più. Di certo scrivo per incidere su carta una parte di me o qualcosa che reputo importante, come nel caso di Piciul, uscito nel 2021 per Linea Edizioni e scelto dalla giuria tecnica della 68° edizione del Premio Napoli.

Lì a smuovermi fu il vedere cinque ragazzini italo-rumeni appena sedicenni uscire come se nulla fosse, alle undici di sera, da un internet point nella duchesca in cui si spacciava droga.

Forse scrivo quando qualcosa, che mi riguardi direttamente o no, mi reca troppo dolore da sopportarlo: qualcosa che non posso tacere e devo assolutamente condividere.

Credo che Simenon avesse ragione: scrivere non è una professione, ma una vocazione all’infelicità.

Ti andrebbe di parlarci del tema che affronti nel tuo prossimo romanzo in uscita?

Il romanzo si intitola Tempi dipinti e uscirà a breve per Antonio DelliSanti editore.

Ehi, usciamo con una tiratura da mille copie, okay? Dunque datevi da fare e vediamo di andare presto in ristampa.

A parte gli scherzi, è il primo romanzo che scrivo a quattro mani, assieme alla mia migliore amica, Noemi Cognigni, in arte Gherrero, attrice e presentatrice televisiva che per due anni ha condotto – guarda caso – un programma su Rai Tre che parlava proprio di storie: Le parole per dirlo.

È importante precisare questa cosa per dire come questo romanzo sia nato da una coincidenza speciale.

Ho conosciuto Noemi circa cinque anni fa: una bellissima attrice dalla vita dinamica, piena di conoscenze, che andò a vivere accanto a uno scrittore sciatto e in un certo senso misantropo, divisa da lui soltanto da un muro.

Eravamo due realtà così diverse, eppure ci siamo ritrovati simili in molte cose. Siamo diventati subito più che amici, uniti in una simbiosi speciale che neppure una lite durata due anni ha potuto cambiare.

Durante le nostre cene è nato il desiderio di scrivere qualcosa assieme e così sono spuntati fuori Miriam e Milan: lei, bellissima pittrice napoletana che lotta per avere successo, scontrandosi con un mondo patriarcale; lui, suo vicino di casa, un solitario albanese che passa le notti ascoltando musica, lontano da tutti.

Inutile dire che nei personaggi c’è molto di noi, come nella storia stessa. Una ragazza che apparentemente vive una vita perfetta ma è sola quanto Milan: una vita fatta di mostre, amicizie fasulle, sorrisi di convenienza e un’altra, celata al di là della maschera da pittrice famosa, in un cui è una persona sola che lotta con una madre depressa e una sorella minore ridotta a una sconosciuta, aggrappandosi al ricordo di un padre perduto quando era appena una adolescente.

Non si tratta solo della battaglia di una donna contro un sistema patriarcale di cui, inconsciamente, si renderà parte, ma della lotta interiore di una ragazza che dovrà scegliere tra il denaro e l’arte e l’essere umana oppure solo un’opera perfetta che può essere soltanto ammirata, ma non vissuta; così come Milan sarà chiamato a scegliere tra il restare nella propria tana, rimuginando sul passato, o scegliere di tornare a vivere, per quanto rischioso sia.

Non avevo mai scritto nulla a quattro mani e questo è il primo lavoro di Noemi in qualità di scrittrice e posso dire che se l’è cavata davvero bene, benissimo.

Sono felice di questo lavoro e di questa esperienza e spero che Miriam e Milan possano entrare nei cuori dei lettori.

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