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Simone Salomoni. Operaprima

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Quando leggo un libro spesso mi diverto a immaginarlo oggetto. Un gioco bambino che mi aiuta a classificare le letture, ricordarle nel tempo. Nel caso di Operaprima, la prima immagine balzata alla mente è quella di un prisma ottico.

Una piramide dai bordi spigolosi, taglienti, pericolosi ma in grado di riflettere una luce vivissima le cui sfumature riverberano sulla retina anche a sguardo distolto. Un fascio spettrale appunto, multiforme, di colori e rifrazioni sfaccettate, incanalate, compresse, sommate per dar vita a una nuova folgore, questa volta bianca, di un bianco purissimo, totale, una forma di splendore unificato che rimanda al colore summa di ogni colore, quel primo abbaglio generatore di vita, fuga, liberazione. Lo stesso punto di bianco che ritorna anche in copertina, con quella goccia di acrilico concentrato che spicca al centro di una tela nera, compendio di una riflessione che deve aver portato grafico e autore a propendere per una scelta coraggiosa, inusuale, lontana dalle meccaniche commerciali che tutto prevedono esposto, esplicitato, banchettato alla miglior forma di comprensione.

«…quando scegli l’arte, non puoi amare le persone come le persone vorrebbero essere amate, non puoi avere la grazia dell’amore e la gloria dell’arte, non puoi perché non appartieni completamente a te stesso e quindi non puoi appartenere del tutto a nessuno; diventa necessario trovare altre strade, altre vie, forse bisognerebbe trovare altri nomi, nuovi nomi e nuove possibilità, farlo davvero.»

Con quest’Operaprima (nomen omen) Simone Salomoni sembra voler compiere un atto di epurazione. Rimuovere tutto il superfluo, farsi prisma senziente di una storia che inizia abbracciando sfumature e generi diversi per poi gradualmente spostare e ridurre la sua focale nella direzione della domanda generatrice: cos’è l’arte? Cosa siamo noi in relazione all’opera e, soprattutto, può l’essere umano stesso, divenire un’opera d’arte?

Sia ben chiaro che qui si resta comunque nella forma romanzo, non aspettatevi dunque nessuna escursione saggistica o boriosi sproloqui onniscienti, la direzione intrapresa dall’autore è una ricerca mai fine a se stessa bensì legata in maniera inscindibile alle gesta dei personaggi qui proposti. Anche sotto questo aspetto, la traccia minimalista resta coerente: tre persone a tenere in piedi tutto -Marie Bertrand, Simone Salomoni e il pittore-, quest’ultimo anche voce narrante dei fatti. Ci troviamo sull’Appennino bolognese, più precisamente a Monghidoro, luogo di nascita dell’autore che, in questa porzione di villa sperduta sui colli, dimostra di trovarsi più che a suo agio nell’alternare una sequenza di situazioni in cui affetto, crudeltà, comprensione, erotismo e ambizione, si sciolgono nella quiete bucolica della cornice naturale.

Tra pomeriggi assolati e gite al fiume, la fulminazione è questione di pochi sguardi. Il corpo di Simone è un tributo alla perfezione in divenire: capelli biondi, fluenti, un corpo longilineo di giovane fauno e quell’aura da minorenne annoiato che ha già capito come girano gli squallidi ingranaggi dello stare al mondo lo fanno somigliare a una sorta di Elliot svagato ma il legame che si andrà a creare tra i due protagonisti sarà qualcosa di ben diverso da quello che inizialmente potrebbe intuire il lettore. I rimandi alle atmosfere alla Aciman si esauriscono negli scorci di quiete e nelle rifrazioni di un’estate che si compie nel silenzio dell’isolamento. L’artista ha una serie di opere da portare a termine in vista dell’esposizione invernale che si terrà a Bologna e, come non bastasse la pressione per la consegna imminente, Simone diverrà il soggetto per un ritratto commissionato dalla stessa Marie.

«Non uso colori, pennelli, medi, olii, incido il nero e appare l’oro ovvero la luce, appare per sottrazione, ad avere valore e fascino è l’ombra; è ciò che resta nascosto, che non è inciso a dare consistenza alla composizione, ai segni, alle forme.»

Fascino e decadenza si alternano nella figura del ragazzo, ancora minorenne ma già abituato a prestare il suo corpo per shooting fotografici e prestazioni di altra natura e sarà proprio nello studio del suo corpo, in apparenza perfetto, che il nostro scoprirà l’esistenza di cicatrici appartenenti a un malessere pregresso da cui il ragazzo non riesce a trovar liberazione se non attraverso la scrittura di brevi racconti.

Salomoni è docente di scrittura creativa e la sua abilità nel padroneggiare la parola si evince nella messa in scena di una prosa monolitica che riempie gli spazi pur mantenendo un ariosità e una naturalezza nell’esposizione che ammalia e cattura come sabbie mobili: più si cerca di venirne a galla più se ne viene irrimediabilmente trascinati a fondo. Il lettore, inizialmente accolto da pagine che hanno il ritmo e il tono di un’intima confessione, è gradualmente travolto, infine stravolto, dal mare magnum onirico di pulsioni e riflessioni che si divertono, nonostante la nera cornice dai bordi sempre più asfittici, a passare il testimone da un punto di vista giudicante, apparentemente succube (il pittore), ad estremismi narrativi di lacerante maestosità (i racconti del giovane Simone).

«…ho compreso che attraverso Simone avrei potuto assolvere la mia missione d’artista; Simone era una tela, non una tela bianca, vergine e immacolata ma una tela segnata, sporca e tagliata e per questo più interessante; scoprire il temperamento di Simone mi ha reso ancora più sicuro e consapevole del valore dell’opera che potevo realizzare, un’opera a tutti gli effetti; Simone non mi avrebbe vissuto passivamente, come una semplice tela, una tela come tante, Simone poteva essere opera e artista, un privilegio di pochi, forse nessuno.»

Scomodare autori e narrazioni affini sarebbe potenzialmente limitante, Operaprima è, in primis, un’opera ibrida e totalizzante. Un artefatto di spietata bellezza dotato di un’ossessiva fascinazione verso gli insondabili buchi neri della natura umana, la cui imponenza fa perno su un concetto di verità e messa a nudo delle pulsioni, delle paure primordiali, delle sincopi viscerali di cui ogni uomo, prima o poi nell’arco di una vita, è chiamato a render conto.

Se il coraggio dunque, a quanto detto in un passaggio del romanzo, è l’unica caratteristica che può rendere un’opera superiore ad un’altra, sarà il caso di togliersi il cappello al cospetto di quest’unione tra creatore e creazione che non ha timore ad accollarsi il rischio dell’impresa e, così facendo, guadagnarsi uno spazio nella wunderkammer dei prodigi destinati a restare.

Stefano Bonazzi

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Operaprima

Simone Salomoni

Alter Ego Edizioni

17,00 euro — 176 pagine

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