Straniamenti con Herzog e Michaux

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Tra due immagini, tra due fotogrammi di un film, si nasconde il senso: uno spaesamento del margine che lampeggia nel flusso della storia. Come uno spazio “vuoto” che dice, che indica, che suggerisce che rimanda. Un “niente”, un’intercapedine di nulla-altro che si aggiunge alla rappresentazione.
Fatto il piccolo trampolino ecco il salto in due autori: Werner Herzog ed Henri Michaux, la cui “parentela” m’è sbattuta sugli occhi ieri in metropolitana ascoltando il rumore di fondo meccanico del treno e l’emergere delle voci dei passeggeri.

In un film come Fitzcarraldo (ma anche negli altri, si pensi ad Aguirre) la Natura – il basso continuo della Natura – è talmente terribilmente preponderante da smarrire l’umano, risolto così a puro accidente, negato a ogni riferimento o contesto culturale.
Ne La conquista dell’inutile Herzog scrive: (…) e i colossali alberi intricati si artigliano uno contro l’altro come in una gigantomachia, da orizzonte a orizzonte, tra le esalazioni di una creazione che qui non si è ancora conclusa. Trasudano nebbia, spossati, si ergono in questo modo irreale, in una miseria irreale – e io, come nella strofa di una poesia in una lingua sconosciuta che non capisco, mi ritrovo a provare un profondo terrore.
Tra un fotogramma e l’altro, tra una parola e l’altra, si apre un vuoto che aggiunge. Lo smarrimento e la negazione riconduce a sé – uomo, io, persona, cittadino, individuo (culturale)…
Come Herzog, Henri Michaux costruisce con Viaggio in Gran Garabagna una “mostruosa” macchina di straniamento. Il libro non è altro, infatti, che un denso catalogo di immaginarie culture umane che vivono in questa generica regione detta Garabagna. E sono culture – descritte con precisione in tutto il loro dispiegarsi di caratteristiche, leggi, consuetudini, divieti, prescrizioni, culti – talmente “altre” da generare dalla lettura sgomento e smarrimento. Sì, perché in quelle culture non c’è nulla, se non il comun denominatore dell’uomo, che possiamo riconoscere come a noi famigliare. Per cui, dallo smarrimento, dall’angoscia che prende alla gola passando in rassegna quelle “assurde” culture, da intercapedini buie prendono corpo i pensieri sul Noi, sulla nostra cultura, sulla nostra appartenenza, quasi come se fossero un rassicurante rifugio, da sottoporre dopo a “revisione”, a messa in discussione.

Due azzeramenti che servono a rileggere l’uomo, l’individuo. Il lettore.