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Anteprima. Nadia Busato. Padania blues

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Nadia Busato, già autrice dei libri Se non ti piace dillo. Il sesso ai tempi dell’happy hour e Non sarò mai la brava moglie di nessuno, torna nelle librerie da domani 4 giugno con il romanzo Padania blues edito da SEM e che stasera alle ore 19:00 verrà presentato su The Buzz, nuovo format crossmediale per raccontare e vivere i libri trasmesso sui canali FB, IGTV e YOUTUBE della casa editrice.

Partendo da un episodio di cronaca – assurdo come solo la realtà è in grado… – l’autrice ci racconta il profondo Nord della Macroregione, quello Padano e nazionalista, spocchioso e un po’ ottuso, che assomiglia tanto a certo Sud, dove essere donna, o essere gay e essere giovani e sfrontati rischia di tramutarsi in un problema serio.

Quello della Busato non vuole, io credo, essere un atto d’accusa verso la terra da cui lei stessa proviene, ma uno specchio in grado di riflettere la difficile condizione di tutte quelle ragazze piene di sogni, con un desiderio sfrenato di emancipazione e che tante volte non ce la fanno.

Certe cose fanno più rabbia se le hai vissute sulla tua pelle, e che sia la Aberdeen di Cobain, la Charleville di Rimbaud, o una delle tante province italiane non conta, soprattutto quando si è molto giovani. La provincia è quel pozzo che tanto più è profondo, tanto meno si sentono le grida di chi vi è sepolto.

Queste lande dai nomi cacofonici sono tutte uguali, e chi vi è cresciuto ha una faccia che la riconosci. Non esiste latitudine che possa confonderti. Se ci sei nato, non ti possono fregare. Quando incontri un tuo simile, un altro che viene da quel posto lì, lo saprai e basta.

Non importa quanta strada tu, o lui, abbiate potuto fare. Per certe cose non esistono tachimetri. La provincia è una giubba, uscirne una guerra. Alla fine siete commilitoni… Sud, Nord, non importa… i ricordi comuni, le delusioni, la pulsione di morte che ti ha spinto ad andare e tornare un milione di volte, queste cose ti disegnano i connotati, ti storcono le dita, diventano chi sei e non te le toglierà mai nessuno.

E il cuore della provincia – in queste pagine – si chiama Ogno, il paese sempre immerso nella nebbia.

Qui vive Barbie la più bella di tutte che sogna un seno nuovo, di fare la velina, la televisione… E poi Maicol, l’amico gay; Ric, il padrone del salone Hair&Beauty e Gian, l’ex di Ric.

E poi il padre di Barbie, che ha inseguito il sogno di un amore in Ucraina, di cambiare vita, aprire un ristorante ed è rimasto fregato.

Tutti aspettano come dormissero sulla collina di Spoon River.

Il sogno, quella filigrana sottile e ammaliante che in provincia sembra sempre così distante e inafferrabile è il vero protagonista di queste vite.

Il serpente che striscia tra loro.

Barbie lo sa, e vuole di più. Lo vuole Maicol, che pensa che una macchina con i cerchi in lega, il petto depilato, le scarpe giuste, siano quello di cui ha bisogno per allontanarsi.

Tutti sognano qualcuno o qualcosa che se li porti via, come oggetti smarriti.

E questo è il blues che ci propone la Busato, con il suo giro sempre uguale. Ossessivo e suadente, scandito con una prosa veloce, nervosa a tratti, molto leggera. A lungo, questo libro sembra puro intrattenimento, di quello che torna buono in quella molle sospensione che è l’estate. Solo alla fine ci raggiungerà il messaggio, avvolgendoci in una spirale malinconica. Il blues è così: il latrato di chi è stato colpito così tante volte, che le urla si sono fatte canto.

Pierangelo Consoli

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Di seguito un estratto in esclusiva di Padania blues.

 

Nadia Busato

«Ohi, ma’. Io vado, non aspettarmi che sono a Milano a un provino. Hai capito?!»
Barbie esce di casa senza attendere la risposta. È un po’ che non ha più bisogno di permessi per fare quello che le pare.
Si stringe nella sciarpa e sistema gli auricolari sotto al cappellino. Ci sono persone a cui le cuffiette non escono mai dalle orecchie. Nemmeno quando corrono. O fanno le capriole.
A Barbie, invece, le cuffiette non restano mai indosso.
Così ogni tanto deve controllarle perché basta anche solo la vibrazione della camminata spedita verso la fermata dell’autobus a farle sobbalzare fuori dai suoi padiglioni. Le piace sentire la musica. Nella sua testa, immagina coreografie di cui è indiscussa protagonista: la nuova Jennifer Beals italiana.
Ovviamente, Barbie non ha la minima idea di chi sia Jennifer Beals, anche se dalle remote distanze galattiche che la separano dagli anni Ottanta può esserle giunta, tramite i palinsesti a risparmio della tivvù generalista, un’eco vaga di tutto ciò che l’ha resa iconica, come il body supersgambato, o i passi della coreografia sulla colonna sonora da Oscar, o il fatto che quella commediola, sparata a tutto volume nei cinema del mondo nel 1983, sia stata il punto esatto in cui pornografia ed emancipazione femminile si sono scontrate e hanno fatto cortocircuito. Perché se è pur vero che lei era una proletaria saldatrice di soli diciotto anni con un evidente passato di disagio e una bassa istruzione, che sognava Broadway mentre lavorava in catena di montaggio, è altrettanto vero che il suo riscatto esigeva come tributo una mise super hot e passi di danza conturbanti.
Sono così simili, Barbie e Jennifer, che se qualcuno dovesse fare un bilancio di quanto è cambiato il mondo per le ragazze di provincia carine che vogliono farcela in una città più grande, quelle che non aspettano nessuno per esigere dal destino la grande promessa che gli è stata riservata, dovrebbe concludere che per Jennifer ieri così come per Barbie oggi, con almeno due generazioni di mezzo, il prezzo da pagare è rimasto lo stesso. Qualsiasi cosa il destino abbia in serbo per te, per ottenerla ti è richiesto il medesimo sacrificio di sempre: il tuo corpo. Di fronte alla mela proibita, come donna sei vittima e colpevole nello stesso istante: sei Eva e sei il serpente.
Non ci sono paradisi per le ragazze che vogliono bastarsi da sole, che credono in se stesse più di quanto non credano nella fortuna, nell’amore, nell’obbedienza, negli uomini.
Ma Barbie tutto questo non lo sa: nessuna vaga eco di femminismo l’ha mai raggiunta nella sua breve vita. Non conosce la differenza tra matriarcato e matricentrismo: conosce solo un mondo in cui alle donne sono riservati margini periferici di controllo e di ricatto, a cui è permesso esistere solo per mantenere intatto un sistema in cui non decidono niente. Barbie è giovane e bella ed entusiasta e forte e ottimista e non sa che tutti i suoi pensieri sono stati formati da un’educazione che non prevedeva un modello alternativo, un altro posto per lei, un sogno diverso. E siccome non conosce niente di tutto questo, ignora anche che Jennifer Beals all’apice del successo chiuse la porta a Hollywood per rintanarsi in biblioteca e prendere una laurea in letteratura, e che scelse consapevolmente ruoli provocatori, come quello della lesbica cool di The L Word. Barbie non sa niente di tutto questo e perciò noi non sapremo mai, se lo avesse saputo, quale sarebbe stata la sua reazione: interesse? Rifiuto? Turbamento? Indifferenza?

In questo momento, con l’illusione di una relazione che forse la traghetterà verso il posto che le spetta di diritto nel mondo, esattamente come la barca di Caronte, Barbie va.

She’s a maniac, maniac on the floor. Alla fermata dell’autobus, in un’attesa carica di promesse, l’epifania prende vita nella sua testa: sulla statale grigia, trafficata, inesorabile, il suo fiume di cemento, appaiono due file di ballerini in costumi glitterati impegnati in evoluzioni e spasmi muscolari sotto i riflettori di un set televisivo; e proprio al centro di tutto c’è lei, bellissima, radiosa, splendente, amata. Sorride a labbra tirate tra il cappellino calato sugli occhi e la sciarpa.

L’arrivo dell’autobus la riporta in sé: i ballerini spariscono rapidi tra le quinte della tabaccheria e del benzinaio e Barbie finalmente si accorge del ragazzo che le sta a fianco. Se ne accorge perché lui non la guarda. Nel senso che intenzionalmente e fermamente non la guarda e fissa davanti a sé con così tanta determinazione che per chiunque sarebbe ovvio che il centro del suo interesse è proprio lei, Barbie, con gli auricolari sull’orlo del lobo e le mani calate nelle tasche fin quasi a sfiorarsi tra loro.

Barbie sale sull’autobus per prima, smozzica il suo mezzo sorriso d’abitudine all’autista in quanto maschio e si dirige con risolutezza verso il fondo. Penultima fila, finestrino di sinistra. Il ragazzo la segue, accomodandosi una fila più avanti, posto di corridoio a destra. Abbassa il bracciolo. Barbie raccoglie le ginocchia, avanza col pube fino al limite della seduta e incastra le gambe contro il sedile di fronte, in129 crostato di chewing-gum, un mix di sostanze non identificate, scolorina e scritte con l’UniPosca di nomi, date e consonanti in sequenza puntate.
Mentre la playlist le scorre nelle orecchie coprendo a malapena i cigolii del vecchio bus che arranca come un mulo dopo decenni di onorato servizio extraurbano, Barbie non perde d’occhio il ragazzo che, immobile, fissa la strada. Arrivano all’altezza della prima grande, vorticosa rotonda su cui svetta il cartello che annuncia l’ingresso in città e che inaugura il rosario di altre vorticose rotonde che scandiscono la strada verso la stazione sfiorando appena il centro abitato e lambendone i margini dove non esistono edifici da ricordare ma solo palazzoni frustati dal tempo e dalle intemperie, che tutti insieme si ammassano in una periferia grigia incombente come le recinzioni di una prigione sul piccolo centro, antico e indifeso, protetto dai suoi stessi abitanti, illusi che conservarlo intatto e proteggerlo dalla modernità è più che sufficiente per sentirsi parte di qualcosa di comune.
Perfino una parrucchiera di provincia, senza talento e senza disciplina, si rende conto che la contemplazione di poche rovine di un passato descritto solo per aneddoti e qualunquismi non basterà mai a compensare la percezione che le crepe si stanno allargando e presto arriverà il crollo.

© 2020 SEM – Società Editrice Milanese

Photo credits: Ilaria Vidaletti

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