Anteprima. Mariantonia Avati. A una certa ora di un dato giorno

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«Il giorno in cui una donna scopre se stessa è la fine. Da quel momento in poi saprà scegliere di aver cura di sé, dei propri pensieri. Se questo dovesse accaderle – e non è augurabile che succeda –, imparerebbe a non rendere conto al senso di colpa. Ogni equilibrio si romperebbe e il sentimento trascinerebbe la ragione dalla propria parte.»

Mariantonia Avati, produttrice cinematografica e autrice – ha esordito per La Nave di Teseo con Il silenzio del sabatotorna in libreria a partire da oggi con il romanzo A una certa ora di un dato giorno edito da La Nave di Teseo, di cui Satisfiction presenta un estratto in anteprima.

I temi della forza dell’amore e della tenacia femminile sono al centro di una ricca trama dove l’autrice con rara sensibilità e una scrittura schietta che non fa sconti, conduce il lettore nel mondo di Emma, la protagonista, che a un certo punto si troverà a fare i conti con se stessa e la sua fragilità di donna.

Emma fa un sogno ricorrente che scrive e riscrive, così il sogno si arricchisce di sempre nuovi particolari. «Durante il sonno mi guardo con onestà» – dice a se stessa mentre ripercorre il sogno d’infanzia dove cerca di riordinare la giusta sequenza così da potersi “salvare”. Ora però Emma non è più una bambina, è adulta, sposata con Luca e un giorno, nella loro vita di coppia, nel loro matrimonio apparentemente “normale”, arriva senza alcun preludio l’infelicità. In preda al senso di colpa di una condizione che ormai rivela i contorni chiari della malattia, Emma resiste con tutti i mezzi a sua disposizione, fino a quando lo spirito del “disagio” la contagia e si convince di poter aiutare Luca. Il passato del marito non è semplice, le scelte sbagliate, il fratello morto di leucemia da giovane e una tomba dove piangere poi, luogo del compianto che manca a Emma che pure quando era adolescente ha perso il padre di cui il corpo non fu mai trovato. Emma prova “compassione” per Luca e a un certo punto anche il suo istinto di sopravvivenza sembra abbandonarla così cade preda di antichi sensi di colpa che la rendono vittima di una situazione troppo complessa da affrontare da sola. O forse Emma è “soltanto” una donna innamorata che cerca di fare di tutto per salvare il suo matrimonio sull’onda di un amore speciale, quello che la vede legata a Luca. E salvando lui e se stessa vuole provare a scrivere un nuovo finale per una storia che meriterebbe il lieto fine. La difficoltà di accettare che le cose possono cambiare, che la felicità (anche quella di coppia) è una conquista continua che non ammette di vivere di rendita o bei ricordi, la manipolazione affettiva, sono temi importanti di questo romanzo di Mariantonia Avati che porta i suoi protagonisti a interrogarsi sempre su quale sia la scelta giusta e soprattutto su cosa sia il sentimento dell’amore vero. Emma, cresciuta tra le favole illustrate della madre dove l’amore vince su tutto, potrà decidere se accettare il destino che le spetta o cambiarlo, ma solo dopo aver aperto tutte le porte che conducono alla consapevolezza piena, alla verità della sua esistenza e il lettore lo farà con lei, rapito dalla scrittura intensa della Avati che si rivela maestra nell’indagare i confini dell’animo umano e del cuore, il luogo dove risiedono le uniche risposte possibili.

Silvia Castellani

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Quel giorno smisi di avere paura. E non fu per l’insorgere di un inatteso coraggio, ma perché improvvisamente, dopo mesi di prepotenze, per la prima volta non mi sentii più sostenuta dalla speranza. Capii che niente sarebbe cambiato in meglio, e che l’aggressività che stava ormai manifestandosi con frequenza crescente, prescindeva da me e da qualsiasi mio atteggiamento, e per questo motivo sarebbe stato impossibile evitarla.

Nell’arco dell’ultimo anno mi ero illusa di poter arginare lo stato delle cose, imparando a non offrire mai e in alcun modo pretesti.

Con lui ero gentile, mio malgrado, sorridente nonostante tutto. Evitavo di soffermarmi sulle sue bugie frequenti, le incoerenze imbarazzanti.

Ingoiavo amor proprio e dignità, e ogni boccone mi attraversava l’esofago lasciando una nuova ferita, sempre più dolorosa della precedente. Mi ero allenata, con la stessa costanza di un atleta, a sopportare quel senso d’ansia che tende i muscoli e fa fremere gli organi, mentre il sangue viaggia al doppio della velocità. Immaginavo me stessa al blocco di partenza, con le punte dei piedi incollate al terreno e i talloni sollevati, i polpastrelli spinti sul suolo fino a diventare lividi, lo sguardo basso, pronta a scattare verso non so quale direzione, perché vie di fuga non c’erano. Percepivo di essere attraversata da quel tipo di tensione simile alla elettricità, quando la scossa è lieve, e il brivido corre dai capelli alle caviglie. Non uccide, ma confonde. Vivevo disorientata e sentivo sempre freddo, anche quando tutti sudavano.

Mi ero piegata a far l’amore come voleva lui, ad assecondare penetrazioni impudenti e richieste che oltrepassavano ogni volta limiti più distanti. Avvertivo che quella sua ossessiva ricerca di nuove sensazioni nascondesse solo altrettanta rabbia. Avevo smesso di esprimere desideri e fantasia, perché il suo modo di venirmi dentro mi terrorizzava, e quando si è imprigionati dalla paura non si prova più né desiderio né fantasia, ma solamente la voglia che la faccenda si chiuda in fretta, che la questione si risolva investendo il minimo della propria femminilità, nella speranza di riuscire a preservare la parte migliore di sé fuori dal letto. Impegnavo la testa contando il tempo che mi separava dalla corsa in bagno, dall’acqua che avrebbe portato via, assieme a tracce e odori, il dolore vissuto.

A lui avevo permesso di calpestare la mia indole fiera, di deprimere la mia predisposizione alla coerenza, di addomesticare quella inclinazione ribelle che da sempre aveva distinto il mio carattere, di avvilire l’orgoglio in qualsiasi forma provasse a manifestarsi.

La stessa personalità che diciassette anni prima lo aveva conquistato, oggi la trovava irritante, ragione per la quale voleva cancellarla, e me assieme a essa. Non sopportava più il mio modo di essere.

Nonostante tutto io resistevo, ma guai a farglielo capire. Per evitare di crollare, ripassavo in testa l’elenco delle mie caratteristiche, soprattutto di quelle che mi intenerivano. E ogni volta riuscivo ad aggiungerne una.

Dipendevo da tante cose. Da come mio figlio si svegliava la mattina, dal tono della voce di mia madre al telefono, dal dolore alla schiena e da quel chilo in più che in certi giorni spostava l’ago della bilancia a destra, dai pantaloni che oggi mi stavano male mentre ieri sembravano fatti a misura, dal perché appena sveglia mi vedevo bella e il pomeriggio non mi potevo guardare, dalle rondini quando partivano a fine estate e quando tornavano in primavera. Ma soprattutto dipendevo da lui, che stamattina aveva salutato a denti stretti, dando le spalle, mentre ieri si era voltato addirittura per sorridermi. Non sapevo per quale ragione a volte mi guardasse mentre altre no, ma ero certa che scegliesse di farlo o meno a seconda della rassicurazione che intendeva darmi. Aveva il potere di rasserenare, come quello di rendermi inquieta. Se lo era preso non ricordo in quale momento della nostra storia, o forse glielo avevo dato io quando ancora m’illudevo di potermi fidare. Lo usava discretamente, a suo piacimento.

Sapeva punirmi sottilmente, spostando gli occhi di qualche metro da me, che avevo bisogno di sentirmi al centro di ogni avvenimento, a poco più in là, in quel punto della stanza dove già non esistevo. E come accadeva quando ero bambina, anche adesso faticavo a trovare le parole giuste per chiedere la ragione di un atteggiamento che faceva male al mio stomaco, come se qualcuno lo avesse stretto con cattiveria. Dipendevo dai suoi difetti e dai suoi pregi. E lui dipendeva da me, ne ero certa. Quella sua necessità di sminuirmi, espressa all’inizio raramente ma poi cresciuta con progressione, e che si manifestava attraverso gesti minimi e intenzioni sottili, atti che sapeva solo io avrei colto, ne era la conferma. Tentava di ridimensionare un ascendente che era evidente io avessi su di lui, e che sopportava a fatica.

Se fosse tutto qui, se la vita di una coppia potesse essere riassunta in un elenco di dipendenze, sarebbe semplice valutarla, ma purtroppo comprimerla fra le righe di una lista non basta a definirne i contorni. Ogni individuo è un barattolo colmo di contraddizioni e ci vuole maturità per riuscire a giustificarle tutte, quasi sempre in assenza di logica. E né io né lui ne avevamo abbastanza.

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