Antonello Saiz racconta “L’unica notte che abbiamo” di Paolo Miorandi

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Con un decreto governativo martedì 14 aprile le librerie devono riaprire. Si è finalmente riscoperto che sono un bene di primaria necessità. Ora, in piena emergenza Covid-19, con un tributo di contagiati e morti ancora elevato, soprattutto nella città dei Diari di bordo, ci è sembrato una pura idiozia che il bene primario da diffondere fossero, improvvisamente, diventati i libri. Tra gli scaffali dei Diari abbiamo costruito, in questi anni, un magnifico spazio di dialogo e confronto intorno ai libri e riaprire le porte per decreto, nel deserto e senza dispositivi di sicurezza adeguati a garantire la sicurezza dei lettori, ci è sembrato irragionevole. Non sono luogo di silenzio le nostre librerie e noi non riapriremo ma continueremo attraverso i social a mantenere vivo il dialogo coi lettori, come abbiamo sempre fatto in questi durissimi giorni di quarantena. Riapriremo quando i Diari potranno tornare a essere lo spazio amicale e accogliente che è sempre stato e penseremo pure a un nuovo approccio coi libri. Continueremo anche da questo spazio a tenere vivo il dibattito e il confronto coi lettoti e dare in questa cronaca tutte le informazioni necessarie per continuare a leggere sempre, serenamente.

Tra le belle letture da suggerire mi voglio soffermare su un libro che avremmo dovuto presentare martedì 7 aprile, L’unica notte che abbiamo di Paolo Miorandi, edito da Exòrma Edizioni. Il libro esce a un anno di distanza da Verso il bianco. Diario di viaggio sulle orme di Robert Walser che, pubblicato sempre da Exòrma nel 2019, ha avuto un’accoglienza molto favorevole sia da parte della critica che del pubblico.

Questo nuovo romanzo è il racconto di una storia familiare costruita intorno a foto ritrovate in scatole e cassetti, a lettere, a documenti ritrovati e a pagine dal diario della vita. Una storia sul tema della memoria e della sua importanza in un tempo in cui non sembra possibile lasciare scampo ai ricordi. Una intera storia familiare ricomposta nella ricostruzione dei ricordi. L’anziana protagonista del romanzo fa i conti con i ricordi attraverso il contenuto di una scatola di fotografie e lettere e documenti ingialliti e cerca di decifrare tutto un repertorio umano che la riguarda. Nel chiaroscuro di una fotografia si ostina a ricomporre esistenze umane, guardare dentro a quelli che sono i resti della sua storia. La fotografa Diane Arbus diceva che «fotografare è come andare in punta di piedi in cucina a notte fonda e rubare i biscotti». Ecco perché nello sfogliare quelle foto e nel mostrarle al suo interlocutore la protagonista sembra cercare un segreto tra i segreti, come in un’avventura, andando a finire in luoghi dove non era mai stata, in quei passaggi di vite dove non era mai arrivata.

Ogni essere umano prima o poi è chiamato a prendere in consegna la voce di un altro essere umano, leggiamo nel libro. Ed è quello che succede all’interlocutore della protagonista, un uomo affacciato a una finestra, che in una notte comincia a sentire voci che vengono dal buio, portate dal vento. L’uomo alla finestra raccoglie parole che arrivano a lui come relitti portati dal mare, da un indefinito altrove, dal riemergere di parole pronunciate da questa anziana signora, con il carico addosso dei suoi segreti di famiglia. Sente la voce di una signora che, incontrata per caso un anno prima, gli ha raccontato la storia della sua famiglia: tre generazioni nell’arco di un secolo, dalla fine dell’800 alla fine del ’900. C’è una lettera indirizzata all’anziana signora ma recapitata all’anonimo signore che diventa il pretesto per l’incontro. Da quel momento l’uomo diventa il depositario di quella grande storia familiare, una polifonia di fantasmi tra le fotografie che l’anziana comincia a trovare. Fantasmi che vogliono uscire dalle scatole e far sentire la propria voce e raccontare la propria storia. Tutto accade in una notte, in quell’unica notte, che si trasforma in luogo e spazio per un incontro solitario. E in quell’unica notte l’uomo alla finestra diventa depositario e custode di parole e esistenze che non conosceva prima di allora. L’anziana signora ripercorre le vicende della sua famiglia e dell’origine della sua infelicità e che nessuno ha mai voluto né raccontare né ascoltare. L’uomo alla finestra finisce per accompagnare la signora tra le mura di un paese abbandonato, un paese fantasma dove cercare le tracce di una donna che sul finire dell’Ottocento ha abbandonato i suoi figli, e uno di quei ragazzi sarà poi il padre della narratrice stessa.

Si chiama Elena quella donna che mette al mondo due figli con un uomo che parte per le Americhe e in Argentina ci muore. Incapace di dare un sostentamento a quelle due creature se ne libera e li abbandona. I nomi dei due ragazzi sono Gioacchino ed Ernesto e vengono accuditi nella scuola del paese e da due maestre, Hilde e Maria. Il primo sposerà in prime nozze una donna svizzera da cui si separa e avrà altre storie; Ernesto prende in moglie una malinconica pittrice, Georgette, da cui avrà una figlia che è, poi, l’anziana signora che racconta. L’anziana donna che racconta dei suoi complessi contrasti con un padre perdigiorno di paese che non si aspetta né spera più nulla di buono dalla vita e passa il suo tempo al bar  trascinandosi addosso le ferite della tragica esperienza della ritirata di Russia. L’anziana donna che racconta dei suoi nonni materni e della loro difficile vita ma anche, e con dolcezza, della via dei campi dove era solita camminare con la nonna materna, Elisabetta. Tra le mura di quel paese fantasma, con una scrittura elegante e mimetica, Paolo Miorandi è capace di farti rivedere fisicamente la maestra Hilde a cui quel bambino è stato affidato, ma pure il suo dibattersi tra le domande a un Dio che non risponde e la sua incapacità a dichiarare il bisogno d’amore sotto quelle vesti cattoliche.

Una scrittura piena di voci quella di Miorandi dove anche la pagina meno riuscita ha un ritmo indiscutibile, espresso da un periodare lungo e raffinato, da scansioni, arie, motivi in cui sono i morti a parlare in quell’unica notte. Ma non dialogano tra di loro e nemmeno con i vivi. Fanno dei monologhi ricomponendo ricordi, tornando ognuno sul luogo della propria ferita. Quella dell’anziana signora è un guardare i singoli frammenti delle tante storie senza paura e senza esprimere giudizi. Si racconta senza risparmiare accuse, ma allo stesso tempo si cercano possibili assoluzioni per i protagonisti. Il racconto della anziana signora è anche una deposizione che parte da antiche macerie, da lontani fantasmi con cui non si è mai riusciti a fare pace per una vita intera. Un guardare e ascoltare le singole voci provenienti da quelle macerie e ricostruire a partire dai singoli frantumi. Fantasmi dalle vite non vissute appieno, fantasmi sofferenti e abbandonati con i loro incontri e le loro promesse mancate. L’unica notte che abbiamo finisce per essere il resoconto doloroso, ma anche pacificante, di un lungo lavoro di scavo tra le rovine di una vita. Dal momento che consegna quella storia a quell’uomo, la donna la sistema in un territorio non più di sua competenza; porta quella storia in un luogo neutro e oggettivo dove viene meno ogni possibilità di interpretarla soggettivamente o cambiarla, modificarla. Semplicemente deposita quelle sue storie e può guardarle una a una, provare a fare pace con i singoli fantasmi. Provare pure a dimenticare, ma quelle storie le consegna alla Storia.

Antonello Saiz