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Barroux. L’ombra che mi cammina accanto

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L’ombra che mi cammina accanto di Barroux, edito da edizioni Clichy e tradotto da Francesca Ciuffi racconta di quelle vite spezzate che lasciano, in chi resta, un alone di fortissimo irrisolto.

Il protagonista di questo delicato graphic novel è in viaggio. Partito dalla Francia, ha in mano una cartolina dal Brasile. È l’unica traccia che gli rimane del fratello surfista che cercava un’avventura e ha trovato la morte.

Quello che il fratello vivo cerca è il modo di andare avanti e alleggerirsi dal peso di doversi fare simulacro del ricordo. È un peso enorme, perché ogni cosa che lui dimentica, ogni pezzo che lo abbandona, è un connotato del fratello che scompare, una mano di cancellino sulla lavagna della loro breve vita insieme.

Il viaggio è lento, caldo. Il Brasile di Barroux è pericoloso, pieno di dimenticati. Sembrano tutte anime, tutti defunti. Compreso il protagonista. Le tavole sono semplici e indimenticabili, i blu di Barroux erano nella nostra mente da prima, come un paesaggio mentale che aveva bisogno di riemergere dagli abissi di una quotidianità desolante fatta di colori assai più abbaglianti e distraenti.

In tutta onestà, non ho trovato questa storia triste nemmeno per un secondo. Piuttosto mi ha ricondotto a vette di tenerezza di cui mi dimentico. C’è una canzone che ha cominciato a girare nella mia testa in maniera ossessiva. Si chiama Camera verde ed è una vecchia traccia degli Epo. Parla di una storia d’amore finita, credo, ma non è importante. Quando il cantante, Ciro Tuzzi, ripete la frase “non sono mai stato lontano da qui…” ecco, questa frase mi è esplosa nella testa e mi ha accompagnato per tutta la lettura di questo libro, cullandomi. “Un bacio lungo un giorno” dice poi e anche questo mi pare un modo molto bello di ritornare a questa storia così delicata, così personale.

Ci sconfiggono storie come questa ed è una sconfitta che abbracciamo volentieri, che ci rende meno poveri. È importante ritrovare la capacità di provare tenerezza e non fastidio, di fronte alla fragilità degli altri; tenerezza e non fastidio davanti alle debolezze nostre.

Atterravi, scrive Barroux in questa che sembra una poesia dei Cani romantici, atterravi il 17 febbraio, morivi il 24 marzo a Belém. Per il resto non si sa nulla. Magari hai opposto resistenza. Lo dicono in tutte le guide… Se vi derubano, non opponete mai resistenza. Lo sanno tutti. Oggi i miei genitori piangono e io cerco di ricordarmi di te.

Il posto in cui Barroux vi condurrà alla fine de L’ombra che mi cammina accanto, non è un posto triste, anche se tutti i presupposti lo lasciano intendere, è invece un posto che sta dentro ognuno di noi e dove è caldo e piacevole fare ritorno ogni tanto, un posto in cui dimorano i nostri ricordi più cari e lontani. Non sono più ricordi tristi, anche se tanto ci fecero soffrire. Poterli ritrovare adesso, come vecchie e sbiadite polaroid, ci gonfia il petto per come eravamo e per come ora siamo. Più leggeri.

Pierangelo Consoli

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Barroux, L’ombra che mi cammina accanto, Edizioni Clichy, Pp. 136, euro 22

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