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Binari. Intervista a Giorgia Tribuiani

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Questa settimana per Le Tre Domande del Libraio andiamo a reincontrare la scrittrice Giorgia Tribuiani. Docente di scrittura creativa ha già all’attivo la pubblicazione dei romanzi Guasti (Voland, 2018), Blu (Fazi, 2021), Padri (Fazi, 2022) ed è comparsa in diverse antologie con  narrarrazioni breve. La incontriamo oggi per farci raccontare l’esperienza con il progetto della Collana Pennisole di Hopefulmonster dove ha appena pubblicato il romanzo breve o racconto lungo dal titolo “Binari”.

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Ci siamo lasciati qualche settimana fa raccontando su questo spazio di Superstar, la piccola novella pubblicata da Tetra nella quartina di novembre. Insieme a questo piccolo gioiello, però, usciva in contemporanea un altro racconto lungo, dal titolo Binari e pubblicato da Hopefulmonster nella collana Pennisole diretta da Dario Voltolini.

Con una tematica forte e una struttura originalissima vai a raccontare, in maniera profonda, i risvolti psicologici di una vicenda drammatica.  Prima di concentrarci sulla trama e i personaggi ci vuoi raccontare come è nato l’incontro con Dario Voltolini e, poi, come e nata l’idea e il lavoro che è stato fatto sulla lingua e l’architettura particolare della narrazione?

Ho ricevuto la telefonata di Dario Voltolini un pomeriggio di novembre, esattamente un anno prima dell’uscita del libro: aveva letto il mio romanzo Blu (menzionandolo tra l’altro in un bellissimo post sulle scrittrici italiane contemporanee) e stava “reclutando” autori per la sua nuova collana Pennisole, caratterizzata dalla più completa libertà tematica, dall’attenzione stilistica e dall’unica condizione di scrivere testi entro le settantamila battute.

Da qualche tempo avevo tra le mani questa storia con al centro la figura di un macchinista di treni costretto a “suicidare” una ragazza sui binari: avevo anche provato a scriverla, a farne un romanzo narrato in prima persona, ma a un certo punto mi ero arenata, la struttura non funzionava, e così, nella frustrazione, avevo finito per cestinare le circa settanta cartelle.

Quando è arrivata la proposta di Dario, tuttavia, ho pensato a Georges Perec, alla sua teoria sull’utilità delle limitazioni nello stimolare soluzioni creative (celebre il suo romanzo privo di parole con la lettera “e”), e mi sono chiesta se il limite delle settantamila battute avrebbe potuto fare al caso mio. Avrei potuto compattare la storia in uno spazio di molto inferiore a quello immaginato inizialmente? In fondo, mi sono detta, avrebbe potuto in qualche modo rappresentare il ridotto (e in quel caso, ahimè, insufficiente) spazio di frenata che i macchinisti hanno a disposizione quando vedono una persona sui binari. Avrei potuto raccontare proprio questo brevissimo percorso, creando un ralenti lungo tutto il testo. E cosa fare, però, per raccontare le conseguenze dell’impatto?

È stato per rispondere a questa domanda che ho pensato per la prima volta al montaggio alternato: nei paragrafi dispari avrei inserito, espandendoli, gli istanti prima dell’impatto; in quelli pari, tra parentesi, come esiti già contenuti “in prospettiva” nella corsa del treno verso il corpo, o come una confidenza-vaticinio del narratore al lettore, la difficile ripresa psicologica del macchinista causata della colpa senza colpa e dal disturbo post-traumatico da stress. Ai paragrafi dispari avrei dedicato la gelida voce del Manuale ad uso degli operatori della Polizia Ferroviaria chiamati ad intervenire su incidenti o disastri ferroviari, mentre quelli pari, tutti al futuro, avrebbero avuto un lirismo da tragedia.

È sorprendente quanto la tenuta di una storia dipenda anche dalla sua forma, dalla struttura, dalle scelte linguistiche. Devo ringraziare Dario Voltolini e la sua proposta, se sono riuscita a trasformare una bozza inefficace di romanzo in un testo che ora ho a cuore.

Nell’arco di poche pagine riesci a mettere insieme una storia potentissima. A partire dall’idea del titolo, e dettagliando i due snodi narrativi principali, cosa possiamo dire ai nostri lettori, per incuriosire, sulla trama di Binari?

Binari racconta, in un’alternanza forsennata tra presente e futuro, i secondi immediatamente precedenti all’impatto di un treno con il corpo della ragazza suicida (e quindi l’attivazione della procedura di emergenza da parte del macchinista, le sue sensazioni, i flashback in cui si ripercorrono le esperienze di altri macchinisti, in particolare il tedesco Kniest) e i giorni immediatamente successivi del macchinista traumatizzato dall’evento (le allucinazioni legate al disturbo post-traumatico da stress, la colpa, il bisogno di “saperne” di più sulla ragazza e sulle sue motivazioni, la scelta di recarsi dalla famiglia di lei).

I due filoni, così come i binari, corrono paralleli verso un’unica direzione: il desiderio di raccontare la “sofferenza innocente”, il rovesciamento del rapporto tra intenzione e colpa che avviene laddove l’intenzione legata all’evento, all’impatto, è della ragazza, ma la colpa, in quanto fisicamente è il treno (e quindi chi lo guida) a compiere l’atto, è del macchinista.

Questa storia è quindi il mio modo di dare voce a qualcosa di davvero tragico che accade con inimmaginata frequenza nella “vita reale” – come è poi riportato anche nei capitoli dispari di Binari, che offrono anche una panoramica sulla questione, in media un macchinista è costretto a investire un suicida una volta ogni quindici anni, e cioè circa tre volte nell’arco della propria carriera lavorativa – attraverso un punto di vista che raramente viene considerato quando si sente parlare di investimenti legati ai treni.

Oltre alla postfazione di Dario Voltolini, il racconto contiene un’appendice dove è spiegato come ti sei documentata e un’intervista a uno psichiatra e psicoterapeuta, il direttore del Centro di Salute Mentale di Giulianova. Un modo per affrontare, anche dal punto di vista medico e scientifico, un tema delicatissimo come quello dei suicidi sotto i treni e del trauma subito da chi, come un macchinista, pur non avendo nessuna responsabilità, patirà un senso di colpa grande come un macigno. Una prospettiva insolita di fare fiction letteraria, con una scrittura ibrida, che porta a fare luce sulle motivazioni di un gesto ma soprattutto sulle conseguenze di quel gesto sulle vite altrui e il dolore della colpa che ne deriva. Vogliamo soffermarci, spiegando al meglio, questi aspetti intorno ai quali ruota la narrazione?

Quando ho deciso di raccontare questa storia, di mettere un riflettore sui macchinisti costretti a “suicidare altre persone” (ed ecco che, nella tragedia, il verbo normalmente riflessivo si flette e si piega), ho subito intrapreso un’intensa fase di ricerca: avevo bisogno di saperne di più su questo tipo di investimenti e sul disturbo post-traumatico da stress, e sapevo che la lettura di testi e articoli (che pure ho affrontato: penso in particolare all’utilissimo pezzo A Train Driver’s Struggle to Return to the Tracks scritto dal giornalista Hauke Goos, apparso sul settimanale Der Spiegel e poi riproposto da Il Post con il titolo un po’ brutale Assassini involontari – Come cambiano le vite dei macchinisti dopo che qualcuno si butta sotto il loro treno per uccidersi) non avrebbe mai potuto sostituire la sempre fondamentale ricerca sul campo.

Ho chiesto quindi, con un appello su Facebook, se ci fossero macchinisti disposti a farsi intervistare, e grazie alla generosità di alcuni di loro sono penetrata sempre più a fondo in questo abisso. È venuto fuori, per esempio, che i macchinisti hanno l’assoluto divieto di spostare il treno (in gergo “il materiale”) prima dell’arrivo della Polfer, anche qualora i soccorsi arrivino prima e la persona sia in fin di vita: come puoi immaginare finiscono qui per scontrarsi due “colpe” legate al sistema penale da una parte e all’etica, al desiderio di tentare il tutto per tutto, dall’altra. Altri hanno insistito, durante le telefonate, sul dramma che si vive modificando in pochi istanti la vita di diversi sconosciuti: non solo i suicidi ma anche le loro famiglie. Altri ancora mi hanno parlato delle festività natalizie, che rappresentando delle “chiamate a essere felici” sono purtroppo i periodi in cui questi eventi accadono maggiormente, o si sono spinti a raccontarmi le proprie esperienze personali. Ne è venuto fuori un bacino di vita pulsante e di sofferenza in cerca di una voce che è diventato poi il cuore di questo mio testo.

Impagabile è stato poi il dottor Domenico De Berardis, direttore del Centro di Salute Mentale di Giulianova. È stato davvero utile, tramite le sue parole, conoscere e capire da un “di fuori” vicinissimo il trauma e il successivo disturbo post-traumatico da stress.

Buona Lettura di Binari di Giorgia Tribuiani.

 

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